Gender or general violence?



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Spesso si usa il femminicidio come esempio di una violenza quasi fisiologica che pervade gli esseri umani di sesso maschile. Ma quanto è dovuto veramente al genere e quanto alle circostanze che si vengono a creare nei rapporti affettivi, soprattutto fra persone che convivono da tempo e che hanno investito molto sul piano personale?

Un esempio lo abbiamo avuto proprio oggi. Nel bresciano si è verificato uno di quelli che impropriamente sono chiamati “delitti passionali” e che in genere vengono considerati esclusiva degli uomini: questa volta però l’assassina è una donna così come una donna è la vittima, il che fa pensare come certi schemi possano essere più legati alla situazione che al genere.

Corriere della Sera, 10 marzo 2013

Donna uccide la compagna nel sonno, all’origine una lite per gelosia

È stata l’omicida stessa a confessare, con una telefonata alle forze dell’ordine. È stata portata in carcere.

Con una telefonata alle forze dell’ordine, domenica mattina, nel paese di Gussago, in provincia di Brescia, Angela T., 35 anni, ha confessato di aver ucciso nel sonno, con un colpo di pistola, la sua convivente, Marilena C., di 34 anni. All’origine dell’omicidio ci sarebbero motivi passionali, legati probabilmente alla gelosia. I vicini hanno riferito di aver sentito la coppia litigare in tarda serata. Poi, silenzio: Marilena si era addormentata. Intorno all’una di notte, due colpi di pistola.

Ma allora la violenza è una caratteristica solo degli uomini o anche delle donne?

Recentemente i casi di donne assassine sembrano essere aumentati, e non parlo solo di violenza domestica, ma di violenza in generale. Le donne hanno assunto in tutti i campi ruoli sempre più importanti e questo non vale solo nel mondo del lavoro, ma anche in quello dove la violenza è un elemento centrale, come nel caso della criminalità organizzata.

Ci sono donne a capo di cosche mafiose e cartelli della droga, donne sicari, soldatesse che adottano lo stesso stile violento dei loro commilitoni di sesso maschile con i nemici e i prigionieri e non sono purtroppo casi isolati ma tendono ad essere sempre più frequenti. Qualcuno afferma che si tratta di una degenerazione, ovvero che il carattere femminile sia sostanzialmente non violento e che questi comportamenti nascano da un’errata interpretazione del processo emancipativo femminile. Ma è davvero così? Le donne sono davvero meno violente degli uomini?

Non è facile rispondere a questa domanda perché nella nostra società la violenza femminile è tuttora un tabù. Molti ricercatori, sia uomini che donne, hanno il timore di venir etichettati come maschilisti; di voler giustificare, in un certo senso, la violenza maschile dimostrando come le donne siano altrettanto violente degli uomini e che i maggiori casi di violenza in cui la vittima è una donna nascano ancora da una minore prestanza fisica e da un’eredità storica di sottomissione che ancora caratterizza quello che impropriamente viene chiamato “sesso debole”.

Eppure, se è vero che di casi di violenza maschile sulle donne ce ne sono davvero molti ogni anno, è anche vero che, ad esempio, cominciano a essere frequenti in modo preoccupante gli infanticidi da parte di donne. Anzi, si comincia ad avere un numero elevato di omicidi di bambini già grandi, seppure non adolescenti, ad indicare come non si possano ricondurre tali comportamenti solo a un eventuale stato di depressione post-parto.

Fare delle valutazioni quantitative, come ho detto, non è facile, soprattutto in Italia, dove non si riescono ad avere statistiche davvero affidabili e i numeri sono spesso alterati per dimostrare questa o quella teoria, a seconda dei casi. Nel nostro Paese, ad esempio, non è mai stata fatta una ricerca seria sulla violenza domestica da parte di donne sugli uomini, una situazione che si sa esistere ma che è ancora più difficile portare allo scoperto perché, ancor più delle vittime di sesso femminile, gli uomini si vergognano ad ammettere di essere stati picchiati da una donna.

A questo si aggiunga il fatto che in molte ricerche e studi statistici mancano spesso domande intese a verificare la violenza da parte di donne, ovvero lo studio non riporta alcun risultato a riguardo semplicemente perché non è stata effettuata alcuna indagine in tal senso. Un caso eclatante è stata una ricerca effettuata in Canada nel 2005 nella quale ad essere intervistate erano state solo donne e non era mai stato chiesto a un uomo se avesse subito violenza dalla moglie o compagna, scelta che fu poi criticata da diversi ricercatori.

Uno dei pochi Paesi nei quali sono state condotte ricerche su entrambi i fronti sono gli Stati Uniti. Una ricerca condotta dal dottor Murray Straus, Ph.D. co-direttore del Family Research Laboratory presso l’Università del New Hampshire, ha mostrato come su un campione di mille coppie, nei casi di violenza domestica in USA, nel 27% dei casi a iniziare ad alzare le mani era stato l’uomo, nel 24% la donna. Non solo, i casi di violenza minore — ovvero senza ferite significative — erano stati 78 da parte di donne e 72 da parte di uomini, mentre quelli di violenza grave, erano al contrario 46 da parte di donne e 50 da parte di uomini.

Certo, nella società americana la donna si è emancipata già da decenni e negli Stati Uniti non sono certo poche le donne che possono competere con gli uomini anche sul piano fisico, ma se la questione è questa, ovvero se i fattori facilitanti sono la prestanza fisica e la maggiore indipendenza sul piano psicologico, allora questi numeri ci dicono che forse il problema va affrontato in modo diverso, ovvero che non è necessariamente l’uomo ad essere più violento, ma chi ritiene di poterlo essere impunemente.

In pratica, chi è più forte e sa di rischiare di meno in un confronto fisico, se non ha una cultura di non violenza e un buon controllo, tende ad essere violento. Là dove gli uomini sono ancora più forti delle donne o peggio ancora la cultura, la legge o la religione dà loro un vantaggio non solo psicologico ma effettivo sulle donne, la maggior parte delle violenze di genere sono esercitate sulle donne. Questo succede spesso infatti in molti Paesi del Terzo Mondo, soprattutto di religione islamica, ma non solo. Dove invece si ha una maggiore parità, sia sul piano fisico che psicologico, i numeri tendono a equipararsi.

Un analogo discorso si può fare riguardo alla violenza di donne sui bambini. In questo caso è il minore il più debole, e quindi chi esercita la violenza si sente al sicuro da una reazione. Man mano che il bambino cresce, tuttavia, questo rischio diminuisce anche se, in Paesi dove è relativamente facile procurarsi un’arma, come gli USA, i casi di madri che sparano ad adolescenti o anche viceversa, di adolescenti maschi e femmine che sparano ai genitori, sono più frequenti.

Un buon banco di prova per studiare in modo comparato la violenza maschile e femminile nelle coppie conviventi sarebbero gli omosessuali. Qui la coppia è formata da individui dello stesso genere e quindi un’eventuale violenza avrebbe la peculiarità di coinvolgere o due uomini o due donne. Anche qui non si hanno molti dati, ma in casi conosciuti, di nuovo, la vittima tende ad essere sempre il più debole, o sul piano fisico o su quello psicologico se non, spesso, su entrambi. Purtroppo anche qui non è facile recuperare statistiche affidabili, soprattutto in Italia dove al tabù sulla violenza femminile si aggiunge purtroppo quello sull’omosessualità.

Eppure capire le cause della violenza sarebbe importante proprio per prevenirla, ma finché se ne farà un uso strumentale, politico, sarà difficile potersi basare su ricerche serie e dati affidabili e imparziali. Poco importa se tutto ciò finisce per penalizzare proprio le vittime: donne, uomini e bambini. Poco importa che dimostrare che esista anche una violenza di genere femminile non giustifica certo quella maschile, anzi, rende ancora più urgente affrontare e risolvere il problema. Quella tra uomini e donne continua purtroppo ad essere una guerra ideologica, una sorta di crociata da entrambe le parti e, come tutte le guerre, si finisce per combatterla anche sul piano dell’informazione e della comunicazione, con buona pace delle vittime.

Comments (1) to «Gender or general violence?»

  1. Giorgio Pari says:

    Molto interessante

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