Violence has no gender



Se un uomo uccide un bambino è un mostro, una chiara dimostrazione di come la violenza sia una caratteristica fisiologica del maschio della specie umana; se lo fa una donna, non importa quanto efferatamente, è una vittima bisognosa di aiuto, una persona che va compresa e sostenuta, ovvero la dimostrazione di quanto poco la società abbia ancora a cuore le esigenze delle donne. La colpa, alla fin fine, è della società la quale, ovviamente, è governata dagli uomini e quindi, indirettamente, anche quelle morti sono da imputarsi alla metà maschile dell’umanità.

Questa la tesi che sempre più spesso viene proposta dai media e, soprattutto, da una politica vetero-femministra che maschera da sostegno alla parità fra uomini e donne quella che è solo la vecchia scontata ricerca del vantaggio, del privilegio. Pura demagogia, che fa tuttavia molta presa — vero paradosso della nostra società — proprio nella parte maschilista della nostra cultura. Il maschilismo, infatti, per sostenere una visione rigida dei ruoli maschile e femminile nella società, ha vestito la donna di tutta una serie di caratteristiche che porta spesso gli uomini a un’idealizzazione positiva e del tutto errata del personaggio femminile. La donna è un essere delicato, facilmente soggetto a reazioni emotive, sensibile, sicuramente da proteggere, incapace di reale violenza, maliziosa ma non malvagia — tranne quando non fa quello che l’uomo desidera, perché allora si trasforma in una strega — madre affettuosa, sposa fedele, comunque sempre perdonabile o quasi. L’uomo, invece, deve essere forte, capace di tenere sotto controllo emozioni e sentimenti, incrollabile, la colonna portante e la guida della famiglia del cui mantenimento economico è l’unico responsabile, il che rende poi facile arrivare al corollario che le donne debbano stare in casa e gli uomini andare al lavoro. Un’ideologia, quella maschilista, — e qui abbiamo un altro paradosso — che pur incentrando la società sull’uomo in generale, ha finito per accorpare il potere in mano a un esiguo numero di persone — cosa peraltro vera ancora oggi — dato che il resto degli uomini è sempre stato di fatto utilizzato come carne da cannone in guerra, oppure costretto a spezzarsi la schiena nelle fabbriche e nelle miniere per arricchire pochi eletti.

In pratica, il femminismo ha finito per diventare strumento di scalata di poche donne a quell’elite, ma non ha poi cambiato in maniera significativa la vita di tutte le altre che solo adesso stanno scoprendo il prezzo dell’essere entrate in un mondo del lavoro stressante, alienante, che ti fa stare poco con le persone che ami e che alla fine ti dà ben poco sul lato economico. La vera lotta avrebbe dovuto essere per una società più giusta, in cui le risorse fossero meglio distribuite, sicuramente non appiattita in un sistema artificiosamente paritario, com’era nell’Unione Sovietica, bensì basato sul rispetto di una serie di valori civili e sulla giusta retribuzione del merito, ovvero sul dare alle persone in base a quello che loro danno alla società, nel rispetto dei diritti di ognuno, uomini e donne allo stesso modo.

Questa è un’utopia, tuttavia: la morte delle lotte sociali non è purtroppo nella sconfitta ma nella vittoria, una vittoria che tuttavia viene poi presa e manipolata ad arte molto spesso proprio da chi aveva guidato quella lotta e che ora si vede davanti l’opportunità di sostituire al potere l’elite precedente, dimenticandosi o facendo finta di essersi dimenticato tutti coloro che per quella vittoria avevano combattuto con lui o con lei.

La campagna anti-violenza che presenta in modo del tutto indiscriminato i padri come individui violenti

Ma torniamo alla violenza, e alle donne. Che il mondo sarebbe migliore, meno violento, se le donne fossero al potere, è pia illusione. Le donne sanno essere altrettanto violente quanto gli uomini, e lo hanno sempre dimostrato tutte le volte che hanno avuto al possibilità di farlo. Certo non era una pacifista la Margaret Thatcher che mandò la flotta inglese a combattere nelle Falklands, né lo è la Condoleezza Rice, ferma sostenitrice della guerra in Afghanistan prima e in Iraq poi. In guerra, poi, le donne sanno essere violente quanto e più degli uomini: basti pensare ai reparti di soldatesse israeliane che durante la guerra dei Sei Giorni divennero il terrore degli arabi, o alle torture inflitte nelle carceri di Guantanamo e in Iraq da soldatesse americane. Non sono poche poi le donne a capo di organizzazioni criminali che dimostrano essere persino più crudeli e spietate degli uomini quando si tratta di uccidere e che non hanno nessuna remora ad uccidere anche i bambini.

Il punto è che gli esseri umani sono animali essenzialmente vigliacchi, che usano spesso la violenza solo quando sanno di essere in vantaggio. Così, se molti uomini sono violenti con quelle donne, e sono ancora la maggioranza, che non sanno o non possono difendersi, queste ultime sfogano spesso la loro rabbia nei confronti dei bambini, in assoluto i più deboli e i più indifesi. Riporto alla fine di questo articolo, a riguardo, un pezzo di Vittorio Feltri pubblicato su Libero e intitolato «Ne uccide più la mamma di qualsiasi guerra».

Perché queste considerazioni? Perché nelle ultime settimane è partita una campagna martellante contro la violenza nei confronti delle donne, campagna sacrosanta ma che, oltre a coincidere curiosamente con un’escalation di infanticidi e omicidi di figli da parte di molte madri, è stata impostata in un modo estremamente demagogico, con l’obiettivo di colpire soprattutto i padri. Contemporaneamente si sta cercando in Parlamento di fare marcia indietro sulla legge sull’affido condiviso. Insomma, si tratta di una vera e propria controffensiva nei confronti di quei genitori che per anni hanno lottato per la bigenitorialità e per scardinare un sistema di interessi economici che usa false denunce di violenza come strumento giuridico per sostenere la necessità di togliere i figli ai genitori di sesso maschile.

E allora? Allora, invece di fare una campagna che, pur basata su fatti reali, presenta ancora una volta l’uomo come «quello violento» e la donna come la »vittima indifesa», dovremmo fare una campagna contro tutte le violenze e tutte le forme di violenza che da sempre caratterizzano la nostra società. Ma una campagna del genere è troppo trasversale, si presta male a strumentalizzazioni e rischia di riunire la società attorno a un ideale comune, piuttosto che spaccarla, e la nostra è una politica che vive di spaccature, di contrasti, che spinge la gente a vivere il confronto e il dibattito come se fosse una sorta di derby calcistico. Come le società di calcio per anni hanno sostenuto e persino finanziato le schiere più estremiste di tifosi, quelle che spaccano le sedie sulle gradinate e tirano sassi ai poliziotti, per intenderci, così la nostra politica, quella perbene, ha spesso usato i più integralisti, gli estremisti, gli arrabbiati, come uno strumento di pressione sulla parte avversa, accentuando le differenze e sobillando gli animi, spesso demonizzando l’avversario e creando così una cultura di odio in cui si cerca il colpevole e non il responsabile, si colpisce il nemico piuttosto che confrontarsi con gli avversari.

La campagna anti-violenza dell’attuale Ministero delle Pari Opportunità rientra in questo schema: usa la verità per raccontare una menzogna, racconta una verità per non dirne un’altra.

Ne uccide più la mamma di qualsiasi guerra Vittorio Feltri Libero, 13 marzo 2002

Nessuno tocchi la mamma. Fa orrore solo l’idea che possa essere lei Caino. Speriamo tutti di no. Ma se così fosse si tratterebbe della soluzione più banale, la più assolutamente “normale” e ricorrente. Quando vengono ammazzati bambini in culla spesso è stata la mamma; le statistiche e le cronache giudiziarie sono crudeli ma inequivocabili. La mamma continua ad ucciderne più della guerra, e non solo nel mondo ancora “barbaro” dove si annegano le neonate. «Statisticamente ogni tre giorni, da qualche parte negli Stati Uniti, una mamma ammazza i figli» dice Cheryl L. Mayer, psicologa e avvocato, una delle massime autorità nel campo, che ha recentemente pubblicato con la giurista Michelle Obermann il libro Madri che uccidono i loro bambini.

Le statistiche inglesi ci dicono che i bambini al di sotto di un anno hanno quattro volte più probabilità di morire ammazzati di qualunque altra fascia d’età. Negli Stati Uniti il privilegio si estende alla fascia da uno a cinque anni. Anche se la soglia più dura da superare resta quella del primo giorno di vita: si rischia di essere ammazzati dalla mamma il giorno della nascita dieci volte di più di quanto si rischi di essere ammazzati da chiunque altro, per qualsiasi altra ragione, compresi guerra e terrorismo, in qualsiasi altro giorno della propria vita.

A uccidere i bambini non sono mostri, orchi o maniaci. Secondo le crime statistics dell’FBI, nel 57% dei casi rilevati nel 1999 gli assassini dei bambini erano uno o entrambi i genitori, più spesso le madri. In un altro 8% dei casi gli assassini erano altri membri della famiglia: fratelli e sorelle, zii e zie, nonni e nonne. In un altro 30% dei casi i responsabili erano amici di famiglia, vicini, gente fidata.

Insomma, nel 95% dei delitti di questo tipo l’estraneo non c’entra, il mostro è in casa. Spesso proprio colei che viene considerata l’angelo della casa.

Più pietà per Medea che per Urano.

Statisticamente le donne sono meno violente degli uomini, vi sono meno assassine che assassini. Sono rare, anche negli Stati Uniti, quelle che hanno preso una pistola, ammazzato il capufficio, sterminato i colleghi. Si rifanno però sui figli. Altro dato che colpisce è che di solito lo fanno con particolare ferocia, accanendosi sulla piccole vittime. Talvolta torturandole. Spesso vengono massacrate con le nude mani, a calci e pugni, pestate per ore intere, giorni, settimane. Si rompono colli scuotendoli con violenza, si frantumano ossa a martellate, si fracassano crani con gragnuole di colpi. Se si usa il coltello, raramente la vittima è sgozzata, tipo Abramo ed Isacco: più spesso si contano decine e decine di coltellate. Se non li annegano li bruciano, li avvelenano, li strangolano o li lasciano cuocere ancora vivi nel bagagliaio di un’auto esposta al sole.

Sono omicidi furiosi, “da pazze”, non da fredde menti calcolatrici. Perché lo fanno? Phillip Resnick, autore di uno studio ormai classico che risale al 1969, aveva abbozzato alcune tipologie: perché il figlio è indesiderato, per incuria e abbandono, per pietà quando è malato o handicappato, per vendicarsi del marito, per disturbo mentale, per depressione post partum. Già allora emergeva una netta tendenza a considerare “malata” più che “assassina” la donna che uccide i propri figli. A differenza di quanto avveniva per il genitore assassino dell’altro sesso.

Le mamme, osserva Resnick, finivano nel 68% dei casi in ospedale, solo nel 27% dei casi in prigione o nella cella della morte. Per i padri assassini le proporzioni erano invertite: il 72% in galera o dal boia, solo il 14% in manicomio. L’antica tendenza a giustificare, a provare pietà per Medea più di quanto saremmo disposti a giustificare Urano, continua, e risulta più accentuata in Europa. Uno studio recente del British Journal of Criminology analizza come ci sia un trattamento diametralmente opposto a seconda che il genitore assassino sia il padre o la madre. Altra particolarità statistica è che, mentre i padri che ammazzano i propri figli si autopuniscono col suicidio, più raramente questo avviene per le mamme. Alcune lo tentano, ma in genere non riescono a portarlo a compimento. Una delle teorie esplicative è che per la donna i figli sono un’estensione immediata di se ed ucciderli equivale ad uccidersi, quindi il tentativo di suicidio diviene la mera rappresentazione di un evento già avvenuto. In America recentemente hanno fatto notizia i casi di Marylin Lemack, l’infermiera di Chicago che ha ammazzato i tre figli per vendicarsi dei tradimenti del marito, e della texana Andrea Yates, che li ha annegati perché potessero «salire in cielo». «L’originalità, rispetto alle centinaia di casi studiati, è proprio che la cosa abbia suscitato l’attenzione del pubblico. Forse perché non si trattava di povere pazze, criminali, magari nere» spiega Cheryl Meyer. L’assenza di segni evidenti di “pazzia” peserà anche sul giudizio del pubblico sulla mamma di Samuele?

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