Intervista a Marco Carniti



Intervista a Marco Carniti
di Marinella Saiu

La sessualità, l’altro, la morte: questa potrebbe essere la sintesi di “Sleeping Around”, lo spettacolo che segna il debutto della Compagnia dei Giovani diretta da Marco Carniti. È al giovane regista milanese che il Teatro Eliseo ha affidato il Progetto Giovani con lo scopo di fondare una compagnia stabile di giovani attori e portare nuova energia nella scena del teatro italiano. Marco Carniti, nonostante la giovane età, ha una lunga esperienza teatrale cominciata come aiuto regista di Giorgio Strehler, Maurizio Scaparro, Bob Wilson, Lluis Pasqual, fino alla messa in scena di spettacoli che hanno varcato i confini italiani: “Medea”, a Parigi, “Giulietta e Romeo”, a Bonn e Washington, e molti altri. E ora, a Roma, con “Sleeping Around” (di letto in letto), testo firmato da quattro commediografi britannici, Hillary Fannin, Stephen Greenhorn, Abi Morgan e Mark Ravenhill, vuole rappresentare la decadenza della sessualità di fine Novecento. E mostra duramente come questo splendido dono, che illumina le nostre vite, così spesso ci porti alla guerra e alla morte. E questo gesto, che vogliamo pensare come sacro, talvolta viene vissuto con indifferenza, brutalità, sopraffazione, non rispetto dell’altro.

Perché ha scelto questo testo?

È un omaggio che ho voluto fare all’amore, dopo aver incontrato molti ragazzi nell’ambito del Progetto Giovani che mi è stato affidato da Vincenzo Monaci del Teatro Eliseo. Credo che oggi come oggi, e ancor di più oggi, un ragazzo o una ragazza di vent’anni che decide di dedicare la propria vita al teatro compia un vero atto d’amore. È riflettendo su questa grande parola che ho deciso di mettere in scena due testi che parlassero dell’amore in modi e in epoche completamente diversi: “Sleeping Around” e “Pene d’amor perdute” (di Shakespeare n.d.r.). Un’altra ragione della mia scelta di Sleeping è che io stesso mi riconosco nella disperazione di cui parla il testo, anche se la mia esperienza non è cosi al limite.

Cosa vuol dire?

Io, come i personaggi interpretati dagli attori, e come tante altre persone, ho vissuto la difficoltà della crescita e la fatica ad imparare a stare saldi sulle proprie gambe. Molte persone vicine a me sono cadute. Sono figlio di un momento storico confuso, senza indicazioni per quell’equilibrio che con sicurezza porta alla maturità.

Pensa che le generazioni prima e dopo la sua abbiano un rapporto più equilibrato con quella grande parola che è l’amore?

Magari no. Dentro ognuno di noi, probabilmente, c’è il desiderio di vivere un amore semplice, che non passi attraverso costruzioni o chissà quali incontri. Ma la vita contemporanea ci spinge inevitabilmente verso l’oscuro: il tentativo di avvicinarci ad una purezza e una stabilità molto spesso fallisce miseramente. E la sofferenza che ne consegue ci indebolisce perché tutto sembra più grande di noi, irraggiungibile.

Il teatro italiano continua a mettere in scena, anno dopo anno, opere tradizionali che per la grande polarità non mettono a rischio i botteghini e non “turbano” il pubblico. Tutto questo spesso a scapito dell’attualità. Lei, invece, non sta al gioco e obbliga gli spettatori a fare i conti con una denuncia corrosiva, impietosa e implacabile della società di oggi…

Il teatro deve fare conti con la nostra cultura fatta anche di finto perbenismo, di lirismo, di senso estetico della vita (che ci ha fatto conoscere e amare nel mondo), della presenza della Chiesa e della nostra italianità. In Inghilterra, per esempio, la realtà è portata in scena per quella che è. In Italia testi di questo genere vanno filtrati da una certa sensibilità e dalla nostra estetica latina, piena di colori. Sleeping mostra situazioni limite portate alle massime conseguenze, ma sotto ci sono tutti gli altri casi — poco appetibili giornalisticamente — che creano quel germe che fa marcire l’essere umano dall’interno e non gli permette di fiorire. E io volevo dirlo.

Non è quindi un caso che lei abbia scelto un testo non italiano?

No. Per ragionare su questi argomenti mi sono dovuto rivolgere alla drammaturgia inglese. Per proporre una denuncia bisogna oltrepassare quel finto perbenismo per il quale non si ha il coraggio di dire cosa succede per il timore dei commenti della gente. Gli inglesi in questo senso sono sempre stati all’avanguardia e ho scelto loro per dire quello che penso senza orpelli, senza indorare la pillola.

Alcuni abbonati storici dell’Eliseo si sono scandalizzati e hanno polemizzato per il linguaggio e le scene forti. Crede davvero che il problema fossero le parole (che sentiamo tutti i giorni in un qualunque programma tv o per la strada)? Non pensa che il vero problema sia l’angoscia per quella morte che lei mostra senza veli?

È possibile: l’incapacità e il rifiuto di guardare in faccia la realtà coinvolge inevitabilmente anche la morte. È un problema complesso e pieno di contraddizioni. Io ho l’impressione che il nostro sentimento di precarietà sia sempre più presente e che conviviamo con questo senso di morte sin da bambini. E la provvisorietà produce insicurezze a volte talmente insopportabili che alcuni non riescono più ad uscire di casa, altri ne escono trascinando pezzi di loro stessi e altri ancora si rifiutano di pensarci. La morte ci accompagna sempre e in questo momento storico non possiamo romanzare più nulla.

Perché l’ha rappresentata con foto di morti veri?

Il testo mette in risalto la sete di potere, sia politico sia economico, e come per raggiungerlo si faccia qualunque cosa. Mi piaceva sottolineare che davanti alla morte anche chi ha realizzato obiettivi incredibili alla fine è nulla: le fotografie di Mao, di Marylin Monroe, di Hilter morti hanno tutto in comune con qualunque persona di questo mondo. E questo dovrebbe farci riflettere.

Un altro dei temi portanti è l’incomunicabilità…

Sì, anche se forse in Italia è meno forte rispetto ai paesi nordici. Noi, ogni mattina, abbiamo un modo diverso di aprire la finestre sul mondo, forse perché aiutai dal clima e dall’arte così presente: due fattori che rendono più morbide le nostre caratteristiche e nascondono meglio la nostra solitudine. Penso che da noi ci sia una maggiore possibilità di comunicazione. Che poi sia vera o no, non lo so.

Eppure una scena dello spettacolo mostra crudamente la solitudine…

È vero, le parole dell’attrice sono laceranti. Quando ci si rende conto di essere soli, senza punti di riferimento, si cerca di distrarre la mente in qualunque modo e ci si aggrappa alla prima persona che si incontra.

Quindi il sesso che ha rappresentato è uno dei tanti modi per comunicare? Quasi una medicina contro la solitudine?

Si, a volte ci abbandoniamo a determinati incontri per combattere la solitudine infinita che è dentro di noi. Ma il sesso può anche diventare un’arma di distruzione ancora peggiore e il senso di fallimento di queste esperienze dà ragione alla nostra solitudine. È come se non riuscissimo a trovare né la pace né la parte positiva dei rapporti che viviamo con le persone che ci vogliono bene, utilizzando contro noi stessi i regali che la vita ci dona.

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