EXPO 2015, un’occasione perduta



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«Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita.»

È il tema dell’EXPO 2015, ovvero il cibo. Cibo che manca, cibo in eccesso, cibo che si spreca, a seconda del Paese, del territorio, del continente. Ci si aspetterebbe quindi di essere immersi nel cibo, nei suoi odori, nei suoi colori, nei suoi sapori. Ci si aspetterebbe di poter provare piatti a noi sconosciuti, alimenti che si coltivano solo in certi Paesi, ricette molto differenti da quelle alle quali siamo abituati, e invece non è così.

Sono stato all’EXPO 2015, come molti altri. Ho girato per i vari padiglioni, visitato le varie esposizioni e mostre e non solo dei Paesi più importanti ma anche di ogni singola nazione africana o asiatica, incluse le più piccole. Questo è un breve reportage della mia esperienza e alcune considerazioni che ne ho tratto.

Innanzitutto ci sono padiglioni di serie A e serie B. Onestamente me lo aspettavo e non mi ha né sorpreso né scandalizzato. In fondo ci sono Paesi molto poveri nel mondo, che possono mettere in gioco ben poche risorse anche in eventi come questi, come la Moldavia, altri che hanno ricchezze tali da poterne fare dieci di padiglioni, come gli Emirati Arabi. Quello che invece mi ha sorpreso è che alla fine c’era molto più cibo in tanti padiglioni di Paesi poveri che in quelli dei Paesi più ricchi, come la Cina o gli Stati Uniti.

«Ma il cibo,
dov’è?»

La prima domanda infatti che mi sono posto dopo un po’ che giravo per i vari padiglioni è stata: «Ma il cibo, dov’è?». Sì, certo ogni padiglione aveva il suo ristorantino o il suo bar dove venivano serviti piatti più o meno locali, forse persino un po’ troppo “occidentalizzati”, a volte, ma a parte quello, la maggior parte del cibo era digitale!

Sì, avete letto bene: digitale. Il 90% del cibo all’EXPO 2015 è infatti artificiale, falso o virtuale. Non voglio neanche polemizzare più di tanto sulle enormi bancarelle di frutta, formaggi o insaccati poste al centro del Decumano, la via principale dell’EXPO, tutti rigorosamente di plastica. Facciamo finta che si tratti solo di scenografia — a mio avviso di cattivo gusto e decisamente kitsch — ma comunque scenografia, e concentriamoci sui vari padiglioni.

Schermi. Ovunque. Piccoli, grandi, panoramici, persino circolari, ma comunque schermi. E non che i filmati fossero poi particolarmente esaltanti. La maggior parte erano di media qualità, sia come contenuti che come risoluzione. Tante foto, tanti video, poco cibo. Una prospettiva completamente dematerializzata delle questioni che girano attorno al cibo nel mondo.

Va bene, ma in fondo è anche giusto spiegare, informare, fare cultura, o no? Parliamone. Spiegare è importante, informare pure, ma prima di parlare di qualcosa, forse sarebbe meglio conoscerlo. Il cibo è cultura: è forse uno dei canali più importanti attraverso il quale ci arriva la cultura di un popolo. Quando andiamo in un altro Paese è una delle prime realtà con cui entriamo in contatto. Sei quello che mangi. Il cibo è parte integrante dell’identità culturale di un popolo, rappresenta il territorio e come questo alimenti i popoli che vi abitano. Ma il cibo è reale. Il cibo va assaggiato, provato, assaporato, annusato, toccato.

«Il cibo si mangia
per strada.»

Chiunque abbia un minimo di esperienza di viaggi, soprattutto di quelli veri, fatti in mezzo alla gente, lontano dalle tradizionali rotte turistiche, sa che nella maggior parte del mondo, e non parlo solo dei Paesi del Terzo Mondo, il cibo si mangia per strada. Frittelle, spiedini, dolcetti, frutta, in tutti i modi e le salse possibili. Le strade sanno di cibo, l’aria stessa odora di cibo. Non solo odori o sapori, ma suoni, parole, rumore di stoviglie e di pentole che ribollono, vapori e fumi. Questo è il cibo nel mondo.

Ho mangiato veramente di tutto nei miei viaggi e buona parte di quello che ho mangiato l’ho mangiato in strada. Una focaccia cotta sulla pietra in un villaggio di beduini, servita con te scuro. Straccetti di carne e filetti di pesce bolliti in un brodo vegetale nelle vie di Bangkok. Granchi giganti sui moli di San Francisco. Spiedini di pesce nei vicoli di paesini greci aggrappati alle colline e affacciati sul mare. Pezzi di pollo marinati con verdure e riso nei quartieri popolosi di Hong Kong. Ogni mio ricordo di viaggio è legato al cibo e ogni cibo a una strada, a una piazza, a una bancarella. Ma in questa esposizione supertecnologica mi sono sentito proiettato in un mondo asettico, dove i colori non avevano sapore, le immagini nessun odore.

Tutta la progettazione di questo evento è un enorme grande equivoco culturale. Entri in un padiglione e al massimo puoi mangiare qualcosa di tipico con una spesa che va dagli 8 ai 15 euro, più o meno. Non è tanto, ma quanti piatti mangerai in una giornata? Due, tre, cinque? Metti anche che spendi 50 euro e ti fai cinque portate diverse. Non è una questione di soldi, ma di stomaco. Più di tanto non puoi mangiare se ogni volta si pretende di darti un pasto completo. E gli altri? Le altre ricette, gli altri sapori? Pazienza. No. Così non va. Così è completamente sbagliato.

Volete sapere quale avrebbe dovuto essere “la mia expo”? Immaginate un grande villaggio globale, fatto di vicoli e stradine, di suoni e grida; un enorme bazar pieno di negozietti, bancarelle, volti di ogni forma e colori possibile, abiti di ogni stoffa e disegno immaginabili. E tu cammini in mezzo a questo ribollire di parole che non capisci, appartenenti a lingue sconosciute, e suoni familiari di stoviglie e pentole. Passi e prendi un assaggio qui, un pezzetto di torta là, una frittella appena scolata dalla padella da un’altra parte. E poi fette di frutta, barrette di carne secca speziata, una ciotola di zuppa di fagioli o di lenticchie. Spendi un euro a una bancarella, qualche decina di centesimi a quella accanto; piccole somme per frammenti di sapori e di odori che ti portano in Paesi lontani e ti fanno provare per un momento un brandello di cultura a te aliena. E cominci a capire.

«Il cibo c’è,
per tutti.»

Cominci a capire che nel mondo c’è molto più cibo di quanto si creda, ma che è distribuito male, come qualsiasi altra risorsa del pianeta, peraltro. Che il caffè o il cacao che pagi caro qui da noi, a chi ha coltivato la pianta è stato pagato quasi nulla. E così le banane, i manghi o gli ananas. Che la ricchezza si è fermata in mezzo e che se fosse arrivata alla fonte di quel cibo, tutti sarebbero stati un po’ più ricchi perché pochi sarebbero stati un po’ più poveri. E che il mondo potrebbe essere migliore, più nutrito, più sano, se solo se ne avesse maggiore cura e si desse a ognuno la possibilità di vivere del proprio lavoro.

E così capisci anche che è stata persa una grande opportunità. Non solo da parte degli organizzatori dell’EXPO, ma da ogni singolo governo che vi ha partecipato, da quelli più ricchi, con i loro lussuosi padiglioni multimediali, a quelli più poveri, che sembrano dei piccoli bar di paese, con i loro ventilatori al soffitto e il fornello a gas su cui ribolle un pentolino. Perché non solo i primi hanno dimenticato che in un’esposizione sul cibo il protagonista è il cibo, ma anche i secondi, che hanno fatto lo sforzo di arrivare fin qui, avrebbero potuto portare molto più di quello che hanno portato, perché i loro sono Paesi ricchi, ricchi di fauna, flora, colori e sapori. Che poi i frutti di questa ricchezza la vedano in pochi è altra cosa, ma non c’è terra più ricca dell’Africa, continente più vario dell’Asia, territorio più vivo del Sudamerica.

«Dove c’è cibo
c’è pace.»

Sono tornato a casa con l’impressione di essere stato defraudato di qualcosa. Non mi interessa di aver fatto un viaggio, di aver speso dei soldi, per uno spettacolo ben misero, ricco di apparenza ma povero di contenuti. Se avessi voluto guardarmi qualche bel video avrei potuto sedermi davanti al televisore e guardare un documentario del National Geographic, o anche semplicemente accendere il computer. La rete è piena di video e di cultura, molti fatti molto meglio di quelli che ho visto all’esposizione. Se avessi voluto uno spettacolo di son et lumière, di eventi in calendario solo in Italia ce ne sono molti. E se avessi voluto mangiare etnico sarei andato in uno dei tanti ristoranti della Capitale. Ho visto più cibo in una singola sagra paesana che in tutti i padiglioni dell’EXPO 2015 messi insieme. No, quello che ho perso non sono né tempo né soldi, ma un sogno: quello di vedere la gente imparare davvero a conoscersi l’un l’altro attraverso il cibo, superando paure e pregiudizi e capendo come sarebbe così bello se la smettessimo di farci del male con guerre, sfruttamento, discriminazioni per imparare a vivere in pace tutti insieme, sedendo attorno ad una tavola comune e prendendo con le mani il cibo da uno stesso grande piatto che ci ha sempre nutriti e che potrebbe farlo ancora a lungo se ne avessimo più cura: il nostro pianeta.

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Commenti (1) a «EXPO 2015, un’occasione perduta»

  1. Andrea ha detto:

    bell’articolo…non ci sono ancora stato, domani ci andrò per la prima volta ma quello che mi hai disegnato tu, una grossa sagra paesana internazionale, sarebbe stato bellissimo. Forse per pochi visitatori però, girare nelle viette piene di bancarelle in qualche migliagio di persone penso sia uno dei peggiori incubi che ci si possa augurare, pensando anche al caldo di questa estate. Non so, domani proverò a confrontare la tua idea di expo con quello che vedrò e vediamo…

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