Honor to the real merit



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Al momento in cui sto scrivendo, il medagliere italiano è il seguente:

#DisciplinaTOT
1Scherma3227
2Tiro a Segno1203
3Tiro a Volo1102
4Taekwondo1012
5Canoa1001
6Tiro con l’Arco1001
7Pugilato0213
8Canottaggio0101
9Pallanuoto0101
10Atletica Leggera0011
11Mountain Bike0011
12Ginnastica Artistica0011
13Ginnastica Ritmica0011
14Judo0011
15Nuoto di Fondo0011
16Pallavolo0011

28 medaglie in tutto, una di più rispetto a Pechino 2008 (di bronzo) e ottavo posto in classifica invece che nono.

La composizione di questo medagliere è alquanto interessante, tuttavia, perché analizzandola in dettaglio si possono capire molte cose del nostro Paese.

La maggior parte delle medaglie, in questa come nelle passate Olimpiadi, sono relative a discipline dove molto del merito è del singolo atleta, della sua perseveranza, della voglia di fare. Molti anni fa, quando gli Abbagnale dominavano nel canottaggio nella specialità del “Due con” assieme al piccolo grande Giuseppe di Capua, era storia conosciuta di come si allenassero ogni mattina all’alba prima di andare al lavoro, tanto che nel 1993 Giuseppe, stanco di fare una vita così sacrificata, se ne uscì con una clamorosa quanto giusta protesta: «Basta con la sveglia alle quattro del mattino, con il lavoro in banca e gli allenamenti ogni santo giorno!» — Giuseppe infatti lavorava per la BNL e all’epoca, quando gareggiava, i giorni in questione gli venivano detratti come ferie.

Tiro a segno e al volo, tiro con l’arco, canoa, pugilato, judo, taekwondo e nuoto in acque libere, sono tutte discipline dove più che le strutture conta l’atleta. Per allenarsi basta un campo, un tatami, un ring, strutture che si possono trovare in molte palestre italiane. Il resto è soprattutto impegno, tenendo conto che questi, spesso, sono davvero atleti non professionisti, inclusi i pugili Clemente Russo e Cammerelle.

A parte la medaglia di Fabrizio Donato nel salto triplo, comunque nelle Fiamme Gialle, e quella di Matteo Morandi nella ginnastica artistica, la maggior parte degli altri atleti fa parte di due categorie: squadre di sport comunque popolari come la pallavolo e la pallanuoto e atleti che, per poter accedere alle strutture necessarie ad allenarsi e soprattutto per avere il tempo di farlo senza che si crei un problema insormontabile con il lavoro, fanno parte di un qualche corpo militare come l’Esercito o le Fiamme Gialle.´È il caso della scherma, anche se ci sono eccezioni notevoli come la Vezzali.



Le discipline in verde sono quelle nelle quali i nostri atleti sono fra i primi,
quelle arancioni dove c’è ancora molto da fare e quelle grigie sono quelle nelle
quali siamo praticamente assenti a livello internazionale, almeno ai massimi livelli.

Ne viene fuori un quadro abbastanza chiaro e cioè che il nostro Paese nello sport non investe, soprattutto non investe in infrastrutture sportive a meno che non siano legate al calcio, onnipresente in Italia a tutti i livelli. Quando infatti un Paese investe davvero nello sport, non perde discipline come il canottaggio, il salto con l’asta o i tremila siepi dove una volta c’erano atleti italiani ai massimi livelli e dove non si è saputo creare il giusto ricambio. Quando un Paese investe davvero nello sport, fa come la Gran Bretagna, al momento terza nel medagliere dietro Cina e Stati Uniti, e che ha già conquistato 64 medaglie di cui 29 ori, coprendo quasi tutte le discipline. Certo, la padrona di casa è spesso avvantaggiata, come abbiamo visto nell’incontro di Cammerelle contro Joshua, ma la stragrande maggioranza di quelle 64 medaglie sono strameritate e dimostrano come si sia preparata alla grande una nazione che non ha certo né le risorse né le dimensioni di Cina e Stati Uniti.

Tornando all’Italia, l’atletica e il nuoto, ad esempio, non solo hanno bisogno di strutture adeguate, ma bisogna che gli atleti possano allenarsi di continuo per mantenere gli impressionanti livelli che richiede la competizione internazionale, e questo non lo possono fare se devono lavorare tutto il santo giorno per tirare a campare in una situazione per giunta di grande crisi. Non tutti gli sport infatti richiedono lo stesso livello di allenamento e soprattutto non in tutti gli sport la forma fisica si può mantenere per più di due o tre olimpiadi. In alcuni a trent’anni sei già vecchio, sebbene ci siano poi sempre alcuni campioni, come la Josefa Idem, pronti a dimostrarti il contrario sul campo. Ma sono comunque un’eccezione; c’è poco da fare, se si vogliono le medaglie bisogna allevare campioni e questo richiede una strategia a livello nazionale, infrastrutture e fondi, anche solo per permettere agli atleti di partecipare alle competizioni internazionali in giro per il mondo. Per competere, infatti, non basta essere allenati, ma bisogna prendere confidenza con la competizione in sé, la pressione e lo stress del confronto con altri atleti di altri Paesi.

Il caso di Alex Schwazer ne è un esempio: spesso la pressione è tale che un atleta può crollare psicologicamente ed è abbastanza chiaro come questo sia successo ad Alex. Il nostro è un Paese che sa solo generare polemiche, non dà nullo allo sport, quello vero, ricordandosi dei nostri atleti solo quando devono vincere una medaglia. Gli atleti vanno supportati anche sul piano psicologico, perché per loro spesso è più facile affrontare la gara che la stampa e le attese nei loro confronti, anche perché una medaglia si può perdere per un centesimo di secondo, o a parità di punti per un sorteggio o una decisione arbitrale, ed allora è davvero dura.

Concludendo, le medaglie che gli atleti italiani hanno portato al nostro Paese sono sostanzialmente solo un loro merito e un merito degli allenatori e di quelle pochissime strutture e palestre, circoli e forze armate che li hanno sostenuti e hanno permesso loro di arrivare a quei traguardi. Quella è l’Italia che può dire con merito «abbiamo vinto». Le istituzioni e soprattutto il CONI, invece, dovrebbero solo restare in silenzio perché loro no, loro non hanno vinto alcunché e non meritano di affermarlo.

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