Ospedale San Raffaele: le mani della politica sulla sanità laziale



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Don Luigi Verzé

Una volta, a Roma, c’era il San Raffaele. Non quello che c’è ora, sulla Pisana, ma a Mostacciano, dove oggi sorgono gli Istituti Fisioterapici Ospitalieri, ovvero l’Istituto nazionale tumori Regina Elena e l’Istituto dermatologico San Gallicano. Era stato realizzato da Don Luigi Verzè sul modello milanese ma nel 1999 l’allora ministro Rosy Bindi, oggi presidente del Partito Democratico e vicepresidente della Camera dei Deputati, lo costrinse a vendere la struttura alla potente famiglia Angelucci.

È lo stesso Don Luigi a raccontare le pressioni, i confronti molto duri e i messaggi trasversali che alla fine lo costrinsero a cedere l’ospedale e a lasciare la Capitale, buttando così al vento decine di miliardi di denaro pubblico e una struttura che non aveva nulla da invidiare ai più grandi ospedali del Nord America.


Pelle per Pelle
[Mondadori]

Nella biografia «Pelle per pelle» pubblicata da Mondadori, si legge infatti che il San Raffaele sorse dall’acquisizione di un albergo abbandonato nella zona di Mostacciano, acquistato a un’asta fallimentare nel 1983. In dieci anni Don Luigi lo trasformò nel più moderno ospedale della Capitale. Purtroppo Roma vuole anche dire vedersela con i palazzi della politica e con quelli vaticani. Racconta Don Luigi:

«Nel 1994 il rettore dell’università la Sapienza, Tecca, e io ci scambiamo le lettere d’intenti per un accordo universitario. Tutti mi chiedono, in quegli anni, di portare anche a Roma la filosofia del S. Raffaele; io so perfettamente di correre il rischio di ricatti e veti, ma alla fine cedo. Nel 1997 il San Raffaele di Mostacciano è pronto e il ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer (governo Prodi) firma il decreto che sdoppia la costipatissima Facoltà Medica della Sapienza e colonizza il S. Raffaele di Mostacciano, la cui gestione rimane alla Fondazione Milanese. “Lei deve venire a Roma”, mi dice il ministro a cose fatte. E arriva a battere i pugni sul tavolo come fanno quelli che vogliono sottolineare l’importanza di un gesto.»


Piero Badaloni

E Don Luigi ci viene a Roma, acquista l’albergo, lo ristruttura, lo arreda e lo dota di tecnologie all’avanguardia per l’epoca, come è uso nella filosofia del San Raffaele. Vengono assunte 150 persone, aperti i primi ambulatori, trasferiti i docenti della Sapienza al nuovo ospedale avviando così di fatto la seconda facoltà di Medicina della Capitale. Tutto è pronto, eppure non si parte, nonostante che la situazione ospedaliera romana sia allo stremo, tanto che alcuni esami, come la PET, neppure si possono effettuare. Il motivo? Mancano le convenzioni con la Regione, senza le quali nessun ospedale pubblico o privato può sopravvivere. Piero Badaloni (PPI), allora Presidente della Giunta Regionale del Lazio, si rifiuta di firmarle. Continua infatti il racconto:

«Mi accorgo che qualcosa bolle in pentola e mi precipita di nuovo dal ministro Berlinguer. Gli faccio notare che ho speso 400 miliardi per realizzare l’ospedale e spendo milioni ogni giorno per i macchinari e per il personale. Com’è possibile che non arrivi il via libera? Lui allarga le braccia e mi dice con aria da sconfitto: “Ho fatto il decreto, che altro dovrei fare?”. Allora mi sovviene un episodio che avevo sottovalutato. Un giorno ero in Parlamento e stavo parlando con Berlinguer quando passa lei, Rosy Bindi, la ministra della Sanità. Berlinguer la chiama: “Vieni, c’è Don Verzè”. Lei non si ferma neppure, ma accelerando sibila: “Non sono affari miei”. Neppure un saluto».

Don Luigi capisce che una certa sinistra, cattolica, dossettiana e lapiriana, giustizialista e pauperista, egalitaria e autoritaria, è scesa in trincea. Li chiamano cattocomunismi e sono i nemici più agguerriti e determinati che il San Raffaele abbia mai avuto dai tempi di Bucalossi e degli schiaffi milanesi. Inoltre possono contare su buoni alleati in Vaticano. Infatti, prosegue Don Luigi:

«Nel luglio 1998 mi chiama Cesare Geronzi, e mi avverte che Rosy Bindi vuole cacciarmi da Roma. Ma non si ferma qui, è mio amico e aggiunge: non è solo la Bindi a volerla distruggere, anche al di là del Tevere premono. Poi mi rassicura: li ho dissuasi dall’insistere nell’insidiarvi e ho detto che chi tocca il San Raffaele, tocca gli interessi della Banca di Roma.»

Ai primi di settembre il presidente del San Raffaele viene convocato da Rosy Bindi.


Rosy Bindi

«L’appuntamento è per le cinque di pomeriggio a Roma. Arrivo e aspetto. Le sei, le sette, le otto. Alle nove ecco la Bindi. Si presenta e mi dice: “Lei deve andare via da Roma”. Sei parole, è tutto. Io le rispondo: “Per me è facile, prendo l’aereo, ma il San Raffaele resta dov’è”. Allora lei affonda il colpo: “So bene che è la più bella struttura del Paese, ma Lei lo deve vendere a me, al mio Ministero”. È l’unica cosa che non doveva dirmi, le rispondo triste e innervosito: “Ho costruito un tempio della medicina e della sofferenza e un sacerdote non può vendere un tempio. lo e lei non ci vedremo mai più”. Me ne vado mentre la ministra borbotta qualcosa.»

Sulle sorti del San Raffaele di Roma scende una cappa di pessimismo. Dopo quel gelido colloquio fra la ministra della Sanità e Don Verzè anche i rappresentanti degli istituti di credito che finanziano Don Luigi cominciano a fare strani discorsi. Annota lui:

«Il presidente della Cariplo Giovanni Ancarani, mio ospite in cascina, ci squaderna una situazione di pericolo.»

In pratica, in caso di mancata vendita a Roma, esisterebbe la possibilità di un commissariamento a Milano. Una vera e propria vendetta trasversale, nel migliore stile mafioso. Il tono delle telefonate di tutti gli altri è questo:

«Caro Don Luigi, se per caso avete intenzione di non aderire all’offerta noi saremo costretti a tagliare i fidi bancari. E lei sa di quanto siete esposti con tutte le vostre iniziative».


Massimo D’Alema

L’8 ottobre cade il governo per un voto. Per un attimo si riaccende la speranza. Ma Rosy Bindi viene confermata al ministero dal nuovo premier Massimo D’Alema. Ormai Don Luigi non ha scelta: deve vendere. Lo Stato prepara una perizia ma, invece di affidarsi all’Ufficio tecnico erariale, si rivolge a un privato adducendo motivi d’urgenza. La valutazione di questa perizia è 201 miliardi. Alla notizia Don Luigi sobbalza sulla poltrona: ne ha spesi 350. Anche secondo i suoi esperti — l’inglese Richard Ellis e la società American Appraisal, i migliori del mondo — il San Raffaele di Roma vale molto di più, 340 miliardi per gli inglesi, 330 per gli americani. Ma la risposta della Bindi è lapidaria: o 201 miliardi o niente. E le pressioni delle banche si fanno via via sempre più insistenti.


Antonio Angelucci

Don Luigi è costretto a firmare un preaccordo per quella cifra, poiché l’unica alternativa sarebbe lasciar languire l’ospedale e licenziare 150 persone. E proprio a quel punto succede qualcosa: squilla il telefono di e dall’altro capo del filo c’è Antonio Angelucci, un nome importante della sanità romana. La sua proposta è schietta:

«Don Verzè, abbiamo saputo che la sua struttura di Roma è in vendita. Siamo interessati e vorremmo farle un’offerta: 270 miliardi compresi case e terreni sull’Appia Antica, Le vanno bene?»

Coincidenza? Una mossa studiata a tavolino? Impossibile dirlo. Certo il dubbio rimane… Fatto sta che il consiglio d’amministrazione del San Raffaele decide che rinunciare a 69 miliardi in più sarebbe stato insensato, data la situazione politica, per cui Don Luigi accetta l’offerta degli Angelucci. 270 miliardi di lire per l’ospedale, 130 ettari di terreno a verde all’interno del raccordo anulare, una villa sull’Appia Antica e 15.000 metri quadrati di parco. Un’ottimo affare… per gli Angelucci.

Tutto è bene quel che finisce bene? Assolutamente no: infatti qualche giorno dopo, il ministero, in possesso di una lettera di intenti firmata non da Don Verzè ma da un consigliere, denuncia il San Raffaele per comportamento contrattuale scorretto e minaccia una causa civile chiedendo il sequestro giudiziale dell’ospedale. Così, di fronte all’ipotesi di cinque o sei anni d’attesa prima di una sentenza in Tribunale, il Consiglio della Fondazione è costretto ad accettare un accordo extragiudiziale e pagare un indennizzo di sette miliardi al ministero per poter poi vendere agli Angelucci. Dopo sei mesi gli Angelucci rivendono il San Raffaele per 320 miliardi allo stesso ministero della Sanità che lo aveva valutato 201, con una plusvalenza secca di 50.


Lionello Cosentino

Quarantotto ore prima delle elezioni regionali, Rosy Bindi, Piero Badaloni e Lionello Cosentino, Assessore Regionale alla Sanità, diessino, annunciano alla stampa:

«Finalmente si apre al pubblico una struttura sanitaria che era bloccata da tempo.»

 

Verissimo, peccato che era da loro che era stata bloccata! C’è di più. Stiamo parlando di una struttura che, se non fosse stata palesemente osteggiata, avrebbe funzionato gratis, senza costringere lo Stato a sborsare 320 miliardi. Rimane in piedi una domanda: come mai per il ministero un ospedale vale 20 miliardi se a venderlo è Don Verzè e ne vale 320 sei mesi dopo quando a venderlo è la famiglia Angelucci? E perché la Bindi, D’Alema, Badaloni e Cosentino hanno generato questa assurda situazione che certo non ha alla base l’interesse dei cittadini? Quali erano i veri interessi? In un Paese in cui gli scandali si tirano fuori solo quando strumentali ad un’azione politica, nessuno ha mai investigato, né giornalisti né tanto meno magistrati, per cui quali vantaggi i vari politici ne abbiano tratto non lo sapremo forse mai. Altro discorso è per gli imprenditori… lì, il vantaggio, è più che evidente. Probabilmente non è stato commesso nessun reato o forse è solo molto difficile dimostrarlo. ma c’è una cosa che forse è più importante anche della Legge, ovvero l’etica. Che quella sia stata violata è una triste realtà.

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