Morte annunciata: avanti il prossimo



Più volte, in questi ultimi anni, ho denunciato pubblicamente la discriminazione sessista che imperversa in molti Tribunali Civili, soprattutto a Roma, nei confronti dei padri separati. Più volte ho denunciato come molti avvocati e studi legali si siano strenuamente opposti all’approvazione delle sull’affido condiviso in quanto avrebbe messo in serie pericolo un giro d’affari miliardario costruito sul conflitto nelle cause di affidamento dei figli. Più volte ho denunciato come ancora oggi, a distanza di oltre un anno dall’approvazione della 54/2006, ci siano giudici che si rifiutano di applicare la legge.

Ma soprattutto più volte ho affermato che era solo questione di tempo prima che un padre disperato e ignorato da una società sessista, da una magistratura ignava e incompetente, dai media interessati solo agli scoop e da una politica ipocrita e demagogica, entrasse in un Tribunale e sparasse alla madre dei suoi figli. Più volte l’ho detto e l’ho scritto, anche a giornali ed istituzioni: purtroppo, il 17 ottobre 2007, la cronaca ha finito per darmi ragione.


IL FATTO

Sparatoria in un Tribunale di Reggio Emilia: 3 i morti

Una sparatoria è scoppiata all’interno del tribunale di Reggio Emilia. Nello scontro a fuoco sono morte tre persone. Si tratta di un albanese che, dopo aver ucciso la moglie e colpito a morte un parente mentre erano in attesa in una sala per partecipare a un’udienza di separazione, è stato colpito a morte da un agente di polizia. La sparatoria è avvenuta nell’aula delle separazioni civili del tribunale. Due avvocati, tra cui il legale che assisteva la donna, e un poliziotto sono rimasti feriti non gravemente.

COME HANNO DATO LA NOTIZIA I MEDIA

ANSA: Quando è entrato in tribunale aveva già deciso tutto: voleva fare una strage. Clirim Fejzo, albanese, 40 anni, aveva con sé una pistola. L’aveva comprata per porre fine alla vita di Vjosa, la moglie amata da sempre, poi minacciata, picchiata, tormentata. Fino a che si era ribellata e aveva trovato il coraggio di denunciare i suoi continui soprusi. … La tranquilla quotidianità del tribunale (sic!) si è trovata in pochi minuti sconvolta …

CORRIERE: Sparatoria da Far West in tribunale a Reggio Emilia. Un albanese ha aperto il fuoco all’impazzata durante un’udienza di separazione. … La moglie dell’omicida ucciso era da mesi ospite della «Casa delle donne» di Reggio Emilia insieme alle figlie per pesantissimi dissidi col marito: pare che fosse lei a non voler concedere il divorzio al marito. A scatenare la rabbia dell’uomo sarebbe stata una denuncia della moglie, dopo che il padre era andato a prendere la figlia più piccola a scuola senza il «permesso» della consorte. …

LEGGO: … A scatenare la rabbia di Fejzo, la ribellione della moglie, che dopo essere stata minacciata, picchiata e tormentata, aveva finalmente trovato il coraggio di denunciare i suoi continui soprusi.

COME STAVANO REALMENTE LE COSE…

  • L’uomo aveva avuto l’affidamento delle figlie perché ritenuto più affidabile.
  • Le denunce da parte della moglie erano avvenute in seguito alla vicenda di separazione e all’affidamento delle figlie al padre.
  • La moglie si era rifugiata presso un centro anti-violenza (Associazione Non da Sola) che avrebbe avuto una parte rilevante nella vicenda e nelle denunce.
  • La figlia sedicenne difende apertamente e nonostante tutto il padre: «Era il più amorevole e responsabile dei padri. La moglie, fredda ed anaffettiva, lo aveva esasperato».

…ANCHE ATTRAVERSO LE PAROLE DELLA FIGLIA

Tisjana Fejzo, la primogenita di Clirim, dice: «Mio padre è sempre stato un uomo tranquillo e sereno: andava d’accordo con tutti e per noi figlie ha fatto tantissimi sacrifici a differenza di nostra madre: lei nell’ultimo anno ci aveva abbandonato quattro volte. La prima volta era stata ospitata dal fratello morto, la seconda era andata ancora da Arjan che però non se la sentiva più di ospitarla, e così si era trasferita dall’altro fratello Valmir. Poi è ritornata, ma poco dopo si è trasferita di nuovo da Valmir. Mio padre la accettava sempre, l’avrebbe sempre accettata. L’ultima volta, era l’11 novembre 2006, se n’è andata per sempre».

Sui rapporti tra i genitori la ragazza dice: «Sono scoppiati quando mio padre le ha chiesto di tornare in Albania perché sua sorella era morta. Lei non voleva affatto, e da allora non facevano altro che litigare. Lui voleva ottenere la separazione in Albania, dove ci sono alcuni beni di famiglia, lei non voleva e lo ha minacciato più volte. Mia madre non aveva mai parlato con noi di ciò che accadeva tra loro. Io le avevo detto di separarsi con le buone, lei diceva "Vediamo". Non ho mai sentito mio padre minacciarla, e a noi non ha mai fatto del male: per noi si faceva in quattro».

Le due figlie avevano chiesto di stare con il padre: «Sapevamo che aveva ragione: faceva l’artigiano, ha fatto di tutto per non farci mancare niente, mentre nostra madre parlava solo dei soldi che lui le doveva. Lui ha chiesto più volte aiuto alle forze dell’ordine e ai servizi sociali, ma non l’hanno aiutato. Voleva rivedere mia madre, sapevo che aveva chiesto degli incontri anche tramite l’avvocato, ma non ha mai avuto risposta. Non ne poteva più».

Poi la goccia che ha fatto traboccare il vaso: «Mia madre è andata a prendere a scuola mia sorella, ma mio padre non è stato avvisato: se l’è trovata davanti e hanno litigato. Tre volte sono andata a trovarla alla Casa delle Donne, ma mi ha liquidata in poco tempo: l’ultima volta mi ha detto di farmi la mia vita, mi trattava come se non fossi più sua figlia».

Così si arriva al dramma finale: «Mio padre era tranquillo, ero seduta accanto a lui. Poi ricordo solo una scena: il poliziotto che ha ricaricato la pistola. Mio padre ci ha fatto del bene, ed è scoppiato perché non ne poteva più. Ha chiesto aiuto e non lo hanno ascoltato. Nonostante tutto non posso dimenticarlo».

Tratto da un articolo de «Il Giornale»

UNA FACILE PROFEZIA

Così un uomo e una donna sono morti, due bambine sono rimaste senza genitori, ma i veri colpevoli sono ancora a piede libero. Quegli assistenti sociali che avrebbero dovuto aiutare quel padre, quell’associazione in difesa delle donne che ha emesso un verdetto di condanna senza preoccuparsi delle prove, quei magistrati che hanno gestito l’ennesima separazione come tutte le altre, in accordo a una giurisprudenza sessista e di comodo, quegli avvocati che hanno visto in tutto ciò solo un’altra opportunità di guadagno, tutti loro e tutti coloro che continuano ad alimentare questo stato di discriminazione, non diverso da quello nei confronti degli ebrei da parte dei nazisti o dei bianchi americani nei confronti delle persone di colore ancora fino a metà degli anni Settanta, tutte queste persone hanno sulle loro mani il sangue di quei due genitori e delle migliaia di uomini, donne e bambini morti a causa della legge sull’affido esclusivo prima e sulla non applicazione di quella sull’affido condiviso adesso.

E allora vi faccio un’altra previsione. Prima o poi, la consapevolezza su chi siano i veri responsabili di tutto ciò si farà sempre più largo nelle menti e nei cuori dei padri separati, e allora qualcuno smetterà di vedere nell’ex-coniuge il vero responsabile dei suoi problemi e quella pistola finirà per rivolgerla verso la fronte di una di queste persone: un avvocato, un assistente sociale, persino un giudice. Prima o poi succederà: è solo questione di tempo. La violenza non è una soluzione, ma se si porta una persona alla disperazione, non ci si può poi dolere che si sia comportata da disperata.

Purtroppo è destino di Cassandra non venire ascoltata.

Commenti (2) a «Morte annunciata: avanti il prossimo»

  1. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Rispondo al commento di latorredibabele pubblicato su Blogfriends al presente articolo:

    COMMENTO

    «Cerchiamo di essere chiari. Non cerchiamo colpevoli. Il colpevole è uno solo, colto da follia. Niente può giustificare una strage, nessuna motivazione. Altrimenti dovremmo trovarla per ogni reato. Ogni fatto di sangue è frutto di disperazione.»

    RISPOSTA

    Non sono d’accordo.

    Innanzi tutto non sono d’accordo che si sia trattato di un atto di follia.

    Se si vede la cosa sotto il profilo psicologico, non esiste la “follia”, ma uno stato maniaco-depressivo che può portare ad atti violenti contro gli altri o contro se stessi. La depressione può essere curata, ma perché questo avvenga va innanzi tutto riconosciuta. Tuttavia la cosa più importante è che la depressione è spesso originata da fattori esterni anche se può attecchire là dove esiste una maggiore predisposizione, a volte anche ereditaria. È tuttavia importante chiarire un punto: ognuno di noi ha un punto di rottura e, messo nelle condizioni “giuste”, anche la persona più dolce e tranquilla può essere spinta a quello che si definisce impropriamente un “atto di follia”. Il fatto è che non vogliamo affrontare questa verità perché vorrebbe dire ammettere di non avere sempre e comunque il controllo di se stessi, e questo è psicologicamente destabilizzante per molte persone.

    Dal punto di vista sociale, inoltre, l’imputare alla “follia” un qualsiasi atto di violenza è un modo molto semplice per evitare di affrontare quei fattori esterni che l’hanno causata. In pratica un modo di scaricarsi la coscienza. Certo, il singolo atto può sembrare inspiegabile, ma quando una serie di atti compiuti da persone differenti per età, ceto, etnia, messe nella stessa situazione arrivano a comportarsi nello stesso modo, quando una serie di scelte a livello sociale più o meno legittimizzate da leggi o normative o semplicemente conseguenza di una cultura o di una mentalità consolidatasi nel tempo creano una forte situazione di disagio alla cui base c’è una miscela esplosiva composta da una chiara percezione di ingiustizia e da un forte senso di impotenza, allora non si può più parlare di caso isolato, di atto di follia, di fatto di cronaca. Siamo di fronte a un problema sociale che va affrontato e che è solo ipocrisia attribuire al singolo.

    Ne consegue che non sono d’accordo che ci sia quindi un solo colpevole.

    Chi come me conosce molto bene il livello di sofferenza e di ingiustizia conseguente a una discriminazione che ci si ostina a negare ma che è fin troppo reale, non può e non deve accettare che ci si possa nascondere dietro alla giustificazione che si tratta di un problema personale, una situazione che dipende solo e comunque dalle persone direttamente coinvolte. Non è così. Quando ero ragazzo, negli anni Sessanta, negli Stati Uniti gli afro-americani erano ancora discriminati e spesso, soprattutto nei tribunali, venivano facilmente condannati. Molti erano innocenti ma non si potevano permettere un buon avvocato, altri erano effettivamente colpevoli, ma la loro era una reazione a tutta una serie di soprusi che ci si aspettava sopportassero in silenzio. Affermare oggi che un padre separato che, disperato commetta “un atto di follia”, ne sia il solo e unico colpevole, è come affermare che tutti coloro che, per disperazione, discriminati per la loro etnia, il colore della pelle, la religione, il sesso, hanno reagito in modo violento, erano semplicemente dei folli e che coloro che li avevano discriminati, perseguitati, violentati, non avevano alcuna responsabilità.

    Negli ultimi anni sono morti migliaia di uomini, donne e bambini perché ognuno di questi fatti è stato considerato solo un “fatto di cronaca” e non il sintomo di un malessere più profondo, un malessere voluto, cercato, funzionale a chi di conflitto vive e si alimenta. Perché dietro a queste morti ci sono interessi ben precisi e scelte di comodo che nulla hanno a che vedere con il tanto sbandierato interesse del minore né tanto meno con i diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti a ogni individuo.

    Chi come me è stato minacciato, ha ricevuto telefonate minatorie ed è stato discriminato direttamente ed esplicitamente proprio a causa del suo impegno sociale in tal senso e della battaglia che conduce da tempo, sa come sia facile desiderare di spaccare il mondo, di prendere questa società per il collo e sbatterla con forza finché non si svegli, finché non cambi qualcosa. Lo sa e, sebbene sia stato capace di controllarsi, di rimanere una persona civile, di non farsi prendere da quella furia che pure sarebbe più che giustificata, di continuare a rifiutare la violenza perché profondamente convinto che non è nella violenza la soluzione, non può fare a meno di comprendere perfettamente quell’angoscia, quella pena profonda, quel senso di impotenza che ha preso quel padre così come molti altri. E allora il suicidio — e sono centinaia i papà separati che si sono uccisi perché violentati da questo sistema — e persino l’omicidio sono solo l’inevitabile conseguenza di una società malata che raccoglie ciò che ha seminato, e in cuor mio non me la sento di condannarli.

    Ci sono situazioni che solo se le si prova possono essere comprese, e vedere come persone che non hanno la più pallida idea di cosa sia l’Inferno in Terra si permettano anche in buona fede giudizi affrettati e superficiali, ripetendo acriticamente una serie di affermazioni che ad arte sono state inculcate nella nostra società quale atto di disinformazione da parte di chi invece sa benissimo come stanno le cose e non vuole che cambino, fa persino più male.

  2. utente anonimo ha detto:

    La vicenda è sicuramente tragica ma la cruda realtà è che queste situazioni sono molto, molto frequenti e l’esasperazione di molti mariti costretti a vivere di stenti e vedere pochissimo i prpri figli porta a volte ad azioni estreme. Non sono certo giustificabili ma sicuramente si può e si deve fare di più per tutelare non solo la parte, diciamo così, più debole della famiglia (moglie e figli) ma allo stesso tempo pensare anche ai mariti che spesso pagano troppo caro il prezzo di una relazione non riuscita. Io mi trovo attualmente in un momento molto difficile, il mio matrimonio sta finendo e non so cosa mi riserverà il futuro. Se qualcuno è interessato a discutere o commentare:  lasciato.blogspot.com                          mail nick7176@gmail.com 

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