Musica Sacra Contemporanea



Musica Sacra Contemporanea
di Marinella Saiu

Gli «Incontri di Musica Sacra Contemporanea», istituiti da Sandro Gindro che ne è il direttore artistico, presentano come comune denominatore l’esigenza da parte dei musicisti, esecutori e compositori di interrogarsi attraverso la musica sul grande mistero della religione e del sacro in generale. Quest’anno la manifestazione — unica nel suo genere — si svolgerà a Roma, Bari e Venezia, in alcune delle più belle chiese delle città, e offrirà al pubblico brani in prima esecuzione assoluta di compositori, di ogni confessione religiosa, i cui linguaggi, fortemente diversi tra loro, esprimono la comune volontà di affrontare un lavoro di indagine artistica e spirituale estremamente approfondito. Nelle edizioni precedenti gli «Incontri» hanno ospitato composizioni di autori che rappresentano la storia della musica contemporanea: Bruno Bettinelli, Ennio Morricone, Roman Vlad, Goffredo Petrassi, Virgilio Mortari e altri. Incontriamo Sandro Gindro che vive e lavora a Roma e Parigi. Oltre che compositore è anche psicoanalista clinico, docente universitario e Presidente dell’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali. Al fondatore degli «Incontri» sembra, però, non bastare: è anche autore di musica da camera e sinfonica, vocale strumentale, scrittore di teatro più volte rappresentato in Italia ed all’estero. Ha lavorato a lungo per il cinema e la televisione e ha al suo attivo numerose pubblicazioni di libri, saggi e articoli.

Gli «Incontri di Musica Sacra Contemporanea» prendono vita nel 1988 da una sua idea. L’iniziativa è nata per la mancanza di questo genere nello scenario musicale, per una sua esigenza personale, per offrire una risposta più ampia a persone alla ricerca del sacro?

Per tutte e tre le ragioni. Effettivamente la mia esigenza personale di ricerca del sacro, del mistero (non strettamente legato a una religione precisa) è molto profonda: l’ho sempre sentita, fin da bambino. Gli «Incontri» sono stati un tentativo e ho trovato molte persone che mi hanno seguito, quindi c’è un’esigenza reale. La sorpresa più grande è stata la presenza di molti giovani nel pubblico. E badi bene, non erano musicisti, ma operai, studenti. Io che mi aspettavo un pubblico di "vecchietti" ero stupito che la maggioranza dell’uditorio fosse composto da ragazzi e ragazze. E la parte più affascinante è stata discutere con loro.

Nello scenario musicale, quindi, mancava la musica sacra?

Nella musica classica già Bach, Mozart, Beethoven hanno composto musica sacra. In quella contemporanea no. Io ne ho parlato con i miei colleghi musicisti che, però, sostenevano che la musica contemporanea avesse già fama di essere noiosa e se avessimo aggiunto il sacro (che fa venire in mente messa, chiesa, confessione) nessuno sarebbe venuto a sentirla. A me interessava, prima di tutto, che fossimo noi a provarci e vedere cosa avrebbe provocato dentro di noi scrivere musica sacra. Cos’è poi la musica sacra? Io un tempo dicevo che quando la musica è bella è tutta sacra. Ed è vero, come tutte le cose: quando sono belle sono sacre. Poi, però, ho capito che c’è anche un modo di impegnarsi nel capire il mistero. Io non credo che siamo soli nell’universo e vado alla ricerca del segreto che c’è in esso. Ci sono grandi musicisti che l’hanno scoperto. E io volevo provarci.

Da quando è cominciata la rassegna lei ha incontrato molti compositori e esecutori di tutto il mondo che hanno voluto interrogarsi, attraverso la musica, sul mistero della religione. È forse la musica a imporre necessariamente queste domande?

Sì. Naturalmente se si scrive musica con sincerità e non soltanto per motivi economici. E si è sinceri quando si scrive per capire qualcosa della vita, della morte, di cosa c’è dietro quello che sta dietro. La musica è il giusto linguaggio: non ha parole, non ha immagini, ma "soltanto" suoni. E nell’andare a scoprire cosa c’è dietro quel suono, in quel suono, c’è proprio il mistero dell’universo. Se si è sinceri è impossibile non porsi queste domande.

Negli «Incontri di Musica Sacra Contemporanea» del 2001 ha deciso di coinvolgere artisti di tutte le confessioni religiose, quasi a porre l’accento che è questa la realtà del nostro paese. È un suggerimento per il pubblico ad avvicinarsi alle culture e ai credo che forse ancora ci spaventano?

Sicuramente. Vorremmo far capire (e non so se io e i miei amici compositori ci riusciremo) che gli esseri umani sono tutti uguali. Io non credo che un nero sia diverso da un giallo. E anche nell’inconscio: posso interpretare i sogni di un nero che non conosco, basta che abbiamo una lingua in comune. È impressionante quanto siamo uguali, molto più uguali che diversi. Certo le forme in cui si esprimono l’amore o la religione cambiano per ragioni storiche, ad esempio. E anche questo è bello. Tra i compositori degli «Incontri» ci siamo io e un monsignore cattolici, un protestante, un cinese buddista, un musulmano, un ebreo. Sono rimasto sbalordito dalle linee comuni delle nostre partiture: c’è qualcosa che unisce tutti.

Negli ultimi vent’anni in Italia, e non solo, si sente sempre più un forte bisogno di spiritualità, ne sono un esempio la new age, il buddismo, sette di vario tipo. Perché, secondo lei?

La Chiesa cattolica era stanca: ripeteva sempre le vecchie formule. La gente era stufa e si era un po’ allontanata spostando l’interesse verso le scoperte scientifiche, la politica negli anni ’70… Tutte cose utili, certamente. Ora, che la religione si apre a nuovi modi di leggere e sentire se stessa, c’è un bisogno di spiritualità che va anche oltre la religione confessionale. Perciò ho pensato che non fosse importante che io fossi cattolico o un altro greco ortodosso: sentiamo quello che sentiamo.

La spiritualità è anche un modo per cercare la guarigione?

La religione è, senza dubbio, anche un mezzo per guarire. È anche vicina alla psicoanalisi, perché se la psicoanalisi è vera porta a riflettere su queste cose. Sotto sotto la psicoanalisi pone le domande della religione: perché devo morire? È una delle domande. Perché mi sono innamorato? Perché desidero sessualmente quella persona e non quell’altra? Perché io ho queste perversioni sessuali (che gli altri definiscono perversioni)? Ma lo sono poi davvero? Psicoanalisi e religione dovrebbero camminare parallelamente perché si pongono gli stessi problemi, anche se poi si lavora in modo diverso.

Nel programma degli «Incontri», oltre ai concerti, propone conferenze e approfondimenti. Quanto e perché la musica ha bisogno di parole?

Rispondo con una battuta: per dimostrare che non ne ha assolutamente bisogno. È una battuta, ma con un fondo di verità: arrovellandosi per trovare parole per spiegare la musica (e l’arte in generale), si capisce cosa c’è dietro. Lo sforzo per esprimersi verbalmente, e non soltanto con le note, è un mezzo per arrivare vicino a quello che c’è dietro la musica.

Quanto conta la musica contemporanea nel panorama culturale italiano?

Pochissimo. Tant’è vero che i compositori si occupano parallelamente d’altro: musica per film, musica commerciale o insegnano. Bisogna anche guadagnare.

Per quale ragione la musica "colta" contemporanea non trova un pubblico altrettanto disponibile come per la musica classica?

È un problema attuale. Per esempio dopo la prima de «La Traviata», nel 1853, c’era la portiera che discuteva con il pizzicagnolo dell’opera. E sa perché? Perché la capivano. Oggi nelle opere contemporanee si sentono solo suoni, molte volte è puro sperimentalismo e si vuole principalmente stupire. Così la gente si annoia e non la segue perché non si capisce niente. Molti compositori fanno musica per loro stessi: un compositore propone il suo brano di fronte ad altri cinque compositori e viceversa. E non vogliono farsi capire perché hanno paura. Una delle accuse alla mia musica è che si capisce troppo. E io dico: meno male! Fortunatamente si intravedono dei leggeri cambiamenti.

Ha aperto un sito Internet, come pensa di interagire con il mondo variegato della rete?

Come ho sempre fatto: ricevendo domande e provocazioni e rispondendo con domande e provocazioni. Parlando di tutto. Per adesso sono un po’ imbarazzato a muovermi in questo mondo, ma ci voglio provare: mi diverte.

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