The lost digital



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Ormai quasi il 50% delle regioni italiane è passato al digitale terrestre. La città in cui abito, ovvero Roma, è stata una delle prime città a spegnere definitivamente il segnale analogico nell’ormai lontano 2009, per cui sono già quasi due anni che nella Capitale i romani utilizzano gli appositi decoder o i nuovi televisori abilitati alla TDT (Televisione Digitale Terrestre) o, come è più conosciuta con l’acronimo inglese, DTT (Digital Terrestrial Television).

Due anni sono un tempo più che sufficiente per valutare una tecnologia e le sue eventuali evoluzioni, per cui, almeno per quanto mi riguarda, credo sia arrivato il momento di buttar giù qualche considerazione su quello che è stato presentato ai cittadini come un “cambiamento epocale” nell’ambito della tecnologia televisiva. Prima, però, vorrei ricordare un aspetto non secondario di questo cambiamento: al contrario di quanto è avvenuto con Internet, ovvero con la rete globale, oppure con la telefonia mobile e con molte altre tecnologie che hanno cambiato le abitudini del nostro, come di molti altri, Paese, quella alla TDT non è stata una transizione naturale nata dal basso ma piuttosto un rinnovamento forzato, ovvero imposto dall’alto.

E veniamo alla TDT. Iniziamo con il ricordare quali siano o, quantomeno, quali avrebbero dovuto essere, i vantaggi per i telespettatori della TDT rispetto alla vecchia televisione analogica.

Il primo e più evidente è quello di poter usufruire di un numero molto maggiore di canali, dato che questa tecnologia permette di sfruttare per ogni canale una banda di frequenza la cui larghezza è circa il 20% di quella usata dai canali analogici. In pratica ogni canale è “più sottile”. Inoltre è possibile associare a ogni canale tutta una serie di informazioni che possono essere usate, ad esempio, per fornire un servizio integrato di guida televisiva, un po’ come il vecchio Teletext.

Il secondo è quello di poter avere una qualità del segnale molto maggiore, paragonabile a quella di un DVD, meno sensibile alle interferenze e in grado di sfruttare formati diversi dal classico 4:3 come ad esempio l’ormai affermato 16:9. L’unico problema è che mentre un segnale analogico è comunque visibile anche in caso di forti interferenze, quello digitale sotto una certa soglia scompare del tutto: in pratica, o si vede bene, o non lo si vede affatto.

C’è poi l’interattività, ovvero la possibilità di interagire con la trasmissione tramite l’apposito telecomando, se il decoder o il televisore lo prevede, così come la possibilità di avere più tracce audio e quindi la possibilità, ad esempio, di scegliere la lingua desiderata, se disponibile. Quest’ultima caratteristica è molto utile per poter ascoltare i film in lingua originale, ad esempio, o può essere usata dai non vedenti per ascoltare la descrizione audio del filmato o dello spettacolo.

Il quarto vantaggio riguarda la possibilità di trasmettere video in alta definizione (HD) o in stereoscopia (3D).

C’è poi un’altro aspetto che riguarda la minore potenza necessaria all’emissione del segnale che si risolve in un minore inquinamento elettromagnetico. Resta tuttavia il fatto che questa tecnologia non è ancora alla portata di tutti, specialmente delle emittenti locali, per cui lo spegnimento del segnale analogico ha messo in crisi molte reti private. Si tratta comunque di un problema superabile dall’inevitabile riduzione dei costi, man mano che la tecnologia prenderà piede, e dalla possibilità di far parte di network o piattaforme fornite da altri. Nel peggiore dei casi, questo problema porterà sempre più reti locali a sposare la WebTV e quindi a spingere verso un’altra rivoluzione nel mondo della televisione quale appunto la televisione attraverso la rete globale.

Detto questo, veniamo ora ad alcune considerazioni proprio sui vari “vantaggi” sopra citati.

La prima considerazione da fare è che la vera innovazione non sta quasi mai nella tecnologia in sé quanto nel modo in cui la si usa, sempre che la si utilizzi davvero per quello che può dare. E qui iniziano i problemi. Consideriamo i quattro principali attori sulla piazza: RAI, Mediaset, tutte le altre reti, nazionali e locali, e Sky. Quest’ultima non è in realtà veramente una protagonista del digitale terrestre nel senso stretto, ma c’è un motivo per cui l’ho nominata e vediamo subito qual è: la televisione satellitare ha di fatto vantaggi analoghi al digitale terrestre dal punto di vista dei telespettatori, per cui rappresenta un buon campione di riferimento su come si possano sfruttare tali vantaggi. Utilizzerò quindi Sky come una sorta di elemento di paragone per gli altri attori, dato che tra l’altro, abitando a Roma non solo ormai è da un po’ che sperimento il digitale terrestre ma sono cliente anche Sky da vari anni, per cui conosco molto bene anche quella piattaforma.

Cominciamo con la questione del “numero dei canali”. Indubbiamente tale numero è cresciuto enormemente rispetto al passato, ma questo aumento non è stato sfruttato come si poteva né dalla RAI o da Mediaset, né tanto meno dalle altre emittenti. Tanto per cominciare si è lasciato il vecchio paradigma del palinsesto, ovvero si continua ancora a puntare sui canali tradizionali, come RAI 1, 2 e 3 per la RAI, Italia 1, Canale 5 e Rete 4 per Mediaset. La RAI ha qualche canale tematico in più rispetto a Mediaset — sto parlando di canali in chiaro, ovviamente, non di quelli a pagamento — ma non li spinge affatto e comunque i contenuti sono piuttosto poveri od obsoleti, per nulla paragonabili a quelli dei canali tematici proposti da Sky come ad esempio Discovery Channel o National Geographic.

Qualcuno giustamente dirà, a questo punto, che non è corretto paragonare un’offerta pubblica gratuita a una a pagamento, ma al di là del fatto che quella della RAI non è affatto gratuita, dato che siamo tutti obbligati a pagare il cosiddetto “canone” alla RAI, indipendentemente dal fatto di vedere o meno i suoi canali, ci sono tutta una serie di scelte che non hanno nulla a che vedere con il prezzo dell’abbonamento ma solo con un minimo di buon senso, dato che di per sé non rappresentano un costo significativo, anzi: sicuramente inferiore a quello di certi contratti assolutamente discutibili e non giustificabili pagati dalla RAI a VIP di ogni tipo.

Tornando ai canali, di fatto esistono due meccanismi chiave di sfruttamento della maggiore disponibilità di frequenze: il primo è quello di poter creare appunto vari canali tematici che ripropongano anche a distanza di ore o di giorni lo stesso contenuto in orari differenti, in modo da liberare il telespettatore dalla schiavitù del palinsesto fisso basato su orari predefiniti; il secondo è quello di poter riproporre lo stesso canale con un ritardo di una o due ore, in modo da poter vedere un determinato contenuto anche se si arriva a casa più tardi o si hanno altri impegni, ovvero i cosiddetti canali +1 o +2.

Chi come me ha un orario di lavoro molto variabile e una quantità di impegni significativa, non può non apprezzare la possibilità di non perdere un film o un documentario pianificato in un certo giorno a una certa ora perché sa che verrà comunque riproposto di nuovo nel giro di pochi giorni o perché può accedere a un canale +1 o +2. Questo vale anche e soprattutto per i notiziari, ovviamente, ma qui la RAI aveva comunque già RAI News 24, anche se a mio avviso non è all’altezza di SkyTG24. Comunque, mentre Mediaset ha quanto meno tre canali +1, la RAI non ha neppure quelli. Eppure entrambe hanno diversi canali non utilizzati, ovvero frequenze presenti nella lista dei canali disponibili sulle quali tuttavia non trasmettono nulla.

Peggio ancora per molte reti private, che hanno richiesto sei o sette canali ma poi li lasciano del tutto inutilizzati. Se prendiamo la folta lista di centinaia di canali del digitale terrestre in chiaro, almeno la metà sono inutilizzati o sottoutilizzati. Fra quelli utilizzati, poi, c’è una proliferazione di canali di televendite. Non entro in merito sulla questione, dato che ognuno ha il diritto di farci quello che vuole con i canali che possiede e, comunque, se ci sono vuol dire che un qualche ritorno economico c’è. Tuttavia, più che di canali televisivi parlerei in tal caso di “telenegozi”, per cui direi che possiamo escludere anche questi dall’offerta televisiva nel senso stretto dle termine.

Alla fine, i canali effettivamente usati per veicolare contenuti multimediali di vario genere, quali film, documentari e spettacoli, sono probabilmente poche decine, un centinaio al massimo. Di questi, se vogliamo essere onesti, quanti ne vediamo davvero e con una certa regolarità? Lascio a voi la risposta.

Saltiamo al terzo punto: l’interattività. Il fatto di poter interagire in modi più o meno sofisticati con i programmi permetterebbe la creazione di nuovi concept televisivi. Ad esempio, la possibilità di trasmettere film la cui trama possa essere guidata dal singolo telespettatore, a finale multiplo, con la possibilità di vedere o meno scene tagliate o contenuti estesi. Si potrebbe arrivare addirittura a spettacoli o eventi televisivi di tipo “sociale”. Le possibilità sono di fatto infinite. Invece nulla. Qui persino Sky si limita a qualche sondaggio durante i telegiornali, un po’ di giochi interattivi o la possibilità di scegliere all’interno del notiziario quali notizie vedere tramite il famoso pulsantino verde. In questo campo sono tutti molto indietro.

Secondo e quarto punto: la qualità del segnale, la possibilità di fornire informazioni aggiuntive per ogni contenuto trasmesso, i nuovi formati. La RAI ha solo un canale HD, ovvero la versione in alta definizione di RAI 1, mentre Mediaset ne ha una per ognuno dei suoi tre canali tradizionali, ma per questi non ha i corrispondenti +1 e comunque sono pochissimi i contenuti davvero in HD. Non parliamo di quelli 3D che sono ancora più l’eccezione che la regola. Quasi tutti puntano sul calcio, tanto per cambiare, al massimo il cinema. Gli altri eventi sono invece ancora tutti a bassa risoluzione. Qui Sky è di qualche anno avanti agli altri e non mi stupirebbe se presto mettesse su un canale esclusivamente in HD+3D. La cosa tuttavia che lascia più perplessi è quanto poco siano usate le informazioni aggiuntive per fornire una guida dei vari contenuti trasmessi. Ci sono decine di spettacoli e film senza alcuna informazione, sia sui canali RAI che Mediaset, o con informazioni decisamente scarse. Anche i contenuti in più lingue scarseggiano, e sì che, essendo la maggior parte dei film trasmessi di origine straniera, per lo più americani, non sarebbe poi così difficile fornire anche il parlato originale.

Per concludere, molti anni fa scrissi su questo blog un articolo nel quale lamentavo il pesante ritardo da parte della RAI nell’introdurre un segnale che indicasse se un certo programma fosse o meno adatto ai minori. In altri articoli ho spesso evidenziato come il servizio pubblico si spenda poco sul piano dell’educazione e del programma culturale per spendere buona parte dei nostri soldi per spettacoli di dubbio valore. Con il digitale terrestre si sta perdendo un’altra opportunità dimostrando di non averne capito le potenzialità, o semplicemente di non avere né la volontà né le competenze per gestire un servizio davvero pensato per il pubblico. manca la fantasia, la visione, la voglia di innovazione. Mediaset, d’altra parte, anche se ha un’offerta più ricca, soprattutto sulla parte a pagamento, non si dimostra più innovativa, continuando a ripercorrere schemi e meccanismi che nella televisione sono più vecchi di mezzo secolo.

L’unico cambiamento che c’è stato, quindi, è stata una maggiore spesa per i cittadini causata dal rinnovamento degli apparecchi, a cui si devono aggiungere i problemi relativi allo smaltimento di quelli vecchi e del quale si parla decisamente poco sui media. Per il resto, è rimasto tutto come prima.

Comments (2) to «The lost digital»

  1. utente anonimo says:

    Il digitale terrestre ci è stato imposto da una normativa europea (l'ennesima, forse inutile come le altre).

    Per quanto riguarda il discorso dei contenuti, il problema è generale: si confonde la possibilità di comunicare con la possibilità di produrre contenuti. Ed in realtà non c'è correlazione: tutti abbiamo il telefonino ma questo non ha certo migliorato la qualità della comunicazione 🙂

    Sull'aspetto tecnologico mi viene pure da ridere: abbiamo la possibilità di fare tante cose, ma poi la maggior parte delle emittenti non trasmette in 16:9. Col risultato che per avere un normale 35 pollici effettivo te ne serve un 42, visto che finisce per governare l'altezza dello schermo… oppure bisogna guardare distorto o tagliato.

  2. silviososio says:

    Bell'articolo.
    In Lombardia lo spegnimento dell'analogico è abbastanza recente, ma io usavo il DTT già da quando ho preso la tv flat diversi anni fa.
    Il mio giudizio sul DTT è fortemente negativo. Ecco i punti principali:
    – Necessità di un segnale molto più forte rispetto all'analogico. Tu accenni il contrario, ma la pratica è che senza collegamento all'antenna centralizzata sul tetto non prendi niente. Il che rende difficoltoso avere tv in altri locali. Addirittura, in certe condizioni climatiche spesso il segnale va e viene.
    – Pochi canali aggiuntivi interessanti. Qualcosa c'è: Rai 4 è eccezionale, RaiNews è un ottimo canale; RaiMovie se ti piacciono certe cose cult. Poco altro.
    – Tecnologia mal gestita e incerta. Probabilmente le specifiche del DTT non sono state compilate in modo abbastanza esauriente, fatto sta che i decoder fanno fatica a gestire tutti gli errori e le peculiarità dei canali. Parli di interattività e di film decisi dagli utenti: a parte che se uno vuole interattività usa internet, non la tv che è il mezzo passivo per eccellenza (la percentuale delle persone che collegano il decoder dtt al telefono per interagire penso sia sotto lo 0,001%), ma qui abbiamo anche serie difficoltà a gestire la banassima EPG, che unn giorno su due dice "nessuna informazione" su tutti i canali, figuriamoci cose più complicate.
    L'idea generale, quella di passare al digitale, non è solo buona, è obbligatoria. Ma la tecnologia DTT è pessima. Speriamo nell'arrivo di una nuova generazione.
    S*

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