The reprisals of the Good



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Il termine “rappresaglia” rievoca di solito in noi scene di eccidi e brutalità commesse da militari nei confronti della popolazione civile. Tecnicamente parlando, una rappresaglia è “un’azione violenta e solitamente indiscriminata da parte di forze armate militari o paramilitari nei confronti della popolazione civile quale punizione per atti di guerra o di guerriglia condotti nei confronti di quelle stesse forze”. Un classico esempio è la fucilazione di dieci civili per ogni militare ucciso che i nazisti applicavano a seguito di sabotaggi o altre azioni da parte della Resistenza. Due casi rappresentativi di azioni di rappresaglia in Italia sono la strage delle Fosse Ardeatine e quella di Marzabotto.

Sebbene oggigiorno deprecata, per millenni la rappresaglia è stata considerata un’azione militare assolutamente legittima ed eticamente accettabile. Ancora nel Medioevo il termine era usato comunemente per indicare un istituto giuridico per mezzo del quale un creditore che non riuscisse ad ottenere l’adempimento di un’obbligazione da parte di un debitore straniero, otteneva dal proprio comune la concessione di “lettere di rappresaglia” in forza delle quali «egli poteva agire anche con la forza nei confronti del debitore, del comune al quale esso apparteneva o persino dei suoi concittadini, fino al soddisfacimento delle legittime pretese».

Venendo ai tempi moderni, nella convenzione dell’Aja nessuna norma era prevista che vietasse l’esecuzione sommaria dei civili tant’è che persino la proposta del delegato olandese di procedere all’uccisione di civili nei territori occupati solo dopo regolare processo fu completamente ignorata. Nel secondo articolo della convenzione di Ginevra, invece, venivano esclusi dalle rappresaglie solo i feriti, i prigionieri di guerra e il personale sanitario. Tutti gli altri potevano quindi essere oggetto di tali azioni. Persino dopo la Seconda Guerra Mondiale il Tribunale di Norimberga arrivò ancora ad affermare che «misure di ritorsione, qualora consentite, devono essere proporzionate al fatto illecito commesso» e che la proporzione accettabile fosse appunto quella di dieci ad uno!

Per quanto riguarda le normative delle singole nazioni, ad esempio, il par.452 del Manuale di Diritto Militare Britannico, definisce tuttora la rappresaglia come «ritorsione per atti illegittimi di guerra allo scopo di far osservare in futuro al nemico le riconosciute leggi di guerra», e aggiunge che «sono ammissibili per convenzione come un indispensabile mezzo per assicurare un comportamento legittimo in guerra» e che «non sono un mezzo di punizione o di vendetta arbitraria ma di coercizione». Ne risulta evidente come atti anche particolarmente brutali possano essere considerati legittimi a fronte, ad esempio, di specifiche azioni di guerriglia da parte di combattenti non regolari, come spesso vengono considerati i partigiani.

Ancora W.E. Hall, nel suo «Trattato sul Diritto Internazionale», 8a ed. 1924 Higgins, indica i principi alla base del diritto di rappresaglia: «quando l’offensore non può essere raggiunto o identificato, si ricorre alla rappresaglia nei confronti di coloro che, colpevoli di nessuna offesa, soffrono per atti di altri», afferma che può trattarsi di «una misura assolutamente priva di giustizia», e inoltre che «vi si deve ricorrere solo in caso di assoluta necessità e con determinate restrizioni».

Tornando alla Seconda Guerra Mondiale, in quel conflitto si fece largo uso della rappresaglia, sebbene alla fine della guerra la maggior parte di queste azioni vennero considerate crimini di guerra salvo poche eccezioni. Questo, tuttavia — è importante dirlo — non per quel rapporto di dieci ad uno che a noi oggi fa orrore, ma per aver violato alcuni degli articoli sopra menzionati, come ad esempio quello di fucilare i feriti o il personale sanitario. Una di queste eccezioni, infatti, riguarda un fatto avvenuto nel 1941, quando il generale tedesco Kurt Student, durante l’occupazione dell’isola di Creta, ordinò la fucilazione di dieci greci per ogni tedesco ucciso. Il generale fu condannato alla fine della guerra a 5 anni di reclusione per questo ordine ma in seguito la sentenza fu rivista ed annullata dopo la disamina dei cadaveri dei soldati nazisti che erano stati brutalmente torturati o mutilati.

Quindi, anche se in genere siamo portati a pensare che l’uccisione di dieci civili ogni militare ucciso sia di per sé ragione sufficiente per considerare tale azione un crimine di guerra, tanto più che di tali crimini furono accusati solitamente per lo più nazisti e fascisti, le cose non stanno effettivamente così, anche se di questo si parla poco. In una guerra come quella, dove “il cattivo” era oggettivamente ben definito a causa di azioni orribili come quelle che hanno portato all’Olocausto, c’è tutt’ora infatti la propensione errata a considerare chi stava sul fronte opposto necessariamente il “il buono”. Ma è stato davvero così? Gli Alleati fecero mai rappresaglie o comunque azioni militari equiparabili o confrontabili con una rappresaglia senza che la Storia li condannasse per questo?

Una volta, porsi una domanda del genere, avrebbe suscitato polemiche o accuse — peraltro infondate — di revisionismo. Oggi è fondamentale invece poterci porre queste domande, fuori da qualsiasi schema ideologico ma solo da una prospettiva puramente storica, non certo per giustificare azioni che non possono essere giustificate, come quelle dei nazisti o dei fascisti, ovviamente, quanto per condannare anche altre azioni, altrettanto discutibili sul piano etico. Lo dobbiamo ai tanti civili vittime di quella guerra, perché non è giusto che fra quei morti ci siano tuttora vittime di serie A e di serie B.

La Storia, infatti, ci racconta che azioni di rappresaglia furono infatti condotte anche dagli Alleati. Tecnicamente possono essere equiparate ad azioni di questo tipo anche gli stupri di massa eseguiti come vera e propria tattica di guerra decisa a tavolino nei confronti della popolazione civile italiana da parte degli Alleati. Ad esempio, nell’area del Cassinate e del Sorano furono violentate sessantamila persone. Ben il 20% delle vittime si presero la sifilide. Ad Esperia, a subire violenza, fu addirittura l’intera comunità: vennero violentati anche gli uomini, il parroco e molte donne anziane che non furono in grado di fuggire. Tuttavia la domanda che ci interessa di più è se ci furono vere e proprie azioni militari definite a tavolino dai comandanti delle forze armate se non addirittura dai capi di Governo delle singole nazioni che combatterono nell’Alleanza, nei confronti dei civili, che possano essere considerate a tutti gli effetti “rappresaglia” e se esse furono veramente proporzionate o meno.

Iniziamo con la rappresaglia vera e propria, ovvero la fucilazione di ostaggi a fronte di azioni di guerra considerate illegittime. In varie situazioni, nella Seconda Guerra Mondiale, gli Alleati minacciarono azioni di rappresaglia ben più ampie di quelle legate al “tradizionale” rapporto di dieci ad uno. Ad esempio, il generale francese Lattre de Tassigny minacciò l’uccisione di 25 ostaggi tedeschi ogni soldato francese ucciso nella città di Stoccarda, mentre il rapporto previsto a Marcktdorf arrivò a trenta da uno. Ma non furono i casi più eclatanti: a Tuttlingen si arrivò ad annunciare la fucilazione di 50 ostaggi tedeschi per ogni francese ucciso mentre ad Harz le forze americane minacciarono l’esecuzione nel rapporto di addirittura 200 ad uno! A Leutkirchen, il 28 aprile 1945, fu affisso un manifesto che stabiliva che per ogni francese ucciso sarebbero state incendiate 5 case e uccisi 100 tedeschi.

E non erano solo minacce: quando nel marzo 1945 il generale americano Rose rimase vittima di un’imboscata, gli americani fecero fucilare 110 cittadini tedeschi nonostante si fosse trattato di un normale combattimento fra soldati e non un attentato di combattenti civili. Persino quando furono violati gli articoli menzionati in precedenza, i responsabili vennero assolti dopo la guerra quando la rappresaglia era stata effettuata da truppe Alleate, come nel caso del tenente americano Acunto che a Tambach fece fucilare 24 prigionieri di guerra e 4 civili. Ovviamente non furono solo americani e francesi a rendersi responsabili di eccidi ingiustificati: a Soldin i russi fucilarono 120 cittadini tedeschi per la morte di un maggiore da parte di una guardia tedesca che si era vendicato dello stupro della moglie.

Se tuttavia consideriamo alla pari di una rappresaglia tutte le azioni di guerra intenzionalmente mirate a colpire civili ed obiettivi civili, allora la questione si fa decisamente più complessa. Consideriamo ad esempio i bombardamenti sull’Italia e sulla Germania. Molti bombardamenti, come quelli di Ancona, sotto ai quali tra l’altro rimase sepolta viva mia madre da ragazza, furono effettuati con l’obiettivo di colpire proprio i civili e non obiettivi militari. In questo caso non si può neppure parlare di rappresaglia ma di vera e propria azione intesa a demoralizzare le truppe avversarie colpendo le loro famiglie, quindi una sorta di rappresaglia preventiva, un vero e proprio ossimoro. Naturalmente vennero attaccati anche obiettivi militari, ma quelli civili non furono effetti collaterali, ma una precisa scelta del comando Alleato. Solo nel 1943 i bombardamenti anglo-americani provocarono oltre 6.500 morti e 11.000 feriti, per lo più civili. Nel 1944 i civili italiani uccisi dalle bombe furono 22.000 e oltre 36.000 i feriti. Il 20 ottobre 1944 fu bombardata una scuola elementare a Gorla, presso Milano, provocando la morte di 184 bambini e tutto il corpo insegnante. Il bombardamento, tuttavia, non fu un errore: sebbene la missione avesse obiettivi militari, uno degli stormi sbagliò direzione e dato che a quel punto le bombe erano innescate, il comandante decise di sganciarle immediatamente nonostante stessero passando sopra l’abitato invece di sganciarle sulla campagna o in mare, cosa che avrebbe potuto fare senza rischio. Il governo americano non si è mai scusato per l’accaduto né i responsabili furono mai processati.

Ma l’esempio a mio avviso più eclatante di rappresaglia preventiva furono i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Giustificati storicamente come l’unico modo per porre fine alla Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico — ed è un fatto che raggiunsero effettivamente tale scopo — se andiamo a fare alcuni calcoli ci rendiamo conto che si potrebbe tuttavia sollevare la questione della proporzionalità più volte menzionata in relazione alle azioni di rappresaglia. I numeri da confrontare sono ovviamente il numero di civili uccisi nelle due città giapponesi, fra quelli morti immediatamente a fronte dell’esplosione e quelli deceduti in seguito a causa delle radiazioni, e le stime dei soldati americani che avrebbero perso la vita a fronte dell’invasione del Giappone, ovvero all’unica alternativa possibile alle atomiche per far terminare la guerra.

Nel 1945, gli americani stimarono dai 20 ai 110mila soldati morti in combattimento quale prezzo dell’invasione dell’isola nipponica. In seguito il Segretario di Stato James Byrnes arrivò a parlare di mezzo milione di caduti, ma quest’ultima sembra essere una stima “politica” per giustificare l’utilizzo dell’atomica, piuttosto che militare. Tra Hiroshima e Nagasaki le vittime civili furono infatti circa 350.000, delle quali 210.000 uccise sul colpo e le restanti negli anni successivi. Se quindi prendiamo la stima peggiore degli americani, ovvero circa 100mila caduti alleati e i civili uccisi dalle due atomiche, il rapporto è sicuramente inferiore a quel famoso 10 a uno e quindi giustificato. Ci troviamo tuttavia di fronte a un rapporto fra caduti civili effettivi e caduti stimati fra i militari, non a una rappresaglia a seguito di un atto di guerra illecito. Possiamo quindi parlare di proporzionalità? Certo, molti non sanno che erano quasi 200.000 gli asiatici uccisi dai bombardamenti tradizionali ogni singolo mese dell’ultimo anno di guerra nel Pacifico, quindi sebbene le atomiche siano impressionanti per capacità distruttiva, la loro azione era comparabile con quella dei bombardamenti tradizionali. Resta il fatto che entrambe le parti, nella Seconda Guerra Mondiale, colpirono duramente e volontariamente la popolazione civile.

Oggi noi siamo abituati a pensare alle morti di civili nelle guerre, soprattutto quelle che facciamo noi occidentali, come a danni collaterali, e anche poche decine di morti ci fanno orrore. Ma nella Seconda Guerra Mondiale i civili uccisi a seguito di atti volontari di guerra furono milioni, da entrambe le parti, e spesso in modo orribile. La Storia ci ricorda troppo spesso quelli ammazzati dai perdenti, ed è giusto ricordarlo perché quello che fecero Nazisti e Fascisti fu orribile e non merita altro che condanna, ma dobbiamo avere la maturità e l’onestà di ricordare anche gli altri, perché se ricordare serve a non ripetere, ogni ricordo va preservato, per non rifare lo stesso errore e pensare che ai “buoni” sia permesso quello che ai “cattivi” non è.

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