10.000 anni di OGM



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Un paio di settimane fa stavo facendo la spesa in un supermercato della Coop. Mentre mi aggiravo fra gli scaffali, l’altoparlante ha interrotto il sottofondo musicale per mandare in onda uno dei tanti messaggi pubblicitari della catena che, invariabilmente, concludeva ribadendo come alla Coop ci fossero solo prodotti naturali e, soprattutto, nessun prodotto che contenesse OGM, ovvero organismi geneticamente modificati.

Ma è proprio così? Voglio dire, il cibo che mangiamo è veramente naturale, oppure è stato anch’esso manipolato geneticamente? Non sto parlando solo della Coop, ovviamente, ma di qualsiasi cibo, indipendentemente da chi lo vende, sia esso un grande supermercato o la bottega sotto casa.

Innanzi tutto dobbiamo definire cosa si intenda per organismo manipolato geneticamente. Sappiamo tutti che le caratteristiche di qualsiasi organismo sono determinate in primis dal codice genetico di quell’organismo, e in secundis dall’ambiente in cui esso vive. Sappiamo anche come il secondo fattore influenzi il primo, o meglio, grazie al meccanismo di selezione naturale, solo quegli organismi che sono più adatti a vivere in un certo ambiente trasmettano il loro codice genetico alle generazioni successiva; gli altri sono destinati a estinguersi. Ci sono delle eccezioni, naturalmente: ad esempio, alcuni microorganismi sono capaci di rimanere in stasi anche per centinaia di anni a fronte di una situazione ambientale a loro sfavorevole, pronti a tornare alla vita attiva qualora tale condizione dovesse cambiare. Si tratta tuttavia di eccezioni, come già detto, e comunque riguardano prevalentemente i microorganismi, per l’appunto. Per quanto riguarda gli animali e le piante più complesse, invece, sopravvive il più adatto, fermo restando che l’ambiente cambia in continuazione e di conseguenza cambiano i criteri di sopravvivenza. Noi oggi ci lamentiamo del fatto che molte specie animali rischiano di scomparire per sempre: si tratta certamente di un problema grave, ma l’estinzione è a tutti gli effetti un evento naturale che è sempre esistito e che ha una sua logica. Il problema, oggi, non è infatti che molte specie si estinguano, quanto il fatto che non vengano sostituite da altrettante specie in grado di mantenere la biodiversità. Ma stiamo sforando da quello che il tema di questo articolo, per cui torniamo al codice genetico, rimandando il discorso delle estinzioni ad un altro momento.

Allora, quello che mangiamo è o non è stato modificato geneticamente? Attenzione: quello che ci stiamo chiedendo è se è avvenuta una manipolazione non naturale, non come questa manipolazione sia avvenuta. In pratica, ci stiamo chiedendo se il codice genetico delle specie animali e vegetali di cui ci nutriamo sia stato alterato geneticamente in un modo che non avviene solitamente in natura, non se per farlo è stata usata una tecnica piuttosto che un’altra. Questo perché qualunque sia stata la tecnica utilizzata, è il codice genetico risultante che caratterizza l’organismo, non il modo con il quale è stata ottenuta la manipolazione.

La risposta — forse qualcuno di voi lo sa già — è sì: tutto ciò che mangiamo, ma proprio tutto, ha subito pesanti manipolazioni genetiche, alcune delle quali hanno stravolto la natura stessa della pianta o dell’animale, al punto che lo stesso non è più in grado di riprodursi naturalmente senza l’aiuto dell’uomo.

Tutto questo è iniziato circa dodicimila anni fa, quando la specie umana ha iniziato a domesticare alcune specie vegetali e animali. La palma della domesticazione sembra spetti al fico: in un sito archeologico a nord di Gerico, alcuni ricercatori hanno scoperto i resti carbonizzati di una varietà di fichi che non avrebbe mai potuto riprodursi in natura, in quanto priva di semi. Grazie a questa caratteristica, l’ovario si trasforma in un frutto polposo e zuccherino. L’unico modo per far crescere piante di questo tipo, tuttavia, è quello di piantare in terra polloni o parte di rami dell’albero da riprodurre. Non avendo semi, infatti, questi alberi non possono riprodursi in modo naturale.

Ma perché questa varietà di fichi non ha semi? E come si è prodotta? Rispondere a queste domande è importante perché, come vedremo, portano a due considerazioni che sono valide un po’ per tutte le specie animali e vegetali da noi domesticate. Partiamo dalla seconda domanda: come si è prodotta una varietà di fichi senza semi? Semplice: si tratta di una mutazione. Il codice genetico di tutti gli esseri viventi che abitano sul nostro pianeta subisce continuamente mutazioni dovute a fattori molto diversi fra loro: raggi cosmici, virus, errori di duplicazione del DNA, e via dicendo. Alcune di queste mutazioni sono incompatibili con la vita, per cui l’essere muore; altre portano a individui sterili, ovvero non in grado di trasmettere il loro codice genetico; altre ancora — poche a dir la verità — generano una specie più o meno adatta a sopravvivere e a riprodursi. La maggior parte delle mutazioni sono non funzionali, se non addirittura negative per la specie, come la sterilità, ma è proprio qui che interviene la domesticazione: quello che non è funzionale per una specie, può esserlo per un’altra, in particolar modo per gli esseri umani. Ci sono alcune mutazioni, infatti, che possono rendere una specie non commestibile edibile, o quantomeno possono dar luogo a parti edibili: le foglie, i frutti, i semi, persino i fiori e il fusto, in alcuni casi. Tuttavia, se la specie non è sterile, e soprattutto, se la specie è ermafrodita sufficiente o dioica, allora eventuali mutazioni tendono a sparire da una generazione all’altra, compreso il fatto che la pianta abbia parti commestibili.

Apriamo qui una parentesi. Prendiamo un mammifero qualunque. Abbiamo due generi: maschile e femminile. Ogni individuo è di un genere o dell’altro e tale genere non cambia nel tempo: i maschi restano maschi, le femmine femmine. Questa caratteristica si chiama dioicismo. Certo, ci sono alcune rare patologie che possono alterare tale condizione anche nei vertebrati, umani inclusi, ma si tratta appunto di patologie. Esistono invece in natura specie che possono cambiare nel tempo il proprio genere, avendo sia gli organi sessuali femminili che quelli maschili. Ad esempio, la cernia e l’orata. Questa condizione si chiama monoicismo, ma è anche conosciuta più comunemente sotto il nome di ermafroditismo. In genere i vari organi sessuali non sono attivi contemporaneamente, specialmente negli animali. Se l’organismo è maschio nella prima parte della sua vita si parla di proterandria, altrimenti di proteroginia. Esistono due forme di ermafroditismo: sufficiente e insufficiente. Questa differenziazione è fondamentale a fronte del tema qui affrontato: nel primo caso l’organismo è infatti in grado di riprodursi da solo, nel secondo necessita di un secondo organismo di sesso opposto per poter procreare.

Ma perché abbiamo parlato di doicismo ed ermafroditismo, al di là di averli nominati in precedenza? Semplicemente perché la maggior parte delle piante selvatiche sono ermafrodite insufficienti o dioiche. Questo vuol dire che per riprodursi hanno bisogno di due organismi di sesso opposto, il che ha come conseguenza il fatto che ogni organismo della generazione successiva ha un codice genetico che deriva da quello dei due genitori, non solo di uno, esattamente come avviene per molte specie di animali, umani inclusi. Questo mescolarsi dei codici genetici è fondamentale per la sopravvivenza delle specie, ma rappresenta un grosso problema per la domesticazione. Se infatti si seleziona una mutazione di una pianta selvatica che ha parti commestibili, ci sono buone probabilità che le piante generate dai suoi semi non abbiano le stesse caratteristiche, non siano cioè più edibili, a meno che anche la pianta che impollinatrice non abbia le stesse caratteristiche, il che è alquanto improbabile quando in uno stesso territorio ci sono centinaia, migliaia di esemplari.

Ci sono tuttavia alcune piante che sono ermafrodite sufficienti. Se una di queste piante dovesse subire una mutazione interessante, le probabilità di ottenere da essa semi con le stesse caratteristiche risulta essere molto elevata. Inoltre ci sono mutazioni che possono riprodursi in modo asessuato, ad esempio piantando direttamente nel terreno polloni o rametti. Anche in questo caso è possibile preservare la mutazione che si desidera mantenere.

Ci sono circa 200.000 piante terrestri selvatiche. Di queste solo poche migliaia sono commestibili o hanno parti edibili, ma solo poche centinaia sono state effettivamente domesticate. Negli ultimi duemila anni, l’80% delle specie vegetali usate come cibo è rappresentato da solo una dozzina di piante: cinque cereali, ovvero grano, riso, mais, orzo e sorgo; tre tuberi, ovvero patata, manioca e patata dolce; due piante zuccherine, ovvero canna e barbabietola da zucchero; un legume, la soia e una pianta da frutto, la banana. I soli cereali rappresentano oltre il 50% delle calorie consumate dalla popolazione mondiale. Ognuna di queste piante, così come tutte le altre che formano complessivamente il restante 20% delle specie vegetali commestibili, deriva da piante selvatiche con caratteristiche molto diverse da quelle che conosciamo oggi. Ad esempio, il mais deriva probabilmente dalla teosinte la cui pannocchia era lunga solo un centimetro o poco più. Un discorso analogo vale per quasi tutte le altre piante: dimensioni e caratteristiche di semi, foglie, frutti e fiori delle pochissime specie oggi domesticate erano ben differenti oltre diecimila anni fa. Nella maggior parte dei casi si trattava di differenze che rendevano la pianta poco appetibile o comunque in grado di fornire solo una piccolissima quantità di cibo. Non bastò quindi una sola mutazione per trasformare quelle piante in quelle che conosciamo oggi. Ed ecco perché parliamo di manipolazione. Una singola mutazione può anche essere considerato un evento naturale, ma selezionare una mutazione dopo l’altra, sfruttando l’ermafroditismo insufficiente per produrre cloni che saltuariamente vengono impollinati da altre piante (succede anche per questo tipo di pianta), le quali a loro volta sono usate per produrre nuove mutazioni da selezionare ulteriormente, il tutto per migliaia e migliaia di anni, è a tutti gli effetti una manipolazione genetica.

In pratica l’uomo ha selezionato mutazioni sterili, o che si riproducevano in modo asessuato, per produrre veri e propri cloni con caratteristiche specifiche, i quali a loro volta, man mano che subivano mutazioni sempre più interessanti, venivano selezionati per la riproduzione. Un processo lentissimo, dato che potevano passare decenni prima che una certa mutazione potesse dare luogo ad un’altra ancora migliore. Un sistema di manipolazione genetica sicuramente inefficiente, impreciso, in cui erano spesso più i fallimenti che i successi, ma che alla fine ha prodotto le mele grosse e gustose che oggi portiamo in tavola, oppure il riso che per miliardi di persone nel mondo è l’alimento principale della loro dieta. Un sistema che continua a essere utilizzato ancora oggi e che viene, impropriamente, detto biologico o naturale, ma che in realtà di naturale ha ben poco. Il grano con cui è fatta la pasta che mangiamo in Italia, ad esempio, è il risultato di milioni di clonazioni e mutazioni, mutazioni che nulla hanno a che vedere con la selezione naturale e che, fossero avvenute naturalmente, non avrebbero dato luogo a nuove generazioni, ovvero si sarebbero estinte.

Un discorso analogo vale per gli animali, sia quelli da carne, che da latte, da lana o da lavoro. Anche in questo caso, a fronte di diverse migliaia di specie, solo una manciata sono state domesticate, quasi tutte erbivore, se si escludono cani e gatti. Delle specie domesticate di maggiori dimensioni, solo cinque, ovvero la pecora, il bue, la capra, il maiale e il cavallo, si sono diffuse in tutto il pianeta; le altre, come il cammello, il dromedario, il lama, l’asino, la renna e poche altre, si possono trovare solo in determinate regioni del mondo. A queste vanno aggiunte alcune decine di specie minori, per lo più mammiferi e uccelli. La maggior parte di queste specie hanno subito mutazioni notevoli in seguito a una vera e propria opera di manipolazione genetica basata sulla selezione delle mutazioni più interessanti, incroci e modifiche nell’alimentazione. Pensate solo a galline e mucche. Nel passato le galline fornivano le uova solo in determinati periodi, come fanno tutti gli uccelli, non certo ogni giorno. Da un punto di vista naturale, infatti, un uccello che produca in continuazione uova è un abominio, così come è assurdo che un animale produca latte anche quando non ha un piccolo da allattare, tanto che se ci si dimentica di mungere una mucca, questa potrebbe avere patologie molto serie. Le galline e le mucche, così come i maiali, le capre e moltre altre bestie domesticate, sono animali disegnati a nostro uso e consumo, che di naturale non hanno più niente e che non sarebbero mai stati selezionati in questo modo dalla natura. La maggior parte di loro è stata domesticata fra gli 8.000 e i 4.000 anni fa, ma molti sono più recenti, come i camelidi, domesticati solo poco più di 2.000 anni fa.

Oggi noi ci preoccupiamo delle manipolazioni genetiche fatte in laboratorio, ma il problema non è se sia giusto o meno manipolare geneticamente animali o piante per il nostro uso o consumo: questo lo abbiamo già fatto con successo, e non credo che nessuno di noi smetterà di mangiare riso o bere latte a seguito di questa consapevolezza. Nè il problema è se la manipolazione lenta basata sulle mutazioni sia più naturale di quella in laboratorio: non lo è. Un raggio cosmico che altera una catena di DNA o un errore di duplicazione non sono più intelligenti o attenti alle conseguenze di quanto lo possa essere una manipolazione in un centro di ricerca. Semmai, la manipolazione in laboratorio ha il grande vantaggio di permetterci un livello di controllo enormemente superiore a quello che si può ottenere in modo più tradizionale. Il problema è semplicemente garantirlo, questo livello di controllo, ovvero stabilire delle regole, decidere cosa si possa fare e cosa no, cercando di definire dei margini di sicurezza ed evitando sperimentazioni azzardate.

Tutto questo, in fondo, vale per qualsiasi tecnologia: ogni tecnologia è pericolosa. Attenzione, non potenzialmente pericolosa, ma effettivamente pericolosa. Lo è il gas che usiamo per cucinare, l’energia elettrica che usiamo per illuminare le nostre case, i campi elettromagnetici emessi dai tanti macchinari e sistemi elettronici che usiamo ogni giorno; lo sono le automobili, i treni, gli aeroplani, gli ascensori, persino le scale mobili. Ogni giorno, ognuna di queste tecnologie fa migliaia di morti, eppure non smettiamo di usarle. Perché? Semplicemente perché i vantaggi sono maggiori degli svantaggi e, spesso, esse salvano più vite umane di quante ne pretendano in cambio. Come? Come può la vostra lavatrice salvare una vita umana? Beh, lei probabilmente non lo fa, ma lo fanno le varie tecnologie con le quali è stata realizzata, e che hanno permesso di costruire sistemi per analisi e terapie di ogni genere, che permettono di trasportare rapidamente i feriti o di bloccare gli argini di un fiume in piena, macchine che ci aiutano in situazioni che altrimenti richiederebbero migliaia di esseri umani e che ci vedrebbero spesso soccombere. Certo, non c’è alcuna garanzia di avere sempre e comunque successo, e non c’è macchina che possa impedire un cataclisma o resuscitare un morto, ma questo nessuno lo pretende. Sarebbe infantile. La verità è che ogni nostra scelta non è mai assoluta, ma il risultato di un calcolo che vede rischi e vantaggi contrapposti per stabilire qual è l’approccio più conveniente. Personalmente ho sempre trovato incomprensibile, ad esempio, da parte di persone che sono fumatori accaniti, preoccuparsi delle eventuali conseguenze, del tutto presunte e di fatto inesistenti, del Golden Rice nella propria alimentazione.

La genetica è una tecnologia come tutte le altre, una tecnologia che potrebbe aiutarci a risolvere problemi attualmente irrisolvibili e a salvare milioni di vite; che ci potrebbe far ridurre drasticamente i costi di produzione di farmaci per malattie rare, oggi troppo costosi o difficili da produrre; che potrebbe risolvere i problemi di alimentazione nei Paesi più poveri, sopratutto combattendo l’avitaminosi; che potrebbe darci strumenti più sicuri per produrre sostanze organiche e inorganiche di cui necessitiamo attraverso la creazione di enzimi specifici. Potrebbe, se solo la utilizzassimo… Un cibo geneticamente modificato è spesso più sicuro di tanti alimenti cosiddetti biologici che portano al loro interno sostanze non sempre funzionali al nostro benessere. In alcuni Paesi sono più di quarant’anni che si assimilano OGM, e non risultano ancora effetti collaterali, cosa che invece non si può dire per altri cibi cosiddetti naturali. Purtroppo, ogni qual volta una nuova tecnologia si affaccia nella storia, ci sono persone che la combattono strenuamente ritenendola fuoriera di ogni male. Un esempio? Lo svilupparsi delle ferrovie: ci furono attacchi durissimi ai treni, perché si diceva che l’elevata velocità poteva creare danni seri al nostro organismo. Oggi sappiamo che la velocità non può avere alcun effetto su un qualunque organismo, dato che il suo valore dipende dal sistema di riferimento nel quale la si misura. In fondo ognuno di noi è solidale con un pianeta che ruota intorno al Sole alla insignificante velocità di 30 chilometri al secondo…

Riassumendo: tutto ciò che mangiamo è il risultato di alterazioni genetiche non naturali, ottenute con un processo sicuramente lento e inefficiente, ma non per questo più sicuro della manipolazione del DNA in laboratorio. Quest’ultima è certamente sicura se si definiscono regole chiare, esattamente come si fa per qualsiasi altra tecnologia applicata, dalla costruzione di un edificio all’utilizzo di cavi elettrici per trasportare la corrente. Finora la tecnologia ci ha dato più di quanto ci abbia preso, e nonostante tutti i problemi, anche gravi, che abbiamo, non dimentichiamoci che fino a 10.000 anni fa, quando gli esseri umani hanno iniziato ad alterare l’ambiente che li circondava, la vita media era inferiore ai 30 anni e si poteva morire per una semplice infreddatura. In realtà, ancora all’epoca di mio nonno, si facevano spesso una decina di figli perché si sapeva già che almeno due o tre sarebbero morti di tubercolosi o di altre malattie, alcune delle quali neanche esistono più, almeno in Europa. Noi oggi siamo abituati a mele sugose e rosse, banane grandi quanto una mano, zucchero e farina che costano pochi centesimi, ma una volta, solo poche generazioni fa, le malattie e le morti causate dalla cattiva alimentazione erano la norma, la gente mangiava il pane anche quando era raffermo, e la carne, sulle navi, anche se aveva i vermi. Chi oggi combatte gli OGM, vive dei risultati di milioni di persone che hanno costruito artificialmente ciò che oggi affermiamo essere naturale, ma se si confrontasse con quelle piante e quegli animali selvatici che hanno originato quelli domesticati, neanche li riconoscerebbe e, sicuramente, non potrebbe usufruirne.

Comments (2) to «10.000 anni di OGM»

  1. mc2033 says:

    Purtroppo il messaggio della coop non è affatto casuale o sporadico. Viene ripetuto continuamente per tutto il giorno, al ritmo di circa un passaggio ogni cinque minuti… 🙁

    Ma ha senso, poiché la coop vende i prodotti biologici ad un prezzo superiore rispetto agli stessi prodotti privi della dicitura.

    Piccola nota sulla pericolosità delle tecnologie: un campo magnetico non è più pericoloso del normale respirare. Da due anni circa in medicina vengono usate macchine che espongono il corpo umano a campi magnetici fortissimi* e nessun effetto negativo è mai stato osservato, anche se riconosco che due anni sono pochini per considerarli esaustivi, ma l’intensità di tali campi magnetici è tale che qualche effetto collaterale avrebbe dovuto già verificarsi.

    *Tre (3) tesla, l’intensità del campo magnetico generata all’interno di una macchina per risonanza magnetica, è una quantità enorme, il campo magnetico presente in media sulla superficie terrestre, a cui siamo sottoposti continuamente, giorno e notte, per tutta la durata della nostra vita, è dell’ordine di 0,00001 Tesla…

  2. Sono una Cesarina. Cucino tipico e tradizionale. Sono fermamente convinta che usare ingredienti tipici e biologici sia un modo sano per gustare le ricette che distinguono la nostra cultura. Per conoscere le Cesarine il sito è http://www.homefood.it

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