Broccoli and aspirin



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Da quando è stato pubblicato il decreto Bersani, diverse categorie professionali sono scese in piazza. Fra queste, una di quelle più determinate a opporsi al cambiamento, è indubbiamente quella dei farmacisti. Perché? I farmacisti accusano il governo di «voler trasformare il farmaco in un prodotto di largo consumo, il farmacista in un semplice commesso e le farmacie in un punto vendita alle dipendenze di una multinazionale». Ma è veramente così?

Di quali farmaci stiamo parlando, innanzitutto? Tutti ne parlano di questo benedetto — è il caso di dirlo — decreto, ma che cosa dice effettivamente per quanto riguarda la questione della vendita dei farmaci nei supermercati? Andiamo a dare un’occhiata… dunque, l’articolo è il quinto, i comma più importanti, quelli dal primo al terzo:

  1. Gli esercizi commerciali di cui all’articolo 4, comma 1, lettere d), e) e f), del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, possono effettuare attività di vendita al pubblico dei farmaci da banco o di automedicazione, di cui all’articolo 9-bis del decreto-legge 18 settembre 2001, n. 347, convertito, con modificazioni, dalla legge 16 novembre 2001, n. 405, e di tutti i farmaci o prodotti non soggetti a prescrizione medica, secondo le modalità previste dal presente articolo. È abrogata ogni norma incompatibile.
  2. La vendita di cui al comma 1 e’ consentita durante l’orario di apertura dell’esercizio commerciale e deve essere effettuata nell’ambito di un apposito reparto, con l’assistenza di uno o più farmacisti abilitati all’esercizio della professione ed iscritti al relativo ordine. Sono, comunque, vietati i concorsi, le operazioni a premio e le vendite sotto costo aventi ad oggetto farmaci.
  3. Ciascun distributore al dettaglio può determinare liberamente lo sconto sul prezzo indicato dal produttore o dal distributore sulla confezione del farmaco, purché lo sconto sia esposto in modo leggibile e chiaro al consumatore e sia praticato a tutti gli acquirenti. Ogni clausola contrattuale contraria è nulla. Sono abrogati l’articolo 1, comma 4, del decreto-legge 27 maggio 2005, n.87, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 luglio 2005, n.149, ed ogni altra norma incompatibile.

Letto? Mi sembra abbastanza chiaro, tutto sommato. Vediamo allora di ragionarci un po’ sopra, tornando alle accuse dei farmacisti. Dunque, prima accusa: si vuole trasformare il farmaco in un prodotto commerciale, di largo consumo. È vero? Beh, innanzi tutto il decreto parla solo di farmaci da banco, o che comunque non prevedono alcuna prescrizione medica. In realtà, questi prodotti sono già venduti in molte farmacie come lo sarebbero in un supermercato: le confezioni si prelevano direttamente dagli scaffali, si va alla cassa, si paga. Anche i farmaci che si trovano nei cassetti dietro il bancone, tuttavia, qualora non prevedano prescrizione medica, si acquistano liberamente, senza particolari vincoli. Perché non acquistarli anche in un supermercato, allora? Milioni di persone lo fanno normalmente in moltissimi Paesi. Nei supermercati americani, spesso, c’è una vera e propria farmacia in uno specifico reparto, dove un vero farmacista, non un commesso, prepara anche le confezioni corrispondenti alle prescrizioni mediche. Negli Stati Uniti, infatti, i farmaci con prescrizione sono spesso venduti sfusi, in modo che si possano acquistare solo le dosi che servono, con evidente risparmio per il consumatore. In questo modo si evita anche l’autoprescrizione di farmaci non da banco, dato che è difficile che uno si ritrovi a casa eccedenze di prescrizioni precedenti, magari scadute.

La vendita nei supermercati ha un vantaggio consistente per i consumatori: il prezzo. Il fatto, infatti, è che la grande distribuzione ha la possibilità di saltare completamente i grossisti e di rifornirsi direttamente dall’azienda farmaceutica, con risparmi per il consumatore che possono superare il 50%. Alcune catene, come le Coop, ad esempio, potrebbero addirittura vendere questi farmaci con il proprio marchio, come già fanno per molti altri prodotti, garantendone di fatto prezzo e qualità. La prima accusa è quindi del tutto strumentale. Il problema non è il farmaco, ma la sua vendita, ovvero è un problema di protezionismo di un mercato finora chiuso.

Seconda accusa: si vuole trasformare il farmacista in un semplice commesso. Beh, questo è già vero in molte farmacie, e non certo per colpa del governo, dato che ormai il farmacista non si occupa più, nella maggior parte dei casi, delle tradizionali preparazioni galeniche, ma si limita a leggere la prescrizione, al più a proporre la stessa molecola sotto forma di farmaco generico — più economico di quello di marca — e quindi a consegnare al cliente il suddetto farmaco. Molti farmacisti, inoltre, che non hanno la fortuna o i mezzi per acquistare una propria farmacia, finiscono per lavorare nell’industria o, come dipendente, nelle farmacie di qualcun altro. Il decreto, d’altra parte, non elimina affatto il ruolo del farmacista, ma dà piuttosto la possibilità ai farmacisti senza farmacia di lavorare nei reparti specifici dei supermercati. Non per nulla la categoria si è spaccata in due e, ad opporsi al decreto Bersani, sono solo quei farmacisti che hanno una farmacia. Anche questa accusa è quindi fasulla: non si sta cercando di proteggere la professione, ma la posizione di chi possiede una farmacia propria.

Terza accusa: il decreto trasformerebbe le farmacie in punti vendita delle multinazionali. Questo punto è tutt’altro che chiaro. Non c’è nulla nel decreto che riguardi il rapporto fra farmacie e multinazionali. In effetti, il problema è semmai che la grande distribuzione possa rifornirsi direttamente da quest’ultime, piuttosto che dai grossisti, come già detto. ma questo, per il consumatore, può solo avere un effetto positivo in termini di riduzione dei prezzi. Tra l’altro, fino a quando una legge non ha obbligato i farmacisti a proporre i farmaci generici, questi si guardavano bene dal farlo, sostenendo così in pieno, assieme ai medici che li prescrivevano, proprio i farmaci di quelle multinazionali che adesso attaccano. Non mi è mai sembrato di notare, all’interno delle farmacie, una particolare attenzione a far spendere poco i consumatori.

A quanto sembra, quindi, le critiche dei farmacisti sembrano essere strumentali, e le loro preoccupazioni legate unicamente alla possibilità di vedere aprirsi alla concorrenza un mercato che fino ad oggi era assolutamente blindato. C’è inoltre da dire che gli articoli del decreto Bersani non fanno altro che recepire le normative dell’Unione Europea in tema di libera concorrenza, normative per il cui mancato rispetto l’Italia era già stata condannata in passato dalla UE.

Vediamo piuttosto quali vantaggi dobbiamo aspettarci per i consumatori. Di uno abbiamo già parlato: una consistente riduzione dei prezzi. Un recente emendamento al decreto, inoltre, sostituisce la semplice assistenza, da parte del farmacista che opera nel supermercato, in una vera e propria presenza, ovvero l’assistenza diventa personale e diretta al cliente. Nessun problema, quindi, anche per chi dovesse avere qualche difficoltà a orientarsi nel nuovo Reparto Farmaci del supermercato. Un secondo vantaggio riguarda gli orari: molti supermercati fanno orario continuato, spesso fino alle 21, e sono aperti anche nei giorni festivi. Ci sono poi quelli aperti 24 ore, e ci sono sicuramente più supermercati in Italia, che farmacie. Il vantaggio è evidente: non bisognerà più girare per ore per acquistare un antidolorifico o un’aspirina, specialmente nei periodi festivi e nei mesi estivi. Il che non è poco.

Con questo decreto, l’Italia, non fa altro che avvicinarsi al modello di mercato che già esiste un po’ in tutta Europa e nel Nordamerica. Un cambiamento necessario, che presto coinvolgerà anche molte altre categorie di lavoratori, che a loro piaccia o meno. Stare in Europa, cosa che ci ha più volte salvato dalla bancarotta, vuol dire anche questo. Ed è solo l’inizio. Il decreto è pure piuttosto cauto in questa apertura. Prima o poi dovremo arrivare alla sparizione degli Ordini Professionali come sono oggi in Italia, ovvero vere e proprie strutture corporative, per arrivare a un vero e proprio libero associazionismo. Ma di questo, parleremo un’altra volta.

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