Informazione indipendente



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Prendo spunto da un commento a un precedente articolo pubblicato su questo blog per chiarire il mio personale punto di vista su cosa su si debba intendere per informazione indipendente. Qui di seguito sono riportati i punti salienti del commento in questione così come sono stati scritti da evdea, l’autrice:

Mi dai una definizione di Informazione Indipendente? Perché il concetto è affascinante, ma non mi riesce di trovare un esempio che calzi. La mia ricerca non ha dato esito per due motivi, che possono essere dei semplici preconcetti ma che vorrei discutere per venirne a capo: (1) se scrivi un pezzo hai sempre un motivo per farlo, più correttamente hai interesse a che una determinata notizia passi; (2) se ti pubblicano un pezzo, chi te lo pubblica ha interesse a che una determinata notizia passi. Fin qui siamo all’ovvio. Se mi permetti, la diretta implicazione di (1) e (2) è che una notizia viene pubblicata se qualcuno che ne ha i mezzi ha interesse a pubblicarla. I soggetti possono essere i più diversi: partito, stato, lobbies, singolo editore; tuttavia c’è sempre una stretta dipendenza tra i detentori del mezzo comunicativo e le notizie fornite. I vari soggetti da me elencati forniscono un’informazione customizzata, ognuno in modo da massimizzare il proprio ritorno in termini di immagine, persuasione, ecc.

Mi sembra che evdea abbia correttamente identificato i due elementi chiave del problema: chi scrive e chi pubblica, ovvero il giornalista e l’editore.

Partiamo dal giornalista e analizziamo innanzi tutto il concetto di indipendenza così come io lo concepisco.

Incominciamo col dire che non si sta qui parlando di indipendenza dalle proprie convinzioni. Nessuno pretende che un giornalista cattolico, ad esempio, imposti i suoi pezzi in modo del tutto dissociato da quelle che sono le sue convinzioni. Ognuno di noi ha una propria visione del mondo, una propria scala di valori e, se vogliamo, propri pregiudizi e preconcetti. Pensare che si possa scrivere un pezzo senza che questi elementi influiscano sul nostro pensiero è pura utopia e, se vogliamo, non mi sembra neanche giusto pretenderlo.

D’altra parte, nel momento in cui scriviamo qualcosa ce ne assumiamo la responsabilità e ci esponiamo ai commenti e alle critiche degli altri, quindi anche gli eventuali pregiudizi o preconcetti verranno comunque messi alla prova. In pratica, io sono libero di esprimere le mie opinioni, anche di parte, ma gli altri sono altrettanto liberi di criticarle.

In questo i blog sono un passo avanti rispetto ai giornali in rete, ancorati ancora al concetto delle lettere dei lettori, opportunamente selezionate ed epurate e comunque quasi mai puntuali sullo specifico articolo, come invece succede nella blogsfera.

Inoltre, l’essere più o meno orientato verso un certo modo di pensare non vuol dire necessariamente fare gli interessi di eventuali gruppi di potere che siano legati a quella specifica mentalità. Ad esempio, il fatto che un giornalista cattolico scriva un pezzo che propone dei valori coerenti con la sua fede, non vuol dire necessariamente che stia facendo gli interessi della Chiesa Cattolica; ma anche se li facesse questo non lo renderebbe necessariamente meno indipendente.

Quando parlo di indipendenza, mi riferisco piuttosto al rispetto di una deontologia professionale chiara e ben definita, conosciuta e condivisa da tutto il mondo dell’informazione, indipendentemente dal proprio credo, fede e orientamento. Un esempio lo abbiamo nel mondo scientifico. Gli scienziati sono esseri umani e, come tali, hanno i loro pregiudizi e specifici interessi, sia personali che di parte. Tuttavia, quando operano all’interno del loro ambito, seguono tutti una serie di criteri oggettivi e regole comportamentali all’interno di una metodologia riconosciuta e rispettata da tutto il mondo accademico. Coloro che non lo fanno finiscono per perdere di credibilità e pagano la loro scarsa professionalità in termini di reputazione.

Tornando al mondo dei media, una deontologia professionale in ambito giornalistico dovrebbe quanto meno pretendere che chi scrive

  • separi chiaramente i fatti dalle opinioni, evidenziando, fra i primi, quelli comprovati da quelli supposti o comunque non confermati e, fra le seconde, le proprie da quelle espresse da altri;
  • verifichi sempre tutte le informazioni delle quali viene a conoscenza, controllandone le fonti, facendo dei controlli incrociati e ascoltando sempre, se possibile, tutte le parti in gioco;
  • indaghi a fondo e coscenziosamente evitando di fermarsi alle apparenze e alle voci, cercando di acquisire un’informazione quanto più esaustiva possibile al meglio delle proprie possibilità;
  • riporti onestamente tutto quello che ha scoperto anche quando è in contrasto con le proprie opinioni e le proprie tesi, evitando di nascondere una parte dei fatti solo perché non fanno comodo a qualcuno;
  • rispetti la dignità umana e chieda sempre l’autorizzazione a pubblicare notizie che potrebbero danneggiare ingiustamente qualcuno, soprattutto i minori, al limite anche penalizzando un eventuale scoop;
  • non scriva mai dietro suggerimento di qualcuno o per proteggere espressamente gli interessi specifici di un gruppo, anche quando questi propone una visione comunque condivisa dallo stesso giornalista.

È il concetto del cappello: quando ti metti un certo cappello devi rispettare determinate regole, se ne metti un altro, ne rispetti altre. Così il giornalista impegnato sul fronte ambientalistico potrà certamente scendere in piazza da ecologista e protestare contro questa o quella azienda, ma nel momento in cui si mette, ad esempio, il cappello del commentatore di Economia e Finanza, dovrà farlo cercando comunque di essere quanto più imparziale possibile, anche e soprattutto nei confronti di quelle stesse aziende contro le quali ha protestato. Soprattutto non dovrà fare false affermazioni o strumentalizzare verità parziali ad uso e consumo di una specifica tesi.

Naturalmente questo articolo non pretende di stabilire una deontologia professionale in ambito giornalistico. Ho solo fatto un esempio di alcune regole che a mio avviso «Il Manuale del Bravo Giornalista» dovrebbe contenere. Il concetto di base è che indipendenza vuol dire soprattutto rispetto delle regole, anche quando queste regole non ci piacciono.

E veniamo all’editore. A mio avviso un buon editore deve fare solo due cose: garantire che i propri giornalisti si comportino conformemente alla deontologia professionale sopra citata, e garantire che il giornale sia in attivo, ovvero gestire il giornale come un’impresa profittevole. Qualcuno potrà pensare che quest’ultimo punto sia in contrasto con il primo, che l’unico modo di fare profitti con un giornale sia quello di agire in modo spregiudicato, da una parte, e farsi finanziare da qualche gruppo di potere al quale si è venduta l’anima, dall’altra.

In realtà la storia ci insegna che il fare del cattivo giornalismo non paga. I nostri giornali hanno provato di tutto pur di vendere: dalle pellicole erotiche alle dispense a puntate di enciclopedie e dizionari. Alla fine, la maggior parte della gente compra il giornale come allegato all’enciclopedia, e non viceversa. Eppure sono molti i Paesi nei quali questo non succede e un giornale vende solo per quello che c’è scritto. Un esempio sono gli USA. In quel Paese la concorrenza è spietata e la gente non compra necessariamente sempre lo stesso quotidiano, ma acquista di volta in volta quello che ha la capacità di pubblicare articoli interessanti, inchieste giornalistiche, veri scoop, di quelli che possono far tremare anche un Senatore. Negli Stati Uniti i giornalisti fanno paura anche ai magistrati, da noi vale l’opposto.

In Italia il giornalismo investigativo, quello vero, che non si è venduto a questo o a quel gruppo di potere, che non agisce come braccio armato per colpire ora quell’uomo politico, ora quell’industriale, ma che cerca la verità o, quanto meno, i fatti, non esiste. Quel poco che è rimasto si limita alla cronaca o alla politica estera, dove rischia di meno di toccare interessi pesanti nel nostro Paese, o è circoscritto a pochi coraggiosi cronisti d’assalto, generalmente di giornali locali, che a volte rischiano anche grosso pur di denunciare connivenze fra mafia e politica o gli imbrogli di qualche gruppo industriale.

Cosa vuol dire dunque essere un editore veramente indipendente? Semplice: fare del proprio giornale un’attività commerciale onesta come qualsiasi altra, come fabbricare e vendere scarpe o coltivare pomodori. Certo, si può imbrogliare il consumatore anche con scarpe e pomodori, ma quello è un altro discorso. Il punto è che i nostri editori non cercano di essere innovativi, di proporre ai lettori sempre nuove rubriche, spunti di riflessione, elementi per dibattiti e discussioni. Molti giornali sono diventati ormai i canali di comunicazione di gruppi politici e industriali attraverso i quali veicolare messaggi opportunamente addomesticati, usando come riempitivo le brutte copie dei comunicati delle varie agenzie di stampa, spesso riportate senza neanche un minimo di verifica.

Non so se ho risposto alla domanda di edvea. Spero di sì. Questo è comunque quello che io chiamo Giornalismo Indipendente. In alcuni Paesi c’è, o almeno ci provano. Quindi, non mi venite a dire che è impossibile o che da noi è impossibile. Questo modo di pensare non lo accetto né lo giustifico. Altrimenti perdiamo il diritto di criticare la società nella quale viviamo quando le sue storture ci colpiscono in prima persona: spetta a noi rendere l’Italia un Paese civile, non alle istituzioni, ai politici, agli industriali. Solo a noi.

Comments (6) to «Informazione indipendente»

  1. evdea says:

    Oggi mi fai slogare le dita, Dj.

    Per la deontologia: c’e’ un buon riassunto qui, e noterai che non ti ci sei andato distante.

    http://www.odg.roma.it/web/Carta%20dei%20doveri.htm

    Naturalmente tu sai che ogni giornalista che non risponde a quei doveri puo’ essere richiamato dall’albo e dovra’ rispondere per le eventuali azioni in contrasto con la deontologia.

    Sui contenuti a meno che non sia un free lance ogni giornalista che scrive un pezzo deve attenersi alla linea editoriale, quindi potra’ mettersi tutti i cappelli che vuoi, ( concetto che condivido in linea di principio ) ma poi avra’ nel suo riportar notizia dei vincoli dettati dall’editore, (si fa il solito discorso del com’e’ e come dovrebbe essere) non credere Dj i giornalisti che urlano dalle pagine di cronaca dei piccoli giornali, in appoggio hanno sicuramente, un capo redattore e un direttore che gli permette di scrivere cio’ che scrivono, per gli altri e’ sottile gioco di equilibrio, certo senza parlare di quelli decisamente venduti e schierati.

    Per i free lance, mah o si autoproducono, o comunque hanno trovato qualcuno disposto a pubblicare quello che hanno prodotto, non si sfugge, i canali d’accesso quelli sono, se la notizia arriva qualcuno aveva interesse a che arrivasse.

    Quanto agli editori, non riesco ad immaginare un editore che pubblichi articoli contro i gruppi di potere che lo finanziano.

    Per questo dico che ci deve essere una concorrenza forte, e che alla fine dai contrapposti interessi ottieni qualcosa che si avvicina approssimata per difetto al concetto ben chiaro di Informazione Indipendente che hai espresso in questo articolo.

    Gli interessi ci sono, non riuscirai mai a imporre un codice di comportamento tale da pressare gli editori a dirti tutto, puoi mettere in ballo piu’ interessi possibile in modo che dal conflitto che si genera tu possa avere accesso ad un contenuto informativo piu’ vasto.

    A mio modesto pensare ci sono troppi pochi galli a cantare e’ la’ il problema. Siamo entrambi decisamente molto ottimisti sulla situazione non c’e’ che dire. Gia’.

  2. tu sai che ogni giornalista che non risponde a quei doveri puo’ essere richiamato dall’albo e dovra’ rispondere per le eventuali azioni in contrasto con la deontologia

    Davvero? Strano. Posso prenderti ogni giorno una decina di giornali e mostrarti almeno altrettanti articoli in cui il giornalista

    – dice il falso

    – non dice tutta la verità

    – ha scritto un’evidente marchetta

    – ha scritto delle fesserie

    Non mi risulta che l’Ordine intervenga in nessuno di questi casi.

  3. evdea says:

    Deve essere presentato esposto da qualcuno…

    L’ordine non interviene da solo salvo casi eclatanti.

  4. evdea says:

    Per caso eclatante intendo:

    Bruno Vespa in prima serata che afferma: “Il papa e’ bigamo”

  5. evdea says:

    Ecco un altro caso eclatante, qualcuno alssu’ ci ascolta Dj:

    http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=15381&idsezione=10

  6. Credo sia significativo il fatto che il richiamo all’ordine è stato del Garante e NON dell’Ordine dei Giornalisti, ordine che avrebbe dovuto essere sostituito da un pezzo dal libero associazionismo. Putroppo il nostro è ancora un Paese di CORPORAZIONI.

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