La Democrazia Sorteggiata



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Lo sapevate che uno dei meccanismi principali che ha caratterizzato per diversi secoli la democrazia ad Atene era basato sul sorteggio? Ad esempio, i 6.000 membri della Ήλιαία, cioè del tribunale popolare, erano sorteggiati, così come lo erano i 500 membri della βουλή, ovvero il consiglio rappresentativo della città. Ovviamente il sorteggio era fra quei cittadini che, avendo i requisiti per essere selezionati, si offrivano volontari. Nessuno era obbligato ad assumere un ruolo contro la propria volontà.

Inoltre esistevano regole precise per evitare che, operando per sorteggio, venissero “eletti” individui non idonei a un compito istituzionale o quanto meno per garantire che le conseguenze negative di una scelta non ottimale fossero limitate al massimo. Ad esempio le magistrature erano annuali e non potevano essere iterate, così come era vietato il cumulo delle cariche. Per permettere anche a persone di umili origini di accedere a tali cariche, inoltre, molti ruoli erano retribuiti. C’era anche un esame di ingresso, un controllo mensile e un rendiconto alla scandenza del mandato per ogni magistrato.

Questa idea che la democrazia potesse basarsi su una rappresentanza sorteggiata, piuttosto che eletta, a noi può sembrare strana, ma è stata per molti secoli un principio fondamentale, tanto che lo stesso Aristotele affermava che l’elezione fosse tipica dell’aristocrazia mentre il sorteggio fosse proprio della democrazia. I motivo che stanno alla base di questa concezione della democrazia risiedono nel fatto che con il sorteggio tutti hanno uguali probabilità di ricoprire una carica pubblica o di partecipare a un organismo decisionale, mentre il meccanismo delle elezioni serve a selezionare una classe dirigente, a scegliere i presunti “migliori”. Il primo è quindi un meccanismo egualitario, il secondo uno strumento antiegualitario.

Questa concezione tuttavia non è caratteristica solo di Atene o dell’Antica Grecia. Nel Rinascimento, a Firenze, Orvieto, Siena, Pistoia, Perugia e Lucca, era usato lo scrutinio, ovvero l’estrazione delle cariche da un bacino di nomine precedentemente elette. Questo sistema era utilizzato per la consegna periodica delle nomine, specialmente quelle degli alti magistrati, in combinazione con un sistema di rotazione delle cariche per periodi relativamente brevi, dai 6 mesi a un anno.

A Venezia, una parte dei membri del Gran Consiglio venivano estratti a sorte fra tutti i giovani con più di vent’anni, anche se non appartenevano a una famiglia ricca o facoltosa. Sull’esempio della Serenissima, molte città del Nord, come Parma, Ivrea, Brescia e Bologna, adottarono il sorteggio allo scopo di stabilire una ripartizione neutra e imparziale delle cariche tra le ricche famiglie e le fazioni politiche che si contendevano il potere. In pratica era una procedura tesa a risolvere i conflitti.

Sempre a Venezia veniva usato un sistema iterativo molto peculiare per l’elezione del Doge, fatto di alternanze di elezioni e sorteggi. Per prima cosa venivano sorteggiati 30 membri del Gran Consiglio, che venivano successivamente ridotti a 9 con un secondo sorteggio. Questi dovevano poi eleggere 40 cittadini, ognuno dei quali doveva ottenere almeno 7 voti su 9. A questo punto c’era un terzo sorteggio che riduceva i 40 eletti a 12, i quali a loro volta dovevano eleggere altri 25 cittadini, ognuno dei quali doveva ricevere almeno 9 voti su 12. Quarto sorteggio e i 25 tornavano ad essere 9, i quali dovevano eleggere 45 cittadini sempre con almeno 7 voti validi ciascuno. Un quinto sorteggio riduceva quindi i 45 ad 11 che dovevano finalmente eleggere i 41 Grandi Elettori il cui compito era eleggere il Doge. Ogni Grande Elettore doveva aver ricevuto almeno 9 voti validi su 11.

A questo punto i Grandi Elettori dovevano scegliere ognuno un cittadino e mettere il suo nome in un’urna dalla quale veniva estratto a caso un solo nome. Questi, tuttavia, per diventare Doge doveva venire “processato”, ovvero doveva superare una sorta di esame in cui era chiamato a difendersi da qualsivoglia accusa gli fosse rivolta. Veniva quindi effettuata un’ultima votazione da parte dei Grandi Elettori per decidere se il candidato avesse superato l’esame. Per diventare Doge doveva ricevere almeno 25 voti a favore. Se non ci si riusciva, si estraeva un’altro nome dall’urna e si faceva un altro processo e così via fino all’elezione di un Doge.

La scelta di una carica per sorteggio esiste anche ai giorni nostri. Ad esempio in Italia sei degli otto membri della Corte d’Assise sono scelti tra i cittadini italiani compresi tra i 30 e i 65 anni per sorteggio. Analogamente la scelta delle commissioni di esami o degli arbitri sportivi avviene per sorteggio in molti Paesi. Mai questa tecnica è stata però usata a livello nazionale in alcun Paese per cariche istituzionali di una certa rilevanza.

Recentemente cinque docenti dell’Università di Catania hanno sviluppato un modello che dimostra matematicamente come l’introduzione di una certa percentuale di deputati indipendenti estratti a sorte migliorerebbe l’efficienza del sistema parlamentare. Si tratta di Maurizio Caserta e Salvatore Spagano, economisti, Cesare Garofalo, sociologo, Alessandro Pluchino e Andrea Rapisarda, entrambi fisici.

In pratica i cinque studiosi hanno prima definito una metrica di misurazione dell’efficienza di un Parlamento come prodotto della percentuale di leggi approvate in una legislatura e il benessere sociale che sarebbe derivato da queste leggi. L’obiettivo era quello di individuare la composizione ottimale di quel Parlamento che avesse massimizzato tale efficienza. Per farlo è stato usato un modello semplice ma abbastanza realistico, ovvero quello in cui ci sono due coalizioni, A e B, che si contendono il potere. Ovviamente si può pensare a modelli più complessi, ma già questo ha dato risultati interessanti.

Si voleva vedere quanti parlamentari sorteggiati a caso e del tutto indipendenti dalle due coalizioni in questione fosse necessario prevedere nel Parlamento per ottenere questo risultato. In definitiva la procedura seguita è stata la seguente. Prima di tutto venivano effettuate delle elezioni per determinare le percentuali relative di seggi da assegnare a ogni coalizione. Ad esempio il 60% dei seggi alla coalizione A e il 40% alla coalizione B. Quindi, stabilito il numero totale di seggi da assegnare, ad esempio 500, si doveva determinare quanti di questi dovessero essere riservati alle due coalizioni e quanti a cittadini sorteggiati a caso fra tutti quelli interessati a diventare parlamentari. La regola stabiliva che chi fosse stato sorteggiato in una legislatura, non potesse essere scelto di nuovo per quella successiva, né per sorteggio né per elezione. Ad esempio, se si decideva di assegnare agli indipendenti 140 seggi, ne restavano 360 da suddividere fra le due coalizioni, ovvero 216 alla coalizione A e 144 alla coalizione B.

L’obiettivo del modello era appunto cercare una formula che stabilisse, per ogni valore percentuale del partito di maggioranza, quanti seggi riservare agli indipendenti. Operando una serie di simulazioni di attività legislative, infatti, era risultato che sia un Parlamento senza neanche un parlamentare indipendente, sia uno formato solo da parlamentari scelti per sorteggio, avevano sostanzialmente un’efficienza nulla. Il motivo è semplice: in un sistema partitico, il partito tende a imporre una disciplina per cui se un parlamentare propone una legge con il consenso del partito, quest’ultimo la sostiene, sia che sia di beneficio alla collettività, sia che persegua interessi lobbistici. Quindi un Parlamento di soli eletti avrà un numero elevato di leggi approvate ma un bassissimo valore per quanto riguarda il benessere sociale. Ovviamente se i parlamentari fossero liberi di votare secondo la propria coscienza il risultato sarebbe diverso, ma sappiamo che raramente è così, almeno in Italia. Viceversa un Parlamento formato solo da indipendenti sfornerebbe leggi più orientate al vantaggio collettivo, ma dato che ogni proposta si deve guadagnare il consenso di un numero elevato di parlamentari indipendenti, il numero di leggi approvate sarebbe minore.

Questi risultati sono stati in effetti confermati da una serie di simulazioni che hanno permesso di trovare una regola aurea per determinare il numero di parlamentari indipendenti ottimale a fronte della percentuale di voti ottenuti dal partito di maggioranza. Detto infatti N il numero di seggi disponibili in Parlamento e p la percentuale di voti ottenuta dal partito di maggioranza — per definizione l’altro partito avrà ottenuto (100 – p) — il numero di parlamentari S che vanno selezionati per sorteggio sarà:

Ad esempio, nel caso che il Parlamento sia composto da 500 membri, la curva che si ottiene è la seguente:

In pratica, con una maggioranza del 60% bisognerebbe avere almeno 140 parlamentari indipendenti sorteggiati a caso per avere un Parlamento efficiente, ma se la maggioranza ricevesse ben l’81% dei voti, dovrebbero essere di più, ovvero 275. Nel primo caso avremmo quindi 216 seggi alla coalizione A, 144 alla coalizione B più i 140 indipendenti; nel secondo caso invece avremmo 182 seggi per A, 43 per B con i rimanenti 275 per gli indipendenti. Quindi, maggiore è la forza del partito di maggioranza, maggiore dovrebbe essere il numero di indipendenti inteso a bilanciare tale strapotere. Tutto il contrario in pratica dell’attuale premio di maggioranza che c’è nel porcellum. Ne consegue che questo meccanismo, basato in parte sui voti, in parte su un sorteggio, non solo non porterebbe all’ingovernabilità ma renderebbe il Parlamento più efficiente.

Tutto ciò potrà sembrare strano, ma è così: il sorteggio è un sistema più democratico dell’elezione e se fatto con certi criteri renderebbe più efficiente il nostro Parlamento. Provare per credere.

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