Il santo assassino



È sera. Le finestre delle case si illuminano di tiepide luci che ballano e danzano al suono ritmato degli zoccoli dei cavalli sul selciato. Il carretto procede lentamente lungo una delle strade secondarie nel centro della città. A cassetta una donna, non più fanciulla, eppura ancora bellissima. A un certo punto le ombre che accompagnano il lento passare del carro si animano e lo circondano come lupi attorno a una facile preda. La donna è afferrata, scagliata a terra e quindi trascinata per i capelli verso una vicina chiesa. Gli uomini, vestiti con lunghi sai scuri, le si fanno addosso come avvoltoi su una carogna: le lacerano le vesti, la denudano, quindi, con cocci affilati la colpiscono più volte strappandole pezzi di carne, infleggendole profonde ferite slabbrate, strappandole grandi lembi di pelle, scorticandola viva. La donna urla ma la città volta la testa per non udire. E ancora la fanno a pezzi, membro a membro: una mano, un orecchio, un seno. Ormai è solo un animale da macello e dell’originale bellezza nulla resta, e neppure d’umano a dir il vero. Infine, ultima offesa, pur respirando ancora, le cavano gli occhi e le strappano la lingua. Finalmente spira. Eppure lo scempio non finisce. Come abili macellai continuano a smembrarla e ne trasportano le parti in un vecchio forno dove le bruciano affinché nulla di lei rimanga, salvo gli echi ormai lontani delle sue urla e una larga macchia di sangue sul selciato della chiesa. Quindi, così com’erano comparse, spariscono nell’oscurità.

Questo non è un racconto di fantasia, ma una storia vera. La città in cui è avvenuto il fatto è Alessandria d’Egitto, l’anno il 415 dopo Cristo, il mese marzo. Gli aggressori erano dei monaci cristiani mentre la donna così vigliaccamente uccisa si chiamava Ipazia ed è stata forse la più grande matematica, astronoma e filosofa del Mondo Antico; probabilmente anche di quello moderno.

Ipazia era una donna di grande cultura e saggezza, tanto da poter tranquillamente parlare alla pari con qualsiasi savio o politico della sua città, i quali l’ascoltavano in rispettoso siilenzio. Ebbe molti allievi, soprattutto nel campo della matematica, ma anche dell’astronomia e della filosofia. Scrisse diverse opere fra cui un commentario al «Canone astronomico» di Diofanto d’Alessandria, uno alle «Coniche» di Apollonio di Perga e forse anche un suo proprio «Canone». Dice Socrate Scolastico che Ipazia «era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche». E ancora Damascio, nel V secolo, afferma che Ipazia era «di natura più nobile del padre, non si accontentò del sapere che viene attraverso le scienze matematiche a cui era stata introdotta da lui ma, non senza altezza d’animo, si dedicò anche alle altre scienze filosofiche. La donna, gettandosi addosso il mantello e uscendo in mezzo alla città, spiegava pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altro filosofo».

Dunque perché questa donna così saggia e rispettata ad Alessandria viene così brutalmente assassinata. E chi è il mandante?

Siamo nel 412 e Cirillo di Alessandria, detto anche Doctor Incarnationis, diventa patriarca della città. Subito mostra la sua natura violenta cacciando gli ebrei da Alessandria e trasformando tutte le sinagoghe in chiese cristiane, combattendo anche con le armi l’eresia ariana e il monofisismo. I suoi monaci, detti parabalanoi o chierici barellieri, formano vere e proprie bande di squadristi che setacciano l’abitato per stabilire il primato dell’ortodossia cristiana. Sebbene Ipazia non avesse preso una posizione specifica in ambito religioso, i suoi insegnamenti erano visti come una sfida alla religione cristiana da parte del vescovo, che voleva cancellare definitivamente tutte le altre religioni nonostante l’opposizione del prefetto d’Alessandria, Oreste, lui stesso vittima di un’aggressione da parte di monaci cristiani. Quella di Ipazia è in realtà una difesa del mondo antico, della sua cultura e dei suoi valori, rappresentato dal sapere della famosa Biblioteca di Alessandria. La sua morte ne fa di fatto una vera e propria martire pagana.

La responsabilità di Cirillo nell’assassinio della donna è riconosciuta in modo più o meno esplicito dalle stesse fonti cristiane. Eppure, il 28 luglio 1882, esso viene fatto santo, venerato dalla Chiesa ortodossa, da quella copta e da quella cattolica, come il più importante padre della Chiesa orientale dopo Atanasio di Alessandria.

Ancora oggi, a distanza di 15 secoli, Cirillo d’Alessandria è ricordato nel Calendario dei Santi il 27 giugno, nonostante le violenze di cui è responsabile e il vergognoso e brutale assassinio di una delle più eminenti figure dell’antichità. Forse la Chiesa sarà anche cambiata, ma come non pensare che il 27 giugno dovremmo piuttosto ricordare Ipazia come martire e non Cirillo come santo? Forse sarebbe arrivato il momento di fare un’analisi di coscienza e rivedere quel calendario in senso critico, perché non si può onestamente venerare come santo chi è stato il mandante di un tale efferato assassinio.

Commenti (1) a «Il santo assassino»

  1. utente anonimo ha detto:

    "Forse sarebbe arrivato il momento di fare un’analisi di coscienza e rivedere quel calendario in senso critico, perché non si può onestamente venerare come santo chi è stato il mandante di un tale efferato assassinio."

    O forse sarebbe il caso di capire che un calendario di "santi" cristiani non è rappresentativo per l’uomo moderno (se non da un punto di vista storico-culturale). E’ per questo motivo che esistono i calendari "laici".

    Saluti
    IlCensore

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