Flagranza di… rete



La pedofilia in rete è una piaga che affligge Internet da diverso tempo ormai, tanto che nella maggior parte dei Paesi che la combattono con decisione sono state create apposite forze di polizia che operano direttamente in rete per identificare siti pedoprnografici e pedofili, quest’ultimi spesso altrimenti “insospettabili”.

Da qualche tempo, tuttavia, soprattutto negli USA, si sta incominciando ad avere evidenza di un nuovo problema che si affianca a questa piaga rendendo ancora più difficile il lavoro degli investigatori. Si tratta di alcuni casi di individui che, trovati in possesso di materiale pedopornografico sui loro computer, sembrano essere del tutto estranei a questo flagello. Alcune analisi più approfondite hanno rilevato che tale materiale sembra essere stato immesso nei loro sistemi attraverso un virus.

Il sospetto degli investigatori è che i ciberpedofili abbiano sviluppato un virus in grado di caricare materiale pedopornografico su altri sistemi all’insaputa dei loro proprietari. Lo scopo è, ovviamente, quello di ingarbugliare le acque. Se infatti iniziano ad essere tanti quelli che vengono accusati innocentemente di pedopornografia perché è stato trovato loro materiale illegale sui PC, sarà sempre più facile per i veri pedofili affermare di essere innocenti e quindi riuscire a sfuggire alla giustizia: basterà loro dimostrare di essere “vittime” del loro stesso virus per avere come minimo il beneficio del dubbio.

Se questo virus dovesse esistere davvero, l’impatto sulla nostra società sarebbe disruttivo. Un’accusa di pedopornografia è infamante e spesso basta da sola non solo a rovinare una persona, uomo o donna che sia, ma la sua intera famiglia. Difendersi dai virus è possibile dotandosi di antivirus e firewall, ma sappiamo benissimo come anche la macchina meglio protetta possa essere “bucata”. I meccanismi sono tanti e sfruttano non solo tecniche informatiche ma anche psicologiche (come per il phishing), tanto che ritenersi al sicuro al 100% è praticamente impossibile.

Ma c’è una conseguenza ancora più devastante che non richiede neppure la certezza dell’esistenza di uno specifico virus o troiano, ed è la “perforabilità teorica” dei nostri PC. Se, infatti, in teoria qualsiasi PC può essere violato ed esiste la possibilità che materiale illegale possa essere caricato sulla nostra macchina a nostra insaputa — e questo ormai è un dato di fatto nel mondo del web — allora la semplice presenza di tale materiale non può essere considerata probante a livello giuridico della colpevolezza di un eventuale imputato.

Il materiale caricato dall’esterno volontariamente e quello immesso di nascosto da terzi non presentano elementi atti a distinguere i due casi purtroppo, per cui solo l’atto in sé, se intercettato, potrebbe essere davvero probante, non la presenza di un file o di dati specifici all’interno del disco fisso. In pratica ci ritroviamo di fronte alla necessità di introdurre anche nel mondo informatico la “flagranza di reato”, il che vuol dire che la polizia dovrà dotarsi di strumenti sempre più sofisticati per cogliere i pedofili in rete sul fatto, perché la semplice presenza sui loro PC di materiale illegale non può più oggettivamente essere considerata un elemento probante ma al più indiziario.

La rete è stata una svolta epocale nella nostra società e diventerà sempre più centrale nella vita di tutti noi. Purtroppo questo è vero anche per i criminali che stanno imparando a usarla in modo sempre più sofisticato. Questo rappresenta una sfida seria per il legislatore perché solo una profonda competenza in materia permetterà di sviluppare un vero e proprio Diritto Digitale che permetta di sbrogliare matasse come quella presentata in questo articolo.

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