Lanciar pietre



A volte sento il bisogno di dire alcune cose, cose che molti trovano politicamente scorrette, cose che generano polemiche e incomprensioni, rabbia e insulti, cose che vanno davvero controcorrente ma non perché legate a ideologie storicamente riformiste o radicali, ma semplicemente perché nessun altro le dice, o almeno non le scrive. Eppure sento che certe cose vadano dette, proprio perché a nessuno piace sentirle, perché danno fastidio, perché sanno di cattiveria e di cinismo. Perché lo faccio? Perché sono semi, e come molti semi, piccoli, brutti, senza alcun fascino, possono generare stupende piante e fiori meravigliosi, ovvero momenti di consapevolezza dei nostri limiti, dei nostri difetti, e quindi opportunità per migliorare. Almeno questo credo. Forse sbaglio, ma il mio è un elogio alla pazzia, perché è l’unica realtà in cui riesco a riconoscermi.

Vi voglio parlare di persone, e di cose, e di eventi, e infine di responsabilità. Responsabilità di quelle persone nei confronti di quelle cose e di quegli eventi, cose ed eventi che fanno o che possono far parte del nostro quotidiano, ma che tendiamo ad ignorare finché non ci cadono addosso, e ci schiacciano, e ci uccidono. Allora se ne parla, ma per poco…

Poche settimane fa il terremoto in Abruzzo: case crollate sulle persone, persone schiacciate dal cemento, dolore e rabbia e tante, tante polemiche. Giuste, giustissime. Quello si è fatto, quell’altro non si è fatto: fuori i colpevoli! Quali? Ovviamente chi deve decidere: amministratori comunali, magistrati, costruttori, ingegneri, periti, politici e ministri. Facile. Facile perché lo sono, colpevoli; facile perché lo erano, responsabili. Troppo facile.

Voglio parlarvi di persone: quelle che vivono a ridosso del Vesuvio, alcune a meno di otto chilometri dal cratere principale. Nel 1944 il Vesuvio tossì, e lo fece fino a 50 chilometri di distanza. Fu solo un colpo di tosse, non come quella tragica notte in cui i flussi piroclastici scolpirono nella cenere le sofferenze degli abitanti di Pompei. Intorno al Vesuvio c’è circa mezzo milione di persone, proprio a ridosso, sulle pendici, ai piedi, a un tiro di scoppio. Troppe per evacuarle, sempre che ci siano le avvisaglie per farlo, sempre che qualcuno creda agli allarmi, sempre che il vulcano dia loro il tempo di scappare. Moriranno. A migliaia, a decine di migliaia, forse di più. Non “forse”: al massimo “quando”. Ma anche lì, è solo questione di tempo, e non stiamo parlando di secoli.

Voglio parlarvi di persone, che hanno costruito la loro casa con le mani ricoperte di malta e i risparmi che sanno di cipolla e passata di pomodoro, nel profondo sud di un Paese che ormai il sole lo vede a singhiozzo, tra uno scroscio di pioggia e un altro. Nessun piano regolatore, tutto abusivo, ma sono povera gente. Cosa volete, in fondo? Fan ben di peggio quelli che i soldi li hanno, e a palate. Hanno costruito dove hanno potuto, o forse dove hanno voluto. Bravi muratori, pessimi ingegneri. E poi si deve risparmiare. Finiranno nel fango, e non è una metafora: è fango vero, lavato via dalle pioggie, non trattenuto dai fantasmi degli alberi tagliati, sradicati, uccisi uno alla volta, sentinelle silenziose che presidiavano le nostre terre, e trattenevano quest’ultima nella sua rabbia melmosa. O sarà il fango delle esondazioni, perché i fiumi si agitano, si muovono, devono sciogliersi come bestie al sole che stirano i muscoli. Non puoi tener fermo un fiume. Puoi provare a legarlo, imbrigliarlo, ma prima o poi ti fuggirà dalle dita e si aprirà in un abbraccio freddo che porterà via uomini e bestie verso il mare.

E volevo parlarvi della terra che si agita e si muove, perché tutto il nostro Paese si agita e si muove, e viene scosso da brividi e scatti d’ira improvvisa. Tutto. Ogni giorno. Ogni ora. Piccoli sussulti, qualcuno più forte, qualcun altro più prolungato. E non si può sapere quando si spaccherà la terra, e comunque saperlo serve a poco perché la terra si spacca comunque. E allora bisognerebbe costruire bene, costruire case solide ma capaci di danzare sulle punte al minimo sussulto, case che sappiano vivere con la terra e della terra non debbano aver paura. Ma le nostre non lo sono. La maggior parte, almeno, e lo sappiamo bene. Tutti lo sappiamo bene. Chi le ha fatte ma anche chi ci vive. Perché fare bene le cose costa, non solo denaro che forse è il meno e si potrebbe risparmiare a far davvero bene, ma fatica: la fatica di pensare che può toccare anche a noi, che può succedere anche domani. E gli impianti non sono a norma, e lo sappiamo. E le strutture non sono antisismiche, e lo sappiamo. Quello che non sappiamo e che non insegnamo, è cosa fare se succede. Come comportarci, come salvarsi. Troppa fatica. Esercitazioni nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici? Chi le vuole fare?

La verità, quella che non si vuole dire, che non vogliamo dire a noi stessi, è che ogni morte, ogni crollo, ogni danno, non è responsabilità solo di questo o di quello, ma di ognuno di noi, primi fra tutti coloro che hanno fatto del lanciar pietre una professione. Qualcuno disse: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Ancora oggi queste parole non sono ancora state davvero comprese. Qualcuno disse ancora: «Togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall`occhio del tuo fratello». Neppure queste sono state comprese. Capiamo le parole senza comprendere la frase, senza capire che sono state dette per noi, perché è a tutti noi che si applicano. Uomo o Dio, saggio o folle, chi fosse chi le disse poco importa: sono parole che ci lasciano nudi di fronte a una verità che ci ostiniamo a far valere sempre o solo per gli altri. Noi siamo i puri, siamo i buoni, siamo i onesti. Noi siamo quelli che scagliano le pietre.

Sono un mostro, lo so. Sto dicendo che parte della colpa per chi muore è di chi è morto. Sto dicendo che l’operaio che muore sul lavoro condivide in parte quella colpa con l’imprenditore che non ha adottato le misure di sicurezza previste, che l’uomo o la donna schiacciati dalle macerie sono in parte responsabili come chi quella casa ha costruito, che coloro che moriranno domani, e fra un anno, e fra dieci anni sotto la neve o il fango, fra le fiamme di un incendio o sotto le travi di una casa, annegati dall’acqua melmosa o con i polmoni bruciati dalla cenere rovente, hanno la loro parte di responsabilità. Ma magari non lo sapevano, magari ignoravano il pericolo, direte voi. Qualcuno almeno, se non i più. Vero, ma non è forse anche l’ignoranza una colpa?

E allora cosa dovremmo fare? Perdonare i criminali che costruiscono castelli di carta dove la terra trema? Giustificare coloro che dovrebbero assicurarsi che ogni cosa sia fatta a regola d’arte, che tutte le misure di prevenzione siano state prese nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici, persino nelle singole case? Che non si costruisca dove non si deve, che non si viva dove non è sicuro, che non si lavori come non è corretto fare? No, certo che no. Essere correi non diminuisce certo la gravità del crimine, né giustifica chi lo ha commesso. Ma ammettere che ognuno di noi ha una sua parte di colpa — tutti, ma intendo davvero tutti, anche tu! — vuol dire comprendere che ognuno di noi ha una parte di responsabilità, e dato che di case edificate dove non devono essere edificate e in un modo che non dovrebbe essere utilizzato e con materiali che non dovrebbero essere usati ce ne sono a milioni in questo Paese, dato che aspettano solo il prossimo evento per aggiungere altri nomi alla lunga lista di morti per cataclismi naturali, incidenti, disgrazie sul lavoro e fra le mura domestiche, allora forse qualcosa da fare ce l’avremmo anche, se avremo l’onestà di smettere di lanciare pietre e usarle piuttosto per costruire un Paese migliore.

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