Impronte digitali: un falso problema



È di questi giorni la polemica sulla proposta del ministro Maroni di prendere le immpronte digitali dei bambini Rom. Si parla di razzismo, di schedatura, di discriminazione. In passato più volte si è parlato di aggiungere ai documenti d’identificazione eventuali dati biometrici, ma tali proposte sono state contrastate duramente tant’è che tuttora sulla carta d’identità, la patente e il passaporto non digitale c’è solo una serie di dati anagrafici più la solita fotografia formato tessera.

Ma perché farsi prendere le impronte digitali suscita tanta opposizione? A mio avviso le ragioni vanno cercate più nell’ambito della psicologia che in quello della logica. Sul piano razionale, infatti, non esiste alcun motivo per cui un cittadino dovrebbe rifiutarsi di fornire un mezzo sicuro di identificazione basato su dati biometrici.

Consideriamo un documento d’identificazione come la carta d’identità, la patente o il passaporto. Qual è lo scopo di questi documenti? Ovviamente identificare il singolo individuo. Se il documento non dovesse permettere di raggiungere un tale obiettivo sarebbe del tutto inutile. Altrettanto ovviamente tale identificazione dovrebbe essere effettuata solo dalle autorità preposte o comunque in tutti quei casi in cui essa si ritenga necessaria; ad esempio per motivi di sicurezza pubblica, come i vari controlli previsti da parte delle forze di polizia ma anche la prenotazione di una camera in albergo o il salire su un aeromobile all’aeroporto.

Un documento dotato di fotografia è adatto a tale scopo? In linea di massima no, perché l’aspetto può essere alterato e comunque cambia nel tempo. Quanti di noi hanno documenti con una foto che giusto i nostri genitori potrebbero confermare essere davvero nostra? Inoltre questo genere di documento può essere facilmente falsificato e alterare una foto con un programma di fotoritocco è alla portata di chiunque. Ne consegue che gli attuali documenti d’identità presentano notevoli limiti nell’assolvere il loro compito.

Alterare un dato biometrico è invece molto più complicato così come non è alla portata di tutti modificare o falsificare un chip che contiene tali dati in forma digitale, magari crittografati. Ecco allora che se l’obiettivo è identificare un individuo, il metodo migliore è proprio acquisire tali dati e registrarli in una tessera dotata di chip. Se questo sembra eccessivo allora vuol dire che dietro alla nostra opposizione sta un rifiuto più profondo, ovvero quello di essere identificabile anche in quelle situazioni in cui l’identificazione rappresenta una garanzia di sicurezza prima di tutto proprio per noi stessi, come quando saliamo su un aereo o ci rechiamo a un evento pubblico. Se così è, accettare allora di avere un documento d’identificazione è solo un’ipocrisia: tanto vale eliminare anche carta d’identità, la patente o il passaporto.

Qualcuno potrebbe obiettare che una volta resa una persona identificabile, questa informazione potrebbe essere usata in modo illecito anche dalle autorità proposte, ma questo è un rischio che esiste comunque. Chi lavora in banca sa tutto di noi sul piano economico, il nostro medico conosce la nostra anamnesi, il nostro avvocato informazioni e restroscena sicuramente privati. Buona parte della nostra vita privata finisce comunque in un modo o nell’altro negli archivi di enti e professionisti che potrebbero sfruttare tali informazioni per danneggiarci. L’alternativa è isolarsi, andare a vivere su una qualche isola deserta, coltivare il nostro orticello e campare di pesca. Liberi di farlo.

In quanto alle impronte digitali, come ho già detto, ritengo sia un problema essenzialmente psicologico. Per decenni, infatti, le impronte digitali sono state il dato biometrico per eccellenza utilizzato nelle indagini criminali e per schedare i delinquenti. Oggi esistono altre tecniche anche molto sofisticate basate su dati biometrici come il riconoscimento dell’iride, l’analisi della retina, il riconoscimento della forma volto o dell’orecchio, la geometria della mano, il riconoscimento vocale, persino il rilevamento dell’odore del corpo per non parlare dell’analisi della struttura del DNA. Le impronte digitali restano tuttavia il metodo più semplice dato che non richiedono strumenti particolarmente complessi o sofisticati sia per la loro acquisizione che per la comparazione dei dati. Il problema è che nell’accezione quotidiana siamo abituati ad associare il rilevamento delle impronte digitali alle indagini criminali, e quindi il solo pensiero che lo Stato possa utilizzare le nostre impronte digitali per identificarci suscita in noi una sorta di rifiuto, quasi che questo semplice atto equivalga ad accusarci a priori di chissà quale crimine o quantomeno a metterci sullo stesso piano dei criminali.

Ovviamente non è così, ma molto spesso le reazioni delle persone a una proposta si basano solo in parte su considerazioni razionali. In genere quest’ultime servono solo a giustificare reazioni viscerali, assolutamente irrazionali ma le cui radici hanno origine in profondità nel nostro animo. Essere civili vuol dire anche saper superare queste paure e basare le nostre decisioni solo su un’analisi logica delle problematiche che ci vengono poste, cercando di ragionare solo su elementi oggettivi e verificabili.

In quanto ai Rom, se identificare quei bambini permetterà di evitare che vengano utilizzati come ladruncoli o peggio ancora nei giri della prostituzione e dello spaccio della droga, credo che farlo sia ben più che una necessità, ma un vero e proprio atto dovuto da parte di un Paese civile.

Personalmente ritengo che la soluzione ideale sarebbe di registrare tutti i dati che ci riguardano, biometrici e non, in un’unica rete di basi dati interconnesse consultabili a fronte di un unico codice identificativo che dovrebbe essere registrato sul chip di una singola tessera di plastica. Questo approccio permetterebbe alle autorità preposte di consultare solo quella parte di dati di cui devono essere informate, sia con che senza il nostro consenso, e a tutti gli altri di poter consultare solo specifici blocchi di dati e solo previo nostro consenso. I dati non sarebbero quindi sulla carta che, se persa, risulterebbe del tutto inutile senza i PIN di conferma. Inoltre si potrebbero definire due PIN di accesso, uno per i dati "pubblici" e uno per quelli "sensibili", e una serie di chiavi specifiche per l’accesso da parte delle autorità competenti.

In questo modo si potrebbero eliminare tutti i documenti d’identificazione esistenti e sostituirli con un’unica tessera dotata di chip su cui sia registrato quel solo codice identificativo. Inoltre alcuni dati potrebbero essere aggiornati sulla base dati centrale direttamente da noi tramite web, mentre altri dovrebbero essere aggiornati solo dagli enti preposti. Disegnato nella maniera opportuna, sarebbe un meccanismo semplice, sicuro e pratico, e potrebbe sostituire l’enorme pletora di tessere e documenti che ci dobbiamo sempre portare dietro, oltre che eliminare per sempre la necessità di procurarsi certificati e produrre autocertificazioni.

Commenti (9) a «Impronte digitali: un falso problema»

  1. utente anonimo ha detto:

    Personalmente ritengo che il sistema di rilevazione delle impronte digitali, quando applicato alla totalita’ dei cittadini, possa garantire un livello di sicurezza piu’ alto.

    Da tenere presente che:

    1) Se si riuscisse a coinvolgere tutti i residenti di un paese non si avrebbero problemi di discriminazione o razzismo.

    2) Il sistema puo’ essere ampliato con successo a ‘TUTTE’ le transazioni commerciali ‘RILEVANTI’ ove si riuscisse ad avere una base dati efficiente.

    Nel paese in cui vivo, ‘COLOMBIA’, il sistema di rilevazione viene applicato con rigore da piu’ di un decennio. Si e’ iniziato con rilevazioni meccaniche (Inchiostro) ed oggi con sistemi elettronici. Tutte le banche, ed i notai posseggono un sisterma di rilevazione. La banca dati e’ molto efficiente, ovviamente e’ controllata dal governo e garantisce a tutti gli organi di controllo statali sicurezza e versatilita’. Basti pensare ai semplici accessi fronterizi che dispongono di accesso on-line.

    Cordial Saluto

    Vincenzo Barranca

  2. utente anonimo ha detto:

    Hai ragione tu, ma a patto che si faccia con tutti e non soltanto con i bambini rom. E anche a patto che si possa intercettare chiunque e pubblicare le intercettazioni di interesse pubblico. E’ assurdo che proprio ora si parli di impronte digitali ai bambini rom e si voglia, nello stesso tempo, impedire ai magistrati di fare intercettazioni e ai giornalisti di pubblicarle. E’ insopportabile quest’arroganza. Non credi che le persone siano contrarie anche per questo, oltre che per le giuste motivazioni profonde di cui tu parli?

  3. utente anonimo ha detto:

    scusa il commento di prima è mio.

    ciao

    marinella

  4. utente anonimo ha detto:

    Penso che sia un passo verso il totalitarismo,quando è stato il turno dei bambini rom tutti a far cagnara,eppure ciò era fatto in funzione di un censimento dal momento che la maggior parte dei bambini rom che chiedono l’elemosina un’identità non ce l’hanno e ciò permette di capire oltretutto se uno di questi minori sia stato rapito.Ora che invece che ai rom le impronte vengono prese agli italiani tutto tace…Dove è finita la sinistra arcobaleno?

    Qui infatti si opera una curiosa discriminazione all’incontrario dal momento che dubito che i rom abbiano una carta d’identità…gli italiani invece che devono rinnovare la carta d’identità saranno schedati…bello…e nessuno dice niente.

    Qui c’è poco da ridere…il passaggio dalla democrazia alla dittatura(leggete Orwell)è infatti graduale e mai come ce lo aspettiamo,in Inghilterra ci sono già 4 milioni di telecamere…tutto ciò mi ricorda sempre di più 1984 di Orwell.Il fatto è che la gente sentendosi insicura non si accorge che tali misure non aumentano di nulla la sicurezza(i clandestini e i delinquenti si bruciano le dita per cancellare le impronte)ma aumenta la capacità di controllo dello stato sul singolo cittadino.E’ un piccolo passo verso lo stato di polizia…e la cosa inquietante è che tutti tacciono.Come pecore che stanno diligentemente in fila per farsi tatuare un numero di riconoscimento…e dopo essere state tosate (dal fisco),vengono mandate al macello…

    Fate sentire la vostra voce firmate questa petizione contro questo provvedimento: http://www.petitiononline.com/g3gs8md7/ e diffondetela a tutti.Sono pochi quelli che capiscono il pericolo che corriamo…

  5. utente anonimo ha detto:

    Lo sanno tutti benissimo che i clandestini e i criminali si bruciano le impronte per non essere riconosciuti…Questo è un provvedimento contro il cittadino comune per meglio controllarlo in una graduale trasformazione della democrazia in uno stato di polizia…E il dramma è che pochi se ne rendono conto perchè pensano che lo stato sia nato per proteggerli…ma chi ci proteggerà dallo stato?Non è per il semplice motivo che noi viviamo in una democrazia che questa sia destinata a mantenersi nel tempo,bisogna vigilare e impedire quelle piccole cose che gradualmente portano la democrazia a trasformarsi in uno stato di polizia.

  6. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Anonimo #4 ha detto: «Penso che sia un passo verso il totalitarismo…»

    Per quale motivo? Come ho già detto, l’identificazione di un cittadino da parte delle forze dell’ordine è una realtà da decenni, ovvero da quando esistono i documenti d’identità. Sei sei in disaccordo sul fatto che ti possano identificare è un conto, ma se accetti che tu possa essere identificato da un funzionario di polizia, allora qualsiasi sistema che garantisca al massimo tale identicazione non solo è ragionevole ma assolutamente opportuno. Che senso ha infatti richiedere un documento d’identificazione basato su un meccanismo d’identificazione inaffidabile? E una fotografia è tutt’altro che affidabile, non credi?

    Non è un caso che su una scelta del genere maggioranza e opposizione si siano trovati d’accordo.

  7. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Anonimo #4 ha detto «ove è finita la sinistra arcobaleno? »

    Beh, forse si sono resi conto che le loro battaglie NON erano condivise da gran parte del Paese, e non solo a destra, ma anche e soprattutto a sinistra. Il punto è che la sinistra arcobaleno basa le sue posizioni su un’ideologia e non sull’analisi realistica di cosa sia opportuno e cosa no. Non che maggioranza e opposizione lo facciano, ma la base sì, la gente lo fa. Oramai gli italiani sono stanchi di ideologie: vedono il resto del mondo che va avanti e soprattutto vedono che noi restiamo indietro. Pensa alla TAV o al Ponte sullo Stretto. Ma hai idea di quello che stanno facendo in Cina, nella socialistissima Cina? E nei Paesi Emergenti? In Brasile, in India, in Turchia, negli Emirati Arabi, a Dubai? Da noi si discute qualsiasi cosa, qualsiasi innovazione, qualsiasi sviluppo. Stiamo morendo, siamo in via d’estinzione e già lo si vede con il turismo. Nonostante si abbiano più beni culturali noi che la maggior parte degli altri Paesi, i turisti stranieri non vengono più nel “Bel Paese”. Manca la logistica, come arrivi in Italia cercano di spennarti su ogni cosa, pure su una bottiglietta da mezzo litro davanti al Colosseo. Lascia perdere.

    Che la Sinistra Arcobaleno ci pensi bene prima di tornare a farsi sentire. Riveda bene la sua strategia, perché quella vecchia è stata un disastro.

  8. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Anonimo #5 ha detto «i clandestini e i criminali si bruciano le impronte per non essere riconosciuti»

    Mi sa che vedi troppo CSI… Non che alcuni criminali non usino questa tecnica, ma la maggior parte delle persone schedate hanno le impronte digitali in perfetto ordine. E poi c’è sempre l’immagine della retina: che fai? Ti bruci anche quella?

  9. utente anonimo ha detto:

    Negli ultimi commenti ho letto delle frasi che sfiorano l’idiozia, evidentemente hanno visto il nome Maroni e gli si è appannata la vista!

    L’assunzione di responsabilità “al di la di ogni ragionevole dubbio” nei confronti di chi effettua degli abusi di tipo Orwelliani può essere garantita solo tramite l’uso della biometria la quale mette in relazione biunivoca il cittadino con la sua carta, mediante la quale stabilisce le regole di accesso ai suoi dati.

    Una volta si diceva che i progressisti stavano a sinistra!

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