E ora… la pubblicità!



Recentemente, nella sezione dedicata ai dibattiti del sito dell’agenzia di stampa Adnkronos, è stato proposto il seguente tema:

Francia proposta per finanziamento tv pubblica

Abolire totalmente la pubblicità sui canali pubblici e tassare i ricavi pubblicitari delle tv private per finanziare quelle pubbliche. Questa la proposta del presidente francese Sarkozy. Un strada del genere potrebbe essere percorribile anche in Italia? Partecipa al forum di «Secondo me» e dì la tua opinione.

Leggendo fra i commenti dei partecipanti, sono rimasto ancora una volta perplesso dal modo di ragionare di molti miei compatrioti. Prima di esprimere la mia, di opinione, che non pretendo certo abbia più valore delle altre, ritengo opportuno riportare un breve compendio dei commenti presenti nel sito fino a qualche giorno fa. Perché se la mia opinione vale quanto quelle degli altri, ritengo che una critica anche dura a un certo modo di pensare sia assolutamente un atto dovuto. Ovviamente non ho copiato tutta la discussione; ho solo estratto alcune delle affermazioni a mio avviso più eclatanti e rappresentative di un modo di ragionare piuttosto diffuso in Italia. Naturalmente le frasi in questione sono state riportate così come sono state scritte, non sono cioè un riassunto dei commenti.

«Basta con la Francia. Credo che ora dopo anni passati ad imitare quello che facevano gli americani, stiamo iniziano ad imitare quello che fa Sarkozy. La Francia è la Francia l’Italia un’altra cosa. Basta con l’aprire i dibattiti per idee che vengono dalla gallia!!!!»

«Concordo, basta con la Francia, sembra quasi che sono molto più intelligenti di noi. Sono stato a Parigi questa estate e loro sono nazionalisti al limite, non pensano mai che dal di fuori possano venire cose interessanti.»

«La Francia ai Francesi, l’Italia agli sfigati. La Francia non fa testo: dobbiamo agire secondo le nostre realtà. Abbiamo più da imparare da altri, es. Finlandia, in fatto di bontà amministrativa, o addirittura da Tedeschi e Americani.»

In pratica, gli autori dei commenti sopra citati non hanno ragionato sull’idea in sé, sul fatto se fosse buona o cattiva, applicabile o meno all’Italia, riportando ragionamenti, criteri oggettivi, fatti. Alcuni hanno semplicemente affermato, come al solito, che noi siamo «diversi» e che quello che fanno gli altri da noi «non si può fare» — affermazioni che ho sentito fino alla nausea su questioni che ormai sono una realtà anche da noi, ma che in passato erano considerate assolutamente irrealizzabili. Altri si sono concentrati su chi avesse avuto l’idea piuttosto che sull’idea stessa: è di destra, di sinistra, è francese, americano, giapponese?

Fossero pochi commenti su uno dei tanti forum esistenti in rete, non ci sarebbe ragione di preoccuparsi, ma questo modo di affrontare i problemi è piuttosto diffuso un po’ dappertutto in rete e, dato che la rete non è altro che uno specchio della realtà, alquanto comune nel nostro Paese in genere. D’altra parte basta guardare un dibattito in televisione, leggere un’intervista su un quotidiano o i risultati di un sondaggio per rendersene conto.

Le idee non contano, conta chi le ha proposte: amico o nemico, della mia squadra o di quella avversaria? Certo, ragionare sulle idee non è facile: innanzi tutto bisogna saperlo fare; poi bisogna essere davvero informati, non dico essere esperti, ma quantomeno aver studiato il problema. Troppa fatica. E comunque vorrebbe dire esporsi. In fondo affermare che una certa idea è stupida perché proviene da uno che sta dall’altra parte di uno dei tanti confini invisibili che in continuazione ci creiamo intorno, vuol dire avere quantomeno il consenso di coloro che stanno da questa parte di quella linea; mentre esprimere un’opinione sull’idea in sé, magari accenando a una controproposta, vorrebbe dire poter trovare oppositori persino nelle proprie file. Perché correre questo rischio? Si sa, a noi italiani non piace rischiare; meglio lasciare che le cose restino come sono che affrontare le incertezze di un cambiamento. E poi volete mettere la soddisfazione di parlar male di quelli che stanno dall’altra parte, naturalmente avendo le spalle ben coperte da un coretto di «Sì, ma come hai ragione!». Il tipico atteggiamento dei bulli tutti muscoli e niente cervello: dagli addosso al secchione… Oggi il secchione, domani il nero, il rumeno, il musulmano e in fondo perché no, il buon vecchio terrone, così, per Par Condicio.

Qualche tempo fa commentai un’intervista che Lucia Annunziata aveva fatto a Mario Monti su RAI 3, nella quale, alla critica sul fatto di non essersi schierato mai sul piano politico, giustamente il famoso economista rispose con una frase nella quale mi riconosco completamente: «Ma io mi schiero, ma sui problemi, su ciò che va fatto. Semmai sono i politici che non si schierano in tal senso». Inutile dire che la giornalista non la capì: una risposta del genere era troppo lontana dal suo come dal modo di pensare di molti politici, politologi e ideologi che abitano il nostro Paese.

Detto questo, veniamo alla questione relativa alla pubblicità. Ricordo tra l’altro che l’Italia è già stata richiamata all’ordine varie volte dalla Commissione Europea per l’eccessiva quantità di pubblicità trasmessa da tutti i canali, pubblici e privati, e che recentemente è stata aperta una procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese.

Per quanto mi riguarda, trovo l’idea di Sarkozy valida per due motivi:

  1. il primo è che il servizio pubblico si chiama così in quanto deve fornire un servizio di carattere pubblico, appunto, e quindi, se lo fa veramente è giusto che si finanzi con le tasse per non rischiare di entrare in una logica di competizione che non gli appartiene, altrimenti non sarà mai in grado di fornire un palinsesto alternativo a quello pur valido delle tv commerciali, guidato da logiche di audience e non di servizio;
  2. il secondo è che tassando la pubblicità delle TV private, la televisione pubblica bilancia la perdita degli introiti dovuti al mancato guadagno sulla pubblicità senza tuttavia penalizzare quelle private, dato che di fatto rimette in gioco sul mercato tutta la domanda pubblicitaria che prima soddisfaceva direttamente.

Ovviamente non basta avere un’idea, ma bisogna saperla realizzare in modo intelligente facendo attenzione a evitare eventuali effetti collaterali. Ad esempio, dato che la maggior parte dei clienti della RAI sono aziende a livello nazionale, gran parte di loro si rivolgerebbe ai grandi network per l’attività promozionale. Di contro, le piccole reti locali non trarrebbero alcun vantaggio da questa opportunità, salvo per quella piccola percentuale di pubblicità che si rivolge prevalentemente al territorio locale e che è legata quasi esclusivamente al terzo canale della RAI. Ne consegue che tassare i canali privati solo in base alla pubblicità trasmessa colpirebbe più pesantemente i piccoli che i grandi, dato che i primi non potrebbero usufruire di un aumento significativo delle entrate legate all’attività promozionale e quindi vedrebbero solo un aumento delle tasse a parità di introiti.

C’è inoltre da considerare che molti canali già trasmettono una quantità notevole di pubblicità, come già detto, e sebbene l’attività promozionale complessiva sarebbe la stessa, per quanto distribuita in modo diverso, la quantità di spot trasmessi da ogni canale rischierebbe di aumentare eccessivamente. Come già detto, il nostro Paese è già sotto inchiesta per l’eccessiva tempo riservato alla pubblicità rispetto ai programmi veri e propri, per cui non mi sembra il caso di portare alla saturazione tutti i network privati.

Bisogna quindi pensare bene come realizzare una proposta di questo tipo, per evitare questi come altri problemi che potrebbero sorgere a seguito di una scelta non sufficientemente ponderata. Ma questo vale per qualsiasi problema, per cui la questione a questo punto non è più se realizzare l’idea, ma come. E su questo si può discutere, a mio avviso.

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