Un passo verso l’altro



Un passo verso l’altro
di Marcella Garau

Alcune settimane fa si è spento lo scrittore egiziano Naghib Mahfuz, primo scrittore arabo a ricevere, nel 1988, il premio Nobel per la letteratura, e per questo divenuto subito caso letterario.

Nei suoi romanzi, quasi tutti ambientati al Cairo, Mahfuz ci regala una testimonianza viva del suo Paese, di cui narra, attraverso personaggi-simbolo, i conflitti fra tradizione e modernità, la corruzione, la durezza del post-colonialismo, i pregiudizi sociali, l’integralismo religioso.

Un Nobel, quello assegnato a Mahfuz, che, oltre a rendere il giusto merito allo spessore culturale e alla densa produzione letteraria dell’autore, alimentò fra gli occidentali un interesse via via crescente verso la letteratura araba e, soprattutto, verso gli scrittori arabi che scrivevano nella loro lingua, fino ad allora misconosciuti, dei quali si cominciarono a tradurre e a pubblicare le loro opere.

Finalmente, dopo secoli durante i quali — fatta eccezione per il «Corano» e «Le mille e una notte» — le culture altre del Mediterraneo erano state raccontate da noi occidentali, soprattutto attraverso una narrativa popolare dai caratteri fortemente esotici e fantasiosi che racconta di soldati africani in divisa coloniale e di faccette nere, grazie al Nobel egiziano il testimone passa, per la prima volta, agli autori che a quelle stesse culture altre appartengono.

Si traduce Mahfuz, dunque, e con lui l’egiziana Nawal al-Sa`dawi e il saudita `Abd ar-Rahman Munif, il palestinese Ghassan Kanafani e il marocchino Mohammed Choukri, solo per citarne alcuni. Un nuovo filone letterario, per l’Italia, sostenuto soprattutto da alcune piccolissime case editrici. Ma il boom editoriale della letteratura araba in Occidente — un piccolo boom, se paragonato al successo degli scrittori latino-americani — è di breve durata e oggi solo un ristretto mercato di nicchia continua ad apprezzare e leggere gli scrittori arabi contemporanei; mentre, al contrario, negli scaffali delle librerie i saggi e i volumi sull’Islam e l’arabismo si moltiplicano, in una rincorsa al titolo accattivante sollecitato dall’attualità.

In una sua recente intervista, Isabella Camera D’Afflitto, principale studiosa arabista in Italia che ha dedicato una vita alla traduzione e alla diffusione della cultura araba, lamenta l’assenza di una vera politica culturale verso il mondo arabo, da noi come altrove, anche di questi tempi che di dialogo fra le culture si fa un gran parlare. E sottolinea a più riprese l’importanza della letteratura, e più in generale della cultura nelle sue diverse espressioni, come veicolo di conoscenza vera dell’altro, utile per favorire la trasformazione delle dinamiche conflittuali in processi creativi che aprano spazi di reale solidarietà e condivisione.

Un dialogo interculturale spezzato quasi sul nascere — dai pregiudizi, dalle azioni terroristiche di matrice fondamentalista, dalle minacce di conflitti armati dall’una e dall’altra parte della riva — che, per fortuna, specie in questi ultimi anni, si sta lentamente ricucendo anche grazie al lavoro di una nuova generazione di scrittori, musicisti, sceneggiatori, registi, artisti appartenenti a culture altre: uomini e donne che con impegno, intelligenza e profonda sensibilità propongono e affermano la propria diversità culturale — la cultura è per definizione diversità — ponendola a fianco delle altre culture in una prospettiva di perfetto equilibrio e di rispetto reciproco.

È un processo, quello del dialogo interculturale, che si muove attraverso le differenti espressioni artistiche, visive e culturali contemporanee, ma che sfida anche e soprattutto, in una impostazione trasversale e interdisciplinare, gli antropologi e i pedagogisti, gli educatori e gli psicologi, i formatori e i politologi. E, naturalmente, i mediatori culturali, chiamati ancora una volta e sempre più spesso a confrontarsi e a mettere in gioco le proprie abilità nel difficile terreno delle diversità culturali e del dialogo costruttivo.

Editoriale tratto da «Quaderni di Mediazione», anno II, n. 4

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