Referendum: verso il sondaggio referendario



Sono ormai diversi anni che il meccanismo referendario non sembra riscuotere più lo stesso successo che ebbe in passato. Non solo: la possibilità di far confluire i «no» all’interno del limbo astensionista per impedire il raggiungimento del quorum ha di fatto reso inefficace in molti casi questo strumento di consultazione popolare.

Cosa fare allora? Rinunciare a questo strumento e delegare in toto il potere legislativo al Parlamento? Introdurre un referendum di tipo propositivo? Aumentare il numero di firme necessarie a proporre un referendum? Eliminare la necessità di raggiungere il quorum del cinquanta per cento più uno? Molte sono le proposte in questi giorni. Ragionandoci sopra ho pensato a un approccio radicalmente diverso che qui propongo. Ma prima facciamo una breve analisi del meccanismo referendario com’è attualmente.

Il sistema attuale

Quali sono i punti deboli dell’attuale meccanismo referendario?

Il significato del voto

Il primo e più evidente è quello relativo al significato del voto. Facciamo un esempio. Si deve decidere se abrogare o meno una determinata legge. Ovviamente sono possibili due sole posizioni: e no. Ma cosa vogliano dire in realtà non è poi così chiaro. Si può infatti votare «sì» perché si ritiene che la legge sia del tutto sbagliata, oppure si può concordare con i principi ispiratori della legge e votare «sì» perché la si ritiene scritta male e la si vorrebbe migliorare. Analogamente il «no» potrebbe nascere dalla condivisione totale della legge in questione oppure, pur considerandola scritta male o deficiente in alcuni suoi aspetti, si ha il timore che abrogandola non verrebbe riproposta in una forma migliore. In pratica il voto non sempre dà indicazioni chiare su cosa vogliano effettivamente i cittadini che sono andati alle urne. Da notare che con un referendum propositivo questo problema non verrebbe ad essere superato.

La formulazione delle domande

Il secondo punto riguarda la formulazione delle domande. Spesso infatti le domande sono piuttosto complesse da capire. Questo non dipende solo da chi propone i referendum ma è fisiologico del meccanismo stesso. Dovendo infatti abrogare un articolo di legge o anche solo una parte di esso, si finisce per addentrarci nei meandri del Diritto, per cui, volenti o nolenti, quanto scritto sulla scheda può risultare ostico a chi non abbia solide fondamenta in tale materia. Anche questo problema non verrebbe ad essere risolto da un eventuale meccanismo propositivo, dato che comunque i contenuti della proposta potrebbero essere troppo tecnici per i più. E non è detto che un’eventuale semplificazione sarebbe accettabile. Una legge, spesso, è comunque un oggetto complesso, specialmente se complesso è il problema a cui attende.

La mancanza di proposizione

Il referendum in Italia è solo abrogativo. Affermare che si desidera abrogare qualcosa, al di là delle considerazioni fatte al primo punto, non dà alcuna indicazione su cosa si voglia al posto delle norme abrogate. Non sempre infatti si può lasciare un vuoto: si rischia di lasciare una legge monca e renderne difficile se non impossibile l’applicabilità. D’altra parte non si può fare un referendum propositivo entrando troppo nei dettagli, perché altrimenti più che una scheda bisognerebbe mettere nell’urna un libretto di più pagine.

Il dualismo intrinseco

Spesso non esiste un’unica alternativa a quanto stabilito dalla legge. Con il referendum non esiste alcun modo di discriminare fra più possibilità. Questo è vero tanto in un referendum abrogativo che in uno propositivo.

L’agire a posteriori

Il referendum entra in gioco una volta che la legge è stata già approvata. Ne consegue che se la legge non è effettivamente valida, un qualche danno è già stato fatto. Comunque, che sia o meno valida, intervenire a posteriore ha costi più elevati. Il metodo attuale non permette di sondare la posizione degli italiani prima che una certa legge venga approvata. Ovviamente, in un referendum propositivo questo problema non si porrebbe.

Il meccanismo dell’astensione

Con il meccanismo dell’astensione, ovvero, chiedendo ai «no» di non andare a votare, si può rischiare di far vincere la minoranza invece che la maggioranza, invalidando così i principi stessi su cui si basa una consultazione popolare. Inoltre, se una legge coinvolge solo una minoranza dei cittadini, seppure meritasse di essere abrogata, si rischia che la maggioranza non vada a votare per disinteresse, così da non raggiungere il quorum. In questo caso il meccanismo referendario sarebbe del tutto inutile e la cosa varrebbe anche per un referendum propositivo, se fosse necessario anche in quel caso raggiungere un quorum.

Un approccio radicalmente nuovo

Tutti i problemi sopra riportati potrebbero essere superati da un approccio completamente diverso alla consultazione popolare, ovvero tramite il sondaggio referendario.

Un sondaggio referendario si distingue da un referendum in quanto si pone l’obiettivo di stabilire a priori l’interesse della popolazione per una determinata tematica e le varie posizioni degli italiani a riguardo.

Il principio è quello di mettere in sinergia cittadini e Parlamento. Ai primi sarebbe chiesto di esprimere la propria opinione su un certo argomento, al secondo di prendere atto di tale opinione e di studiare una legge che sia con essa coerente.

Rivediamo i singoli punti già visti in precedenza, anche se in un ordine leggermente differente, e vediamo come il sondaggio referendario possa dare a tutti una valida risposta. A tal scopo prendiamo ad esempio il problema della pena di morte, ovvero supponiamo che si faccia una consultazione popolare per sapere se gli italiani vogliano o meno la pena di morte in Italia. Chiarisco che è solo un esempio, per cui non entro in merito alla questione in sé — sia chiaro ai fini di eventuali commenti a questo articolo — tanto più che io, personalmente, sono contrario alla pena di morte.

La formulazione delle domande

Innanzi tutto le domande. Dato che il referendum non entra in merito a una specifica legge o proposta di legge, sarà possibile formulare le domande in modo semplice, senza usare termini tecnici. Inoltre sarà possibile andare oltre al semplice «sì» o «no», avendo la possibilità di declinare più alternative possibili. Per esempio:

Volete voi che nel nostro Paese venga introdotta la pena di morte?

  • No
  • Sì, ma solo per l’omicidio premeditato
  • Sì, ma solo per l’omicidio di minorenni
  • Sì, ma solo per il reato di strage
  • Sì, ma solo per gli atti terroristici
  • Sì (lascia al legislatore definire in quali casi sia applicabile)

Ovviamente chi propone i referendum proporrà anche le domande e le possibili risposte. La Corte Costituzionale, oltre a verificare la validità del referendum e delle domande, avrà la facoltà di proporre modifiche alla forma sia delle domande che delle possibili risposte, così come proporre ulteriori alternative per evitare che il referendum venga guidato in una specifica direzione, tenendo conto anche del dibattito pubblico conseguente alla proposta stessa.

Il meccanismo dell’astensione

A questo punto non sarà più necessario richiedere il raggiungimento di un quorum, anzi, il numero effettivo di votanti darà al legislatore un’ulteriore informazione, e cioè il reale interesse della popolazione per quel tema, interesse che dovrà essere interpretato nell’opportuno contesto. Se, ad esempio, su un tema di rilevanza nazionale solo il 10% degli aventi diritto al voto andrà a votare, vorrà dire che il tema non è sentito dalla popolazione, e questo vuol dire che il Parlamento potrà tranquillamente non dibatterlo in quanto non prioritario a fronte di altre problematiche. Se invece a votare è ancora il 10% ma su un tema ristretto a una minoranza, il legislatore potrà comunque considerare valida la consultazione e la posizione prevalente risultante dagli scrutini.

Il significato del voto

Risulta evidente a questo punto come sia le risposte degli elettori che il numero stesso dei votanti siano in grado di dare al legislatore uno scenario abbastanza completo della volontà popolare, sufficiente quindi a definire una proposta di massima da portare in Parlamento. Non solo. Anche il rapporto relativo fra le varie risposte potrà dare indicazioni preziose per lo stesso legislatore. Infatti, se alla domanda di cui all’esempio precedente avessero risposto come dalla tabella seguente:

No

42%

Sì, ma solo per l’omicidio premeditato

8%

Sì, ma solo per l’omicidio di minorenni

4%

Sì, ma solo per il reato di strage

26%

Sì, ma solo per gli atti terroristici

18%

Sì (generico)

2%

il legislatore si troverebbe sì a dover riconoscere che i «Sì» rappresentano il 58% dei votanti, e quindi che gli italiani hanno riconosciuto la necessità di introdurre la pena di morte anche nel nostro Paese, ma che i «No» sono ben il 42%, ovvero comparabili con la somma delle due maggiori percentuali favorevoli all’introduzione di questa pena, ovvero quelli che l’ammetterebbero solo per reati gravissimi come la strage e gli attentati terroristici. Ecco allora che si potrebbe ipotizzare una legge molto restrittiva che preveda tale pena solo in casi appunto gravissimi, escludendo quindi il semplice omicidio, premeditato o colposo che sia.

La mancanza di proposizione

Inutile dire che un sondaggio di questo tipo ha un’alta valenza propositiva, dato che, se ben formulate le domande, può dare indicazioni estremamente precise e valide al legislatore. Certo, si può sempre affermare che la formulazione delle domande resta un punto debole, ma se si stabilisce una procedura chiara di controllo per la definizione dei quesiti, e se si tiene conto che comunque dovranno essere formulati in un linguaggio chiaro e semplice, le possibilità di manipolazione occulta si ridurranno di molto. Poi, la perfezione, non è di questo mondo.

Il dualismo intrinseco

Questo punto viene risolto alla radice, dato che non esiste più la necessità di improntare il dilemma in modo dualistico.

L’agire a posteriori

Stessa cosa per questo punto: il sondaggio referendario avverrebbe a priori, andando così ad anticipare l’attività parlamentare, non sostituendosi ad essa. In questo modo si restituirebbe al Parlamento il suo ruolo di componente legislativa dello Stato, senza togliere ai cittadini il diritto/dovere di esprimere a riguardo la propria opinione.

Conclusione

Questo è quanto. Ovviamente si tratta di una bozza di proposta. Molti sono i punti da chiarire e da definire, a partire dall’iter che dovrebbe portare alla definizione di quesiti chiari, completi e non strumentali. Quello che è importante è aver identificato un possibile nuovo approccio alla consultazione popolare, approccio che spero possa essere preso in considerazione dalle forze politiche e sociali del nostro Paese.

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Commenti (13) a «Referendum: verso il sondaggio referendario»

  1. utente anonimo ha detto:

    Dario, il sistema non mi convince, se non per questioni “minori”, nonostante il principio di una collaborazione diretta fra elettorato e Parlamento sia di per sé affascinante. Ritengo, però, che a questo scopo sia sufficiente un [saldo] sistema rappresentativo (sulle cui modalità di gestione si può sempre ragionare): la rappresentanza e la sensibilità con la quale la si applica sono l’aspetto sul quale si dovrebbe lavorare. Esiste già la possibilità di proporre una legge ad opera dei cittadini, senza che questa partecipazione penetri troppo profondamente nell’iter legislativo: agevolare questo momento propositivo è possibile e auspicabile, ma non credo ci si possa spingere troppo oltre questo confine.

    Esistono temi e decisioni, a mio modo di vedere, che non possono essere delegati alla generalità dei cittadini, non perché non siano in grado di affrontarli, quanto perché, legittimamente, ragionano da “cittadini”, con tutte le implicazioni e le interferenze di vario ordine che ciò comporta. Questa è la ragione per cui, per esempio, alcune sfere sono ad oggi precluse alla consultazione ref.

    Lo Stato (ed il legislatore in particolare) devono agire come tali, tenendo conto delle istanze popolari (che richiedono, certo, maggiore attenzione ad parte della classe dirigente, ma per altre vie), ma mantenendo sempre quella lucidità e “distacco” (ti prego di leggere il termine nell’accezione più positiva) che solo le istituzioni possono garantire.

    Ciao, Carlo.

  2. utente anonimo ha detto:

    credo che sia giusto dar maggior risalto all’informazione nei referendum, sia prima che durante, come hai suggerito tu semplificando le schede.

    Tuutavia credo sia più credibile l’abolizione del Quorum

  3. utente anonimo ha detto:

    Concordo pienamente su quanto esponi…

    tutto molto chiaro… e questo è male.

    Solleva da ogni fatica cerebrale chi ti legge.

    Il lettore non si rende conto di quanto hai fatto per lui.

    Gianni V. Settimo

    settimog@tiscali.it

    http://www.clypeus.it

    http://www.catsonstamps.net

  4. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Carlo, la rappresentatività, anche fosse all’americana, ovvero con il contatto diretto fra deputato ed elettori anche dopo il voto, non può non tener conto degli interessi di partito e della pressione delle lobby. Solo un sondaggio diretto, su certi (e pochi) temi particolarmente critici, può dare un’idea di quale sia l’orientamento di una società.

  5. utente anonimo ha detto:

    Bravo Dario (sono il solito degli altri commenti a “renitendum”).

    Mi piace tantissimo la tua proposta di sondaggio referendario, mi piace così tanto che non credo che avrà spazio perché toglierebbe “potere” ai politici, restituendolo alla gente.

    La tua proposta va limata e perfezionata, e penso che come sostituta degli attuali referendum sarebbe perfetta.

    Penso che ai politici non piacerà perché NON amano la chiarezza.

    Loro preferiscono l’ambiguità e la vaghezza, in modo da potersi sempre barcamenare in ogni situazione cadendo sempre in piedi.

    Fateci caso: leggete o ascoltate le interviste di tutti (dico TUTTI) i politici e vedrete che quando si tratta di “proporre una soluzione” rarissimamente (quasi mai) usano verbi in prima persona fornendo scadenze e obiettivi precisi. Nella stragrandissima maggioranza dei casi usano espressioni vaghe (e affascinanti) del tipo “si dovrebbe” oppure “bisognerebbe”, oppure “è necessario”, o ancora “quello che serve ai cittadini è…”.

    Capito il trucchetto?

    L’impersonalità delle frasi li svincola da qualsiasi obbligo e gli permette di prendersi il merito se le cose vanno bene e di dare la colpa agli altri se le cose vanno male. Furbacchioni…

    Dovremmo iniziare a scandalizzarci di queste cose e chiedere ai politici soluzioni e impegni precisi, con scadenze, responsabilità e modalità chiare e misurabili.

    Rinnovando la fiducia a chi sarà capace di “rispettare i patti” e togliendola chi non ci riuscirà.

    I miei complimenti a te, Dario, e alle tue idee, lavoraci su e facci sapere come aiutarti a divulgare la cosa.

    Ciao.

  6. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Ti ringrazio. Posso chiederti una cosa? Nel rispetto del tuo desiderio di rimanere anonimo, puoi almeno firmarti con uno pseudonimo. Mi riesce difficile chiamarti con un indirizzo IP…


  7. utente anonimo ha detto:

    OK, puoi chiamarmi Zingaro

  8. utente anonimo ha detto:

    Dario, cercherò di fare un esempio, per chiarire la mia perplessità in ordine all’applicazione di questo (pur interessante) sistema a questioni di particolare pregnanza. Proprio su temi “caldi”, l’opinione del cittadino è naturalmente influenzata da fattori difficilmente governabili e che mal si addicono a momenti delicati nella gestione della res publica: è già capitato che, in concomitanza con eventi di cronaca, alcuni politici abbiano tentato di cavalcare l’isteria o, peggio, i sedimentati malcontenti popolari, proponendo soluzioni drastiche ed inaccettabili in un Paese evoluto. Penso a tagli, chiusure delle frontiere o misure ancor più drastiche, le quali hanno facile presa su una non trascurabile fetta dei votanti. Ora, se trovo tristemente fisiologica una simile inclinazione da parte del cittadino, non credo che lo Stato possa delegare la disciplina (anche concertata) di questioni così delicate, la cui applicazione potrebbe dare risultati non in linea con la maturità che i nostri tempi richiederebbero. E temo che non mancherebbero (del resto non mancano) i politici propensi a battere il caldo ferro dell’esasperazione del popolo pur di guadagnare in consenso.

    Grazie ancora una volta per lo spazio offerto e gli spunti di discussione che riesci a proporre.

    Carlo.

  9. utente anonimo ha detto:

    Naturalmente, “tagli” è “taglie” 🙂

  10. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Carlo, tu stai sollevando una questione molto delicata che va ben oltre a quella del referendum e che di fatto riguarda la maturità piuttosto che la facilità ad essere manipolati degli elettori.

    Giustamente tu fai notare che su questioni molto delicate è necessario avere una competenza particolare. Sicuramente è un fatto che, in un referendum, il voto di chi ha conoscenze approfondite della tematica in oggetto valga quanto quello di chi si è lasciato facilmente manipolare da considerazione demagogiche o ideologiche. Certo, ma vorrei che ti soffermassi a ragionare su due punti.

    Primo, questo vale anche per le elezioni dei nostri rappresentanti in Parlamento. Chi infatti chiede agli elettori il voto, lo fa esprimendo una serie di punti programmatici o comunque esprimendo la propria posizione su una serie di tematiche, qualche volta persino su una sola. La stessa persona, quindi, che voterebbe in modo superficiale o in base a considerazioni solo in apparenza valide, farebbe eleggere personaggi che in base a quelle stesse considerazioni hanno chiesto agli elettori il loro voto, e che tali considerazioni porterebbero comunque in Parlamento.

    Esempi di ignoranza e superficialità, effettiva o strumentale, ne abbiamo purtroppo molti in Italia, persino troppi, sia in Parlamento che nello stesso governo. E in questo l’attuale non si differenzia poi così tanto dai precedenti. Basti pensare all’attuale diatriba sul ritorno alla lira. Ci sono politici e ministri che non sanno neppure parlare bene in italiano, e non perché parlino solitamente altre lingue o dialetti — fosse solo quello, nulla di grave — ma perché non sanno mettere in fila dieci parole in italiano senza sbagliare un congiuntivo o un termine.

    Secondo, se le leggi in Italia fossero il risultato di un reale dibattito parlamentare e di posizioni prese in buona fede in base alle indicazioni fornite dalle varie commissioni parlamentari, fondate a loro volta sui consigli di consulenti esperti e super partes, nulla da eccepire. Ma le cose stanno molto diversamente. Interessi lobbistici o di parte, considerazioni opportunistiche e demagogia spiccia la fanno da padrone nel nostro sistema legislativo. In aggiunta esiste un vero e proprio mercato dietro le quinte dove maggioranza e opposizione si mettono d’accordo sull’approvazione o meno delle leggi proposte dall’una a fronte di altrettanto esito per quelle proposte dall’altra. E questo mercato esiste anche all’interno delle singole coalizioni. Senza contare che molte leggi sono volutamente di difficile interpretazione o manchevoli in più aspetti. Il tutto a uso e consumo di questo o quell’altro gruppo di potere.

    Ecco allora che quanto da te giustamente affermato non è inerente al solo referendum ma vale, anche se indirettamente, per l’intero sistema elettorale. A questo punto tanto vale, su questioni di largo respiro, sentire comunque l’opinione della popolazione cercando, nel frattempo, di far crescere questo Paese in termini di cultura, sia umanistica che, soprattutto, scientifica.

    In un romanzo di fantascienza, Fanteria dello Spazio, Heinlein aveva ipotizzato una società in cui il voto non era un diritto dovuto a tutti, ma veniva dato solo a chi, uomo o donna, avesse prestato servizio di leva nelle Forze Armate. Il concetto era che solo chi avesse rischiato la vita per difendere il proprio Paese avrebbe, all’atto di votare, dimostrato altrettanta responsabilità e attenzione. Se volessimo estendere questo principio alla nostra società, potremmo affermare che dovrebbe avere diritto al voto solo chi avesse prestato servizio attivo, militare o civile, per almeno due anni. So che qualcuno si scandalizzerà al solo pensiero che il voto possa non essere più considerato un diritto per tutti, ma in un mondo nel quale nei Paesi cosiddetti democratici c’è sempre meno gente che vota — in USA si è arrivati al solo 30% in alcuni casi — non credo sia poi così scandaloso pensare che certi diritti ce li si debba guadagnare.

    Forse è ora di vedere oltre il concetto di democrazia. Qualunque cosa ci possa essere, oltre.

  11. superfigo ha detto:

    Ciao trovo questo post interessantissimo,avevo anche io pensato di parlarne sul mio blog!

    P.S. Posso mettere quest’articolo sul mio blog,ovviamente citando l’origine del post?

    Grazie

  12. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Beh, in genere quello che propongo è di mettere le prime righe (decidi tu quante) e poi il link al permalink, in modo da portare le persone a discuterne nei commenti, altrimenti diventa troppo dispersivo e non posso seguire tutte le thread. Sei d’accordo?

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