Dell’acqua e dei mulini



Cito dal Corriere.it di oggi un’affermazione di Enzo Biagi tratta dall’articolo intitolato «Tutti al mulino della confusione»:

Abbiamo passato serate ad ascoltare soltanto le opinioni e i punti di vista dei politici, mai la replica di un giornalista: semplicemente si sono offerti microfoni a chi tirava l’acqua al suo mulino.

Caro Dott. Biagi, mi spiace doverlo dire, ma se i nostri telegiornali sono oggi una pura e semplice passerella di politici di ogni genere, che non fanno altro che parlarsi addosso su questioni di scarso o nullo interesse per i cittadini, la responsabilità è in primis proprio dei giornalisti, che si prostituiscono in ogni modo possibile a questo o a quel politico, a questo o a quello schieramento, facendo a gara per essere i primi a trasmettere il commento che il tale ha fatto sulle affermazioni che il tal altro ha espresso sulle opinioni del primo. Il tutto perdendo completamente di vista di cosa diavolo stiano parlando i due.

Le scene sono tristemente conosciute: assalti all’arma bianca — il microfono — con la quale schiere di paparazzi da strada si lanciano sulla ghiotta preda di turno per colpirla con domande insulse e scontate alle quali impeccabilmente vengono date risposte preconfezionate a tavolino altrettanto scontate. Non di rado qualcuna delle prede in questione viene occasionalmente colpita fisicamente dagli stessi microfoni che, forse per il timore da parte dei giornalisti di perdere anche una sola parola del Verbo, vengono quasi infilati nella gola della vittima di turno, giusto contrappasso, direi, per chi della parola ha fatto… trombetta.

Quando poi si arriva al grande incontro, al match dell’anno, come nel caso del primo confronto in televisione fra Prodi e Berlusconi, ecco gli stessi giornalisti ritrarsi timorosi accennando domande opportunamente edulcorate, quasi non vogliano disturbare con interventi troppo specifici il gioco delle parti che sta andando in scena.

D’altra parte, i telegiornali italiani sono ormai fatti per lo più di interminabili passerelle di politicanti di ogni genere che riescono a trasformare anche l’evento più insignificante in un caso nazionale, il tutto all’insegna di un’interpretazione estrema e integralista della par condicio che vuole che ad ogni affermazione espressa corrisponda l’intera sequenza delle affermazioni uguali e contrarie.

A complemento di tale sfilata di ciò che ormai è l’unica industria veramente rimasta «Made in Italy» nel nostro Paese, ovvero quella della polemica a oltranza, le news nostrane, dicasi «tiggì», ci propinano una carrellata di marchette selezionate tanto da fare concorrenza persino alle televendite delle reti private: libri, dischi, pellicole, spettacoli comici e teatrali, e chi più ne ha più ne metta. Certo, la cultura è importante, ma chissà perché l’impressione che si ha è che ogni TG abbia il suo vivaio di artisti da promuovere, guarda caso sempre legati a quell’ambito politico o industriale al quale più o meno chiaramente fa riferimento.


Vignetta di Arend van Dam tratta da
«Media Development», Vol.XLIV, 4/1997, pp.8-9

I giornali non sono da meno, anche se sulla carta stampata ancora qualche pallido e timido tentativo di fare del giornalismo vero ogni tanto appare. Per il resto, buona parte degli articoli sono un trionfo di ignoranza e superficialità. Basta leggere qualche articolo di divulgazione pseudoscientifica per rendersene conto. Ovunque impera il sensazionalismo: se la notizia è semplicemente interessante, la si pompa al massimo con ampio utilizzo di aggettivi e qualificativi intesi a creare mistero dove esiste solo ignoranza, nel senso stretto e tecnico del termine, scandalo dove esiste solamente dubbio e prudenza.

Il resto sono solo comunicati delle agenzie stampa, spesso straniere, sempre più spesso scopiazzate e tradotte alla bene e meglio dalla Rete, allungate con un po’ del solito brodo e ciclostilate sulle varie testate tanto che spesso si ritrovano su quotidiani diversi gli stessi articoli con persino gli stessi errori, come nomi sbagliati o numeri improbabili. Il concetto di ordine di grandezza rimane un ricordo perduto del tempo passato, quello scolastico, dato che qualche zero di troppo o mancante passa del tutto inosservato.

Ma torniamo al nostro paparazzo, al giornalista d’assalto, quello che ha la branda tra un lampione e l’altro davanti agli ingressi del potere e che cerca disperatamente di prendere con il suo bel faccione l’intero schermo per evitare gli immancabili «ciao mamma, sono in tivvù» che si affollano alle sue spalle.

Dopo anni di gavetta, al freddo, al gelo, sotto un caldo asfissiante, finalmente eccolo guadagnarsi la sua poltrona di opinionista in qualche bello studio con l’aria condizionata. Pochi ci riescono: tutto dipende dal numero di leccate fatte al politico di turno che si è tampinato per tanti anni. In effetti ogni giornalista ha il suo territorio, che difende strenuamente a colpi di microfono per evitare che qualcun altro gli freghi il posto. La guerra si combatte sul filo dell’ultima domanda, quella che deve far fare bella figura al futuro mecenate: una bella alzata di palla e via a schiacciare. Molto più facile che ottenere i favori della parte opposta facendo far brutta figura ai loro avversari. Questa è la fase due: quando ci si è finalmente seduti su quella bella poltrona di «quello che fa le domande intelligenti». Allora il gioco si inverte ed è il politico, soprattutto quello piccolo, ad affannarsi con la lingua da fuori pur di avere una grattatina dietro le orecchie dal mezzo busto di turno.


Vignetta di Arend van Dam tratta da
«Media Development», Vol.XLIV, 4/1997, pp.8-9

Fine della storia? Non proprio, perché comunque anche il grande opinionista ha la poltrona che può sempre scivolargli da sotto il sedere, per cui, sebbene ad altro livello, continua ad alzare la palla a questo o a quel protettore, ma ora gioca in serie A, quantomeno.

Questo il giornalismo in Italia. E le notizie? Perché, esistono anche le notizie? E i fatti? Quali fatti? A che servono i fatti? Solo le opinioni contanto. I fatti si adattano. Qual è il problema? Forse che dopo aver ascoltato ore di opinioni qualcuno si ricorda ancora da dove sia nato tutto il discorso? Non è mica scienza la Politica da noi: è religione, anzi, religioso tifo. Si ama e si odia, si idolatra e si fanno sacrifici agli dèi, ovviamente opportunamente accompagnati da specifiche richieste di grazie. E questo vale per tutti, anche e soprattutto per i signori — e le signore, non dimentichiamole — giornalisti.

Caro Biagi, adesso scopre che il giornalista italiano offre il microfono a chi tira l’acqua al suo mulino? Crede veramente che se fossero stati invitati a parlare quelli che, nel Suo articolo definisce «giuristi, politologi, storici» ne sarebbe scaturito uno scenario più equilibrato, più imparziale? Io penso di no, perché da noi esistono ancora i feudi, e ogni signore ha i suoi servi della gleba, i suoi giornalisti, i suoi esperti, i suoi politologi. Coinvolgerli avrebbe richiesto solo un palco più ampio, ma non avrebbe dato a noi, umili telespettatori, alcuna informazione in più di quella che già ci hanno dato, o disinformazione, come Lei giustamente conclude nel Suo articolo.

Commenti (1) a «Dell’acqua e dei mulini»

  1. Logan71 ha detto:

    Grazie alla nostra cara classe politica e alla altrettanto cara casta giornalistica (con una nota di merito a coloro che il mazzo se lo fa nelle varie zone di guerra), mi torna sempre più spesso alla mente la canzone “Povera patria” di Battiato… sono passati gli anni (era il ’91), le repubbliche (1°, 2°… ma davvero poi?) ma la realtà è sempre quella.

    Cambia la banda ma la musica è sempre quella, dicevano una volta…

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