Essere CONTRO



Sono andato sul blog di Pino Scaccia stasera, come faccio spesso negli ultimi mesi, e ho trovato un post che dice

Questo blog è CONTRO
pedofilia – guerra – mafia – terrorismo – violenza – arroganza
pena di morte – armi libere – droga libera.
E tu cosa sei CONTRO ?

Mi ha dato da pensare. Insomma, leggendo quella frase, al di là di quelle che possono essere le proprie opinioni sui singoli argomenti, penso che alcuni siano abbastanza condivisibili da tutte le persone civili, come essere contro la mafia, il terrorismo o la pedofilia. Altre possono vedere posizioni diverse, come l’essere o meno contro la pena di morte, le armi o la droga libera. Sull’essere contro l’arroganza nulla da eccepire, anche se a queste aggiungerei una lista piuttosto lunga di altre caratteristiche purtroppo tipiche di molti esseri umani, prima fra tutte la stupidità. Infine la guerra e la violenza. Ma di questo ne parliamo dopo. Prima vorrei fare una riflessione.

Quando ho letto quella frase, ovvero «Questo blog è CONTRO…» la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: «Ma cosa vuol dire essere contro?». Ad esempio, io sono contro l’affidamento esclusivo, lo combatto da anni spendendo anche una parte non indifferente di quello che avrebbe potuto essere il mio tempo libero. Ho un’idea abbastanza precisa di cosa voglia dire per me essere contro, in questo specifico caso. Ma è sempre possibile dare a queste due parole un significato concreto? E si è sempre e comunque contro a qualcosa o possono esistere delle eccezioni?

Vediamo un po’… Essere contro la pedofilia. Giusto. Argomento delicato, tuttavia, perché non esiste una sola definizione di pedofilia e questa varia da Paese a Paese. Inoltre lo stesso tema è trattato in modo differente a seconda che lo si veda dal punto di vista giuridico, sociale e clinico. Quindi, se certi casi sono evidentemente da condannare, sull’area grigia che sta in mezzo la discussione è tutt’altro che semplice. Per chi ne volesse sapere di più vi rimando all’interessante tesi di Silvia Furfaro: Pedofilia. Un fenomeno giuridico e sociologico.

Essere contro la mafia… Facile a dirsi, stando seduti davanti al PC ben lontano da certe situazioni di degrado sociale. Ma chi è davvero contro la mafia rischia la pelle tutti i giorni. Contro la mafia sono quei coraggiosi imprenditori siciliani che subiscono in continuazione attentati e minacce per il fatto di non essere disposti a lasciare la propria impresa nelle mani delle organizzazioni mafiose. Alcuni li hanno ammazzati e di loro ci siamo anche dimenticati il nome. Nessun giornale ricorda quei nomi nell’anniversario della loro morte. Contro la mafia sono le forze dell’ordine e i magistrati che combattono ogni giorno in prima linea; sono quei giornalisti che fanno ancora giornalismo come si dovrebbe fare, non copiando le agenzie di stampa e mettendo su alla bene e meglio un articolo senza stare troppo a verificare dati e informazioni, ma cercando la verità là dove la verità non si vuole che la si trovi. Ma io sono contro la mafia? E tu che mi stai leggendo? Certo, lo siamo nel senso che la condanniamo, ma cerchiamo di essere onesti fino in fondo: cosa ci costa condannarla stando seduti qui a navigare in rete? Oh, ma tu ne sei convinto, certo, ci credi davvero. Va bene, anch’io, ma… fino a che punto ne sei convinto? Fino a che punto rischieresti la tua vita, quella dei tuoi cari, per essere davvero contro la mafia? Pensaci, poi magari ne riparliamo.

Essere contro il terrorismo. Facile questa. Chi non è contro il terrorismo? Un attimo… Ci sono in effetti molte persone che non sono contro il terrorismo. Ad esempio tutti quelli che vedono nel terrorismo una forma di lotta contro l’oppressione, una rivendicazione di indipendenza, addirittura una bandiera di libertà! Una lotta che non ha scrupoli ad usare qualunque mezzo per raggiungere i suoi obiettivi. Pazzesco? Concordo. Solo mi domando… Se fossi nato in uno di quei Paesi dove abitano queste persone, se avessi vissuto nella miseria fin da piccolo in posti come l’Africa o il Medio Oriente o i Paesi più poveri del Sud e del Centro America o dell’Asia Meridionale, in posti dove la vita di un uomo, di una donna, persino di un bambino non vale nulla, dove ogni giorno è una lotta per la sopravvivenza, dove l’acqua vale più dell’oro ed è fortunato chi ha un lavoro che gli spacca la schiena dall’alba al tramonto per raggranellare quanto basta per sfamare la famiglia una volta al giorno; se fossi nato e cresciuto in uno di quei Paesi e da lì avessi visto la ricchezza, il lusso, persino gli sprechi di questo nostro ricco mondo occidentale, non sarei pieno di rabbia e di odio? Se nel mio mondo la vita non vale nulla, per prima la mia, perché ci si aspetta che rispetti quella degli altri? Oh, certo. Sappiamo tutti che i veri terroristi, quelli che tirano le fila del terrorismo internazionale, sono tutt’altro che poveri. I poveri, i disgraziati che si fanno saltare in aria, sono solo carne da macello, usata e strumentalizzata ad arte da gente che cerca solo il potere e solo per quello combatte, non certo per ridare a quelle martoriate popolazioni una speranza per una vita migliore. Non c’è dubbio, comunque: io sono contro il terrorismo, lo sono davvero, ma… lo sarei lo stesso se fossi nato in mezzo a quel miliardo di uomini e donne più poveri che si dividono appena l’1,4% del reddito mondiale. Questo almeno secondo i dati della Banca Mondiale, ma anche su quei dati si potrebbe discutere, come fa notare l’articolo di George Monbiot: I ricchi immaginari. Una risposta onesta? Eccola: non lo so.

Essere contro la pena di morte. Beh, io sono contro la pena di morte, e lo sono per il semplice motivo che qualunque giudice o giuria può sbagliare e l’unica pena dalla quale non si torna indietro è appunto quella di morte. E poi è dimostrato che come deterrente serve a poco. Eppure so perfettamente che se qualcuno cercasse di fare del male alla mia bambina e mi trovassi nella condizione di non avere altra alternativa che ucciderlo per salvarla, lo farei senza pensarci due volte. E dopo non me ne pentirei, non soffrirei, non mi farei venire i sensi di colpa. In effetti non lo odierei neppure. Non si può veramente odiare chi non si conosce. Il fatto è che non mi piace l’ipocrisia — giusto, aggiungiamola alla lista dei miei «contro» — per cui devo essere onesto: sono contro la pena di morte ma non sono per la non violenza a tutti i costi. Rispetto persone come Gandhi, tanto per intenderci, ma sarei ipocrita se affermassi di condividere i suoi principi fino in fondo. Sono cattivo? Sono violento? Io penso di no, ma penso anche la violenza faccia parte di noi e che ognuno di noi, messo nelle condizioni giuste, può diventare violento. Dopotutto di Gandhi non ne nasce uno ogni giorno.

Essere contro le armi libere. Concordo con Pino Scaccia quando afferma che se in USA non fosse così facile reperire un’arma forse massacri come quello che è avvenuto recentemente in una scuola superiore della riserva indiana di Red Lake, nel Minnesota settentrionale non sarebbero così frequenti. E tuttavia non condivido il fatto che qualche anno fa, qui in Italia, una donna sia stata condannata perché si era difesa da un’aggressore utilizzando uno spray irritante che portava nella borsetta, considerato nel nostro Paese un’arma impropria e, di conseguenza, illegale. Nel nostro sistema giudiziario l’unico modo per non essere accusati di eccesso di legittima difesa è farsi ammazzare. Mi spiace, ma non ci sto. Fra i due estremi ci deve essere una posizione più equilibrata, o no?

Essere contro la droga libera. Quale droga? Anche qui un po’ di ipocrisia c’è. Non è droga l’alcool? Lo è, a tutti gli effetti, anzi, è considerata una delle droghe più forti. Dà assuefazione, uccide. E non è l’unica ad essere libera. Il fatto è che oggi nessuno si sognerebbe di riportare in auge il proibizionismo sugli alcolici. E allora perché la marijuana è illegale e l’alcool no? Eppure la prima non dà sostanzialmente neanche assuefazione. Premetto che sono astemio, non fumo e non ho mai preso droghe in vita mia. Non bevo neanche la birra. Non mi interessa. Non ne faccio una questione morale, ma trovo esistano molti altri modi per divertirsi che non fanno male né a se stessi né agli altri, come il sesso ad esempio. Eppure quello della droga non è un problema: sono due. Due diversi, tra l’altro. Uno è quello dello spaventoso giro d’affari delle organizzazioni criminali che hanno nella triade droga, prostituzione e armi le loro principali fonti di reddito. Quel giro d’affari va stroncato. Lì io sono più che contro. L’altro problema sono i drogati. Non mi metterò adesso a discutere di droga, problemi sociali e quant’altro. Sappiamo tutti molto bene che non esiste un’unica ragione per la quale qualcuno si droga. I profili e le motivazioni sono tanti quanti se ne possano immaginare: dal disagio sociale alla povertà, dalla noia a un’eccessiva disponibilità di soldi. La droga è un problema trasversale a tutti i ceti sociali. D’altra parte moltissimi VIP e personaggi dello spettacolo ammettono apertamente di aver fatto o di fare uso di stupefacenti. Ed è evidente che se c’è chi compra, ci sarà anche chi vende. Tuttavia vendere è un reato, comprare no, o almeno non in tutti i Paesi. Anche questa è una dimostrazione di come il problema sia affrontato nel modo sbagliato. Io personalmente sono liberale, ovvero credo che ogni individuo abbia il diritto di fare della sua vita quello che vuole, purché questo non danneggi gli altri. Nessuno mi impedisce di comprare una bottiglia di vodka al giorno o di acquistare un barattolo di colla da sniffare e spappolarmi così il cervello come fanno i ragazzini delle favelas brasiliane. Se mi voglio fare del male ho mille e uno modi di farmene, sia che abbia sedici anni, sia che ne abbia sessanta. E allora non ha senso proibire la droga. Avrebbe molto più senso liberalizzarla in modo da distruggere l’attuale giro d’affari delle organizzazioni criminali e contemporaneamente cercare di incidere su quei problemi che portano i giovani a drogarsi, ovvero dare loro un’alternativa più sana. Anche qui, cerchiamo di non essere ipocriti. Se fossimo veramente contro la droga non continueremmo a proporre ai ragazzi modelli di divi e star dello spettacolo che hanno fatto della droga e del drogarsi una bandiera. Perché dietro a quei modelli, spesso costruiti a tavolino da manager opportunisti, c’è un giro d’affari notevole che non ha nulla a che vedere con la droga ma che vende dischi, film, gadget e quant’altro proprio attraverso il proporre modelli negativi. I bravi ragazzi e le brave ragazze non vanno in copertina, sapete? E dietro ai cattivi ragazzi, a quelli che vanno tanto di moda, ci sono rispettabilissimi imprenditori in giacca e cravatta che magari dopo un po’ di anni si prendono anche il titolo di Commendatore o Cavaliere.

E siamo arrivati alla fine: essere contro la guerra e la violenza. Ma di questo ne parlerò un’altra volta, perché qui il tema si fa delicato e voglio sviscerarlo per benino, andando a scavare fino in fondo, là dove ci sono le cose che non si vogliono dire, quelle più politicamente scorrette. Alla prossima.

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