Disabili nel cuore



Quand’è l’ultima volta che avete incontrato per strada un cieco? O una persona in carrozzina? O vi siete trovati a rivolgere la parola a qualcuno per rendervi conto che non poteva sentirvi? Sono pronto a scommettere che la maggior parte risponderà qualcosa tipo «Non so, forse da qualche mese» oppure «Non ricordo, ma non mi sembra mi sia mai capitato». In effetti nelle nostre città si vede solo ogni tanto una sedia a rotelle, magari motorizzata, ma anche quelle sono rare. Li chiamiamo disabili piuttosto che ciechi, sordomuti, cerebrolesi e via dicendo, ma più che preoccuparci di essere “politicamente corretti”, facciamo ben poco per loro. Eppure sono molti, più di quanto si possa credere e certamente più di quanto si possa vedere. I ciechi in Italia sono forse centomila, molti di più se si aggiungono gli ipovedenti, ma nessuno si è mai preoccupato di contarli (I Colori del Buio). Nel 1994 l’Istat aveva rilevato circa 3 milioni di disabili, di cui un terzo circa con problemi motori, 750.000 con problemi mentali, quasi altrettanti con problemi uditivi e il rimanente, 350.000, con problemi alla vista. Ma dove sono? Perché non si vedono in giro?

I problemi sono due: uno di natura culturale e uno di natura pratica.

Quello culturale riguarda una società che vede ancora con imbarazzo la disabilità, nascondendo questo imbarazzo sotto atteggiamenti formali di correttezza “politica”, ma incapace di accettare la disabilità come una realtà sociale che non deve impedire di condurre una vita quanto più normale possibile. I primi a cadere in questa “trappola” dell’essere diversi sono spesso gli stessi disabili. Molti, per fortuna non tutti, si sentono inferiori ai cosiddetti “normali”, e non vedono che questa inferiorità in fondo è solo parziale e non differisce più di tanto da quella che esiste anche fra normali. In fondo ognuno di noi è “inferiore” a un centometrista olimpico nella corsa, a un campione di scacchi nella capacità di sviluppare strategie, a un grande compositore nello scrivere un brano musicale, ma questo non fa di quelle persone degli individui “superiori”. Certo, sono più bravi di noi in alcuni aspetti specifici, ma il grande scacchista magari disegna come un ragazzino di otto anni e il centometrista è stonato come una campana. E allora, perché il cieco non può essere un genio della musica e il sordomuto un grande scultore? E anche se non sono né l’uno né l’altro, non c’è nulla nella loro disabilità che possa impedire loro di raggiungere qualunque traguardo in una qualsiasi disciplina non legata alle loro limitazioni fisiche o mentali. E la disabilità mentale non fa eccezione, perché anche un malato di mente — non vergogniamoci ad usare questo termine — potrebbe ad esempio diventare un bravissimo pittore.

Voglio raccontarvi un episodio che mi capitò molti anni fa…

Nella prima metà degli anni Ottanta mi trovai ad abitare per alcuni mesi a Menlo Park, in California. Come molti fisici stranieri che lavoravano presso l’Università di Stanford, avevo un appartamentino in un residence poco lontano dal campus.

Un pomeriggio, stavo uscendo per recarmi in facoltà, quando vidi arrivare uno di quei macchinoni familiari che andavano molto in voga allora negli USA. Alla guida c’era una splendida ragazza, più o meno della mia età. Essendo single ed essendo arrivato da poco in California, cercai di capire se per caso abitasse nel residence anche lei.

Quando scese dalla macchina rimasi di stucco. Che fosse una splendida ragazza non c’era alcun dubbio, solo che… le mancava completamente la gamba sinistra. Tagliata subito sotto l’anca, non come si vede a volte, sotto il ginocchio. Ma quelo che mi stupì di più fu che la cosa non sembrava crearle alcun problema, non solo psicologico, ma neanche fisico. Come molte californiane, specialmente in quel periodo dell’anno, era vestita con un top molto scollato e un paio di pantaloncini corti. La gamba restante era molto bella, come il resto del corpo, e l’abbigliamento era quello di una normalissima ragazza della sua età. Non era stato fatto alcun tentativo di nascondere la menomazione. Inoltre si era perfettamente organizzata. Era stata a fare la spesa, e con una naturalezza sicuramente frutto di molto allenamento, era scesa dalla macchina, aveva preso una stampella, girato intorno all’auto, aperto il portabagagli, montato una specie di carrellino e, riempitolo con alcuni sacchetti della spesa, aveva chiuso il tutto e si era diretta verso un appartamentino a piano terra.

Abituato a vivere in un paese in cui molti disabili non riescono neanche ad uscire di casa perché non hanno l’ascensore nel palazzo o perché è troppo stretto per far passare la sedia a rotelle, vedere quella ragazza comportarsi in modo del tutto normale nonostante le oggettive difficoltà che una menomazione come quella doveva comportare, mi colpì profondamente. A quell’epoca in Italia, inoltre, non c’erano ancora le leggi attuali che obbligano le aziende ad assumere un certo numero di disabili, per cui era ancora meno frequente di oggi vedere in giro persone con una qualche disabilità.

Naturalmente sapevo che negli Stati Uniti guidare la macchina per un disabile era, ed è tuttora, più facile che in Italia, anche perché le macchine, di norma, hanno quasi tutte il cambio automatico. Non è necessario neanche avere una patente speciale. In effetti, un’altra cosa che mi colpì, era che la macchina non aveva alcun simbolo che la identificasse come appartenente a un disabile. In USA non è difficile trovare un parcheggio, e sono tutti molto larghi, anche quelli non pensati per i disabili. Inoltre le barriere architettoniche sono molto poche e la mentalità americana, abituata alle sfide, porta il disabile a non accettare passivamente il suo stato, ma a pretendere da se stesso, prima che dagli altri, di poter vivere una vita quanto più normale possibile.

Insomma, quell’episodio mi diede da pensare. In seguito ebbi modo di lavorare sia negli Stati Uniti che in altri Paesi con molti disabili e mi resi conto che la maggior parte di loro non sopportava il fatto che si cercasse di far finta che la loro menomazione non esistesse. Così presi l’abitudine a non comportarmi forzatamente in modo “politicamente corretto”, arrivando persino a scherzare con un collega che mi aveva pestato un piede con la carrozzina («Ehi, stai attento a dove metti le ruote!») o con un’amica che era cieca dalla nascita («Che ne pensi del mio nuovo look?»). Certo, non tutti riescono ad avere un tal senso dell’umorismo per riuscire a scherzare su una limitazione che, indubbiamente, pesa su chi la porta, ma in alcuni Paesi del mondo c’è una maggiore accettazione di sé stessi, che si sia troppo grassi o troppo bassi, su una sedia a rotelle o bisognosi di un apparecchio acustico.

Detto questo, tuttavia, resta il problema pratico. La disabilità esiste, la menomazione, fisica o mentale che sia, è un limite, e l’ambiente circostante può rappresentare un serio ostacolo per chi ha un determinato problema. Parliamo di barriere architettoniche, ovviamente, ma non solo.

Nonostante le tante pedane che in molte città sono state messe per consentire alle carrozzine di salire e scendere i marciapiedi, quasi tutte poste là dove hanno maggiore visibilità, soprattutto in centro, ben poco si fa per aiutare i disabili a uscire di casa e vivere la loro vita in mezzo agli altri. Tanto per cominciare là dove abita spesso la maggior parte della gente, soprattutto nelle grandi città, ovvero in periferia, di marciapiedi adattati per le sedie a rotelle ce ne sono ben pochi. Spesso lo stesso marciapiede non è largo abbastanza per una carrozzina, e sorvoliamo su quelli che vi parcheggiano sopra con le ruote. Non c’è bisogno di essere un disabile per accorgersene: basta portar fuori il pupo in carrozzina. Un vero percorso di guerra. Molti uffici pubblici non sono accessibili dai disabili; molti ascensori non hanno la segnalazione Braille e sono troppo stretti per far passare una sedia a rotelle; gli ingressi delle banche sono già difficili da passare per una persona normale, figuriamoci per un disabile, e molti sportelli Bancomat sono troppo alti; alcune delle principali fermate della Metro di Roma non sono accessibili, e le altre hanno spesso gli ascensori guasti; la maggior parte dei semafori non ha il segnalatore acustico per chi è cieco; è praticamente impossibile per un disabile in carrozzina salire su un autobus o su un treno senza essere aiutato, e si potrebbe continuare per ore…

E allora, c’è da stupirsi se di disabili se ne vedono pochi in giro nelle nostre città? Forse disabili lo siamo anche noi “normali”… nel cuore.

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Commenti (2) a «Disabili nel cuore»

  1. lingua.linguaccia ha detto:

    una domanda… cattiva cattiva proprio da lingua linguaccia. Tu scrivi. “Essendo single ed essendo arrivato da poco in California, cercai di capire se per caso abitasse nel residence anche lei”. La frase fa pensare che almeno una volta l’avresti invitata a un qualcosa, un caffè, una passeggiata, un film… L’hai fatto?

  2. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    No, perché non ne ebbi il tempo. Ancora non lo sapevo, ma sarebbe stato un lungo periodo di lavoro dalla mattina alla sera. Nei laboratori scientifici si lavora anche il fine settimana. Alla fine mi resi conto che non ero riuscito a conoscere nessuno al di fuori del campus. Tuttavia mi sarebbe piaciuto conoscerla. Doveva essere una ragazza veramente in gamba (e non è una battuta) per cavarsela in quel modo.

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