La Finanza sta uccidendo l’Economia



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Premessa

Sono diversi anni ormai che la nostra economia è in crisi. Non solo la vecchia Europa ma persino gli Stati Uniti, che con la caduta dell’Unione Sovietica si erano ritrovati per un certo tempo unica Grande Potenza del pianeta, e addirittura ora anche la Cina, che sembrava lanciata verso una crescita economica senza precedenti, si trovano ad affrontare una serie di difficoltà economiche che non sembrano migliorare a fronte dei vari tentativi fatti dai rispettivi Governi per arginarle e superarle.

Ogni azione intrapresa, infatti, sembra funzionare per un po’: poi regolarmente i vari parametri di misurazione tornano oltre i valori di soglia. Spread, disoccupazione, debito pubblico, PIL e via dicendo. Ognuno ha la sua teoria, ognuno la sua ricetta magica. C’è chi grida al complotto e chi punta il dito verso questo o quello, oppure imputa a quelle stesse iniziative che erano volte a tamponare la crisi la responsabilità di aggravarla ulteriormente.

Non sono un esperto di economia e non pretendo di avere in tasca la soluzione. Tuttavia, come tanti, anch’io mi sono posto il problema di capire perché tutto ciò non funzionasse e ho pensato di applicare le mie conoscenze nel risolvere i problemi a questa situazione oggettivamente complessa. Così mi sono reso conto che innanzi tutto la maggior parte delle iniziative tendevano a trovare la risposta all’interno dell’attuale sistema economico-finanziario e questo, come sa bene chi si occupa di risoluzione dei problemi, è un campanello d’allarme. Spesso, infatti, per uscire da una certa situazione, si deve affrontare la possibilità che essa sia fisiologica al sistema, ovvero che non sia possibile sistemare le cose mantenendo l’intero apparato così com’è.


Crediti: Dear Kitty Blog

Una breve parentesi

Prima di proseguire, tuttavia, come faccio spesso nei miei articoli, vediamo di definire alcuni termini che useremo in seguito e chiarire alcuni concetti. Mi scuso per la parentesi ma è necessaria per poter essere sicuri che al di là delle opinioni dei singoli, quando usiamo un termine, gli si dia tutti lo stesso significato, altrimenti poi è facile cadere in equivoci e malintesi.

Iniziamo con il definire che cosa intendiamo per “economia” e cosa per “finanza”.

L’economia è quella disciplina che studia la gestione delle limitate risorse a disposizione per soddisfare il numero massimo di bisogni individuali e collettivi contenendo al minimo la spesa, ovvero i costi. I principali soggetti od operatori economici sono le famiglie, le imprese e lo Stato. La parola economia deriva dal greco οἴκος (casa) e νόμος (legge), e infatti nell’antichità questa parola era utilizzata prevalentemente nel senso stretto di amministrazione dei beni di famiglia.

Credo sia importante notare come non si parli semplicemente di risorse, bisogni e costi, ma del fatto che le risorse siano comunque limitate e che si debbano massimizzare la soddisfazione dei bisogni minimizzando al contempo i costi. In effetti la scarsità di risorse è proprio uno dei fattori che caratterizzano questa come ogni crisi in genere, così come conflitti e tensioni sociali derivino spesso proprio dal non riuscire a soddisfare tutti i bisogni primari della popolazione e come spesso la spesa, ad esempio il debito pubblico, finisca per andare fuori controllo portando i Governi ad incrementare la pressione fiscale. Vi ricorda nulla? Bene, andiamo avanti.

La finanza è quella disciplina economica che studia i processi con i quali gli individui, le imprese, gli enti, le organizzazioni e gli Stati gestiscono i flussi monetari nel tempo, ovvero la raccolta, l’allocazione e l’utilizzo del denaro.

Volendo fare un parallelo fra economia e finanza, se la prima studia le modalità di allocazione di risorse limitate tra usi alternativi al fine di massimizzare la propria soddisfazione, la seconda studia le modalità di allocazione del denaro tra usi alternativi allo stesso fine.

La differenza fra le due, quindi, è che da una parte abbiamo risorse limitate, dove per risorse intendiamo materie prime, forza lavoro, energia, e via dicendo, mentre dall’altra abbiamo il denaro. Diventa a questo punto necessario capire cosa sia questo denaro, ovvero dare una definizione della moneta. Molti di voi penseranno che tale concetto sia ovvio e anche piuttosto semplice, ma non è così, e spesso è proprio su questo equivoco che si generano molti malintesi quando si parla di economia e di finanza.

La moneta è un bene economico intermediario negli scambi quale valore di misura e mezzo di pagamento. Essa può svolgere tre funzioni: misura di valore, strumento di pagamento e riserva di valore.

Vediamo cosa significa. Avere una misura del valore vuol dire avere un riferimento comune rispetto al quale confrontare il valore di qualsiasi altra cosa, siano essi beni o servizi. È un po’ come il metro o il chilogrammo. Se dico che il mio bagaglio a mano è profondo 50 centimetri e la cappelliera dell’aereo solo 40, ho la possibilità di stabilire fin dall’inizio che difficilmente vi entrerà, a meno di non schiacciarlo un po’. Anche se le due forme e i due oggetti sono molto diversi, ho un riferimento comune che mi permette di capire se uno entrerà dentro l’altro. Analogamente per i chilogrammi, i litri, i secondi e qualsiasi altra unità di misura. Poter comparare il valore di due beni o servizi, non serve solo per poter effettuare scambi o compravendite, ma anche per poter pianificare attività economiche, quali ad esempio il commercio. Se io voglio comprarmi una casa e metto su un negozio, conoscendo il valore dell’immobile e quello dei beni che vendo, tenendo conto dei costi e delle possibili perdite, posso farmi un’idea di quanti anni dovrò lavorare per permettermi quell’abitazione.

Ovviamente avere un bene intermediario che misura il valore delle cose permette di semplificare anche le compravendite. Una volta, infatti, quando non esistevano le monete, si usava il baratto ma non era così semplice raffrontare il valore degli oggetti in gioco. L’utilizzo della moneta quale strumento di pagamento non solo ha reso più semplice comparare il valore dei beni e dei servizi che si scambiavano, ma anche di poter solo acquistare o solo vendere un bene o un servizio senza necessariamente ragionare in termini di scambio.

Infine la moneta rappresenta una riserva di valore. È importante infatti che un’unità di misura sia stabile nel tempo per poter essere usata praticamente. Questo è vero per le unità utilizzate per misurare le grandezze fisiche, come il metro o il chilogrammo, dato che fanno riferimento a campioni che vengono mantenuti in condizioni di massima stabilità. Purtroppo questo non è altrettanto vero per il valore, dato che non sempre esiste una definizione “fisica” di valore. Nel passato, quando si usavano come monete beni difficilmente deperibili, come il sale, era tale caratteristica a dare stabilità alla moneta. Analogamente era quando a fare da riserva erano i metalli preziosi come l’oro o l’argento. Con l’introduzione della moneta cartacea, la stabilità del potere d’acquisto risiede solo nella garanzia rappresentata dalla gestione anti-inflazionistica della politica monetaria da parte delle rispettive banche centrali. Ovviamente è fondamentale che una moneta sia stabile perché questo garantisce la conservazione del valore di scambio.

Tutto chiaro? Se avete risposto di sì allora vi è sfuggito qualcosa. Perché se un chilogrammo è rappresentato dalla massa di un particolare cilindro di altezza e diametro pari a 0,039 m di una lega di platino-iridio depositato presso l’Ufficio Internazionale dei Pesi e delle Misure a Sèvres, in Francia, e un metro è definito come la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un intervallo di tempo pari a 1/299.792.458 di secondo, non è altrettanto possibile dare una definizione univoca e assoluta dell’unità di valore. Quanto vale un chilo di sale? E un grammo d’oro? E un dollaro? E un euro?

Il problema con la moneta è proprio questo: essa misura il valore… che le diamo. Facciamo un esempio: una volta un chilo di sale aveva un grande valore, perché il sale era fondamentale per conservare il cibo e procurarselo non era semplicissimo. Oggi un chilo di sale grosso costa in Italia dai quindici centesimi a un euro e venti centesimi circa, a seconda di dove lo si compri e dalla sua composizione. Decisamente poco rispetto al passato. È evidente che il valore di un bene dipenda da molti fattori, come la difficoltà a reperirlo, l’utilità, la durata, la qualità. D’altra parte esistono beni il cui valore è del tutto costruito a tavolino, come ad esempio i diamanti, come ho già avuto modo di spiegare in un articolo precedente.

Un po’ di storia

In fondo, se ci pensate bene, il commercio è nato proprio grazie a questa indeterminazione, o se preferite, varietà di valori che in posti e momenti diversi vengono dati agli stessi beni e servizi. Gli antichi mercanti si assumevano i costi e i rischi di andare a prendere determinati beni in Paesi lontani perché lì essi valevano relativamente poco mentre potevano essere venduti a prezzi esorbitanti in patria, e viceversa. La situazione ideale era partire con un carico che era costato poco in patria, portarlo in un Paese lontano dove poteva essere venduto bene, usare il ricavato per acquistare a un prezzo contenuto beni sconosciuti e molto ricercati in patria, e tornare indietro a rivendere il tutto diventando così ricchi. Sempre che la nave non affondasse per un fortunale, che i pirati non l’abbordassero, che il carico non si deteriorasse: rischi d’impresa.

Se ancora oggi chiedete a molti cosa dia valore a una certa moneta, vi risponderanno “le riserve d’oro dello Stato che la batte”. In realtà è dal 1971 che non è più così, ovvero da quando il Presidente americano Nixon decretò la fine della convertibilità del dollaro in oro. Nell’antichità, infatti, si cercava di dare alla moneta un valore intrinseco, comunque sempre legato alla fiducia che si aveva in chi la batteva, ma basato anche sul metallo con il quale era realizzata: oro, argento, bronzo, rame. In pratica la qualità del metallo utilizzato in termini di purezza era garantito dall’affidabilità e dalla ricchezza dello Stato che la produceva. Le monete più usate erano quelle degli Stati più forti. Oggi è ancora così, ma vediamo cos’è cambiato…

Con l’avvento della cartamoneta, infatti, resosi necessario a causa dell’aumento degli scambi commerciali, aumento che avrebbe richiesto la produzione di una quantità impressionante di metallo prezioso, le cose cambiarono significativamente. Si stabilì il cosiddetto Sistema Aureo. Inizialmente non c’erano vere e proprie banconote, ma lettere di scambio, ovvero titoli rappresentativi del credito in oro nei confronti delle banche che permettevano ai mercanti di scambiare queste lettere fra banche connesse da rapporti d’affari che poi, a fine anno, si scambiavano solo l’oro corrispondente ai conguagli complessivi delle varie lettere. In pratica la lettera rappresentava un modo “leggero” di trasportare oro senza farlo davvero, garantita nel suo valore dalla banca emittente e da quelle disposte a riconoscerle.

Questo sistema, tuttavia, era garantito solo dal sistema bancario e comunque non tutte le banche riconoscevano le lettere di scambio di tutte le altre. Con la rivoluzione industriale aumentò significativamente sia il bisogno di moneta, sia la capacità dei privati di risparmiare. Nacquero così nel 1870 le banche commerciali, che raccoglievano i risparmi e prestavano denaro a chiunque desse opportune garanzie, non solo ai nobili, ai mercanti e agli Stati. Così l’oro si trasformò in una riserva per gli Stati che stabilirono di poter battere moneta solo in misura pari ad alcune volte il valore dell’oro accumulato.

È qui che nasce il legame fra le riserve auree dello Stato e la quantità, e quindi il valore, della moneta battuta. È evidente che più moneta si batteva a parità di oro detenuto, meno questa valeva: si parlava in questi casi di inflazione. L’autonomia che aveva uno Stato quindi a stampare un numero maggiore di banconote era quindi bilanciata dal non ridurre troppo il valore della moneta stessa, soprattutto nei confronti delle altre monete. Ci fosse stato infatti un solo Stato e una sola moneta, nulla avrebbe davvero impedito di stampare una quantità ampia a piacere di denaro, ma proprio perché c’erano vari Stati e varie monete, ogni decisione doveva tener conto del quadro generale. Molte delle cose che sto dicendo valgono ancora, anche se ormai non ragioniamo più in termini di convertibilità in oro.

Quando nel 1929 ci fu la prima grande crisi economica moderna, il sistema aureo venne messo a dura prova. Nel 1944, con la creazione dell’ONU, si decise di stabilire che gli Stati con una bilancia dei pagamenti in attivo aiutassero quelli in deficit. Dato che il Paese in surplus per eccellenza erano gli Stati Uniti d’America, questo fece sì che il riferimento per le varie valute si spostasse sempre di più dall’oro al dollaro, a sua volta tuttavia legato all’oro, fino appunto al 1971 quando anche quest’ultimo legame si spezzò (a quell’epoca tuttavia gli USA erano insolventi e fu questo che portò alla decisione in questione).

A questo punto è evidente come il valore di qualsiasi valuta sia di fatto legato solo alla fiducia che i cittadini hanno in essa o nella valuta di riferimento. Chi si ricorda dei miniassegni che spopolarono in Italia dal 1975 al 1978? Si trattava di veri e propri assegni circolari di piccolissimo taglio che molte banche incominciarono ad emettere per sopperire alla mancanza di spiccioli e che fino ad allora erano stati sostituiti da caramelle, francobolli e gettoni telefonici. In pratica vennero usati come denaro a tutti gli effetti. Certo, erano assegni garantiti da banche, ma non è così ancor oggi con i ticket restaurant? Eppure questi sono emessi da società private; dato tuttavia che molti supermercati e anche alcuni negozi li accettano, sono diventati di fatto denaro a tutti gli effetti.

Questo vuol dire che se domani qualcuno volesse battere moneta e la gente iniziasse ad usarla, al di là degli aspetti legali relativi al Paese in cui questo dovesse succedere, quella diventerebbe una moneta a tutti gli effetti. Potrebbe essere anche del tutto virtuale come la Bitcoin, una moneta elettronica creata nel 2009 da Satoshi Nakamoto. In pratica, il valore di una moneta è funzione della fiducia che le persone hanno in essa e quindi rappresenta di fatto il livello di fiducia che le persone hanno nella robustezza economica e affidabilità dell’organizzazione o ente che la emette.

Perché quindi la finanza sta uccidendo l’economia?

Finalmente abbiamo tutti gli elementi o quasi per capire il titolo che ho dato a questo articolo. Dovrebbe esservi evidente a questo punto come il denaro sia uno strumento fondamentale per semplificare e armonizzare gli scambi commerciali ed economici in genere, e di come la finanza sia nata per supportare il commercio e le imprese. Sono quest’ultime infatti che creano davvero valore in un Paese.

Quando ognuno di noi lavora, che sia lavoro autonomo o dipendente, che dipinga un quadro o produca il pistone di un motore, che assembli un televisore o fornisca assistenza o consulenza, sta adoperando una certa quantità di materiali, energie, conoscenze e tempo per sviluppare un certo bene o servizio. In pratica stiamo trasformando quei materiali, quell’energia, quelle conoscenze e quel tempo in qualcosa il cui valore sarà determinato appunto dall’insieme di questi quattro ingredienti. È vero che in Paesi diversi questi ingredienti hanno a loro volta valori diversi, da cui, ad esempio, il diverso costo del lavoro in Stati differenti, ma resta il fatto che il valore deriva direttamente dall’impegno profuso a realizzarlo. Ne consegue che è la parte produttiva di un Paese che genera valore.

Tale produzione può essere sostenuta dalla finanza, che quindi svolge in tutto ciò un ruolo attivo e positivo. Dato tuttavia che non sempre le cose vanno come ci si aspetta, può capitare che un progetto produttivo non vada a buon fine, che un prodotto non abbia successo, che un’azienda fallisca. Questo fallimento comporta per il sistema bancario una sofferenza, ovvero l’impossibilità di recuperare in toto o in parte il denaro prestato. Per ridurre l’impatto di queste sofferenze, le banche hanno inventato una vera e propria assicurazione che prende il nome di derivati.

Uno strumento derivato è un contratto o un titolo il cui prezzo è basato sul valore di mercato di uno o più beni.

Vediamo in pratica in che modo un derivato riduce l’impatto delle sofferenze bancarie. Supponiamo che una banca abbia fatto un prestito. Nel sistema bancario questo prestito viene considerato parte dell’attivo, non del passivo, come uno potrebbe essere portato a credere. Ora, a fronte di un attivo di una certa entità e corrispondente a un determinato rischio, in questo caso di inadempienza da parte del debitore a restituirlo con gli interessi, la banca deve immobilizzare una certa percentuale dell’attivo sotto forma di capitale. Ovviamente questo capitale non rende, per cui le banche hanno interesse che esso sia il meno possibile. Un sistema per farlo è ridurre il rischio, ma come si fa a ridurre il rischio che uno non ti restituisca il dovuto? Semplice, lo si impacchetta e lo si trasforma in un titolo.

In pratica, si cerca un organismo disposto ad assumere il rischio d’inadempienza in cambio di un premio, ovvero una sorta d’assicurazione. Se il debito non va in sofferenza, l’organismo che si è assunto il rischio incamera i premi assicurativi, mentre la banca riesce ad essere comunque profittevole dato che gli interessi sul debito coprono di gran lunga i premi in questione. Se invece le cose vanno male, l’organismo deve rimborsare la banca della perdita e quindi la banca è protetta. È ovvio che se metto il titolo in questione sul mercato e poi lo vendo magari al piccolo investitore, sarà lui a dover pagare la sofferenza… Ma stiamo anticipando il discorso. Tutto chiaro fin qui? Concettualmente non c’è nulla di male, purché si mantengano le cose nei limiti del necessario. Questi titoli furono chiamati derivati sui crediti, dato che ad ogni debito corrisponde di fatto un credito, un termine tuttavia fuorviante dato che nascondeva la delicatezza del meccanismo inventato. Il nome nasce dal fatto che ogni transazione finanziaria conseguenza di un’altra transazione, detta principale, si chiama derivata.

Ovviamente maggiore era il rischio, maggiore il guadagno per l’organismo assicuratore. Purtroppo la cosa non si fermò qui. Presto i derivati presero ad avere una vita propria, a diventare titoli venduti sul mercato a tutti gli effetti, e non solo in borsa, ma anche e soprattutto sui mercati non controllati. Inoltre si iniziò a mettere all’interno dei prestiti a basso rischio anche qualche prestito ad alto rischio, ovvero si crearono derivati che accorpavano prestiti diversi a rischio differente così che se qualche prestito ad alto rischio non fosse stato rimborsato, i profitti ottenuti coi prestiti a basso rischio sarebbero stati sufficienti a coprire le perdite.

Infine la creazione di tre tranche di derivati a rischio diverso permise da una parte di eliminare gli attivi dei prestiti dalla contabilità bancaria e quindi ridurre l’immobilizzazione di capitale per le banche, dall’altra di mettere sul mercato questi rischiosi prodotti finanziari che le agenzie di rating, in cambio di ricche provvigioni, si premunirono di valutare ai massimi livelli, per renderle più appetibili ai mercati. Il resto è storia: le banche iniziarono a vendere i derivati agli investitori, ai fondi d’investimento e ai fondi pensionistici alla ricerca di maggiori profitti. In pratica i derivati, da strumenti per coprire le inadempienze divennero delle vere e proprie scommesse ad alto rischio. Il mercato venne saturato da titoli tossici di ogni genere mentre le banche si arricchirono sempre di più.

E questo è il primo meccanismo che sta portando la finanza ad uccidere l’economia: invece di sostenere la produzione e vivere degli interessi sui prestiti alle imprese, le banche guadagnano molto di più attraverso il mercato dei derivati, ovvero non solo non si interessano più al fatto che un debito sia davvero solvibile né hanno più capitali immobilizzati per sostenere eventuali sofferenze, ma si arricchiscono proprio quando il sistema produttivo è in sofferenza. È un po’ come se io scommettessi sul fatto che il mio miglior amico perda sul ring in un combattimento di pugilato. Più lui perde, più io divento ricco: che importa se lo massacrano, quindi?

Un altro aspetto da considerare è che questi titoli tossici hanno ormai inquinato un po’ tutti i fondi finanziari direttamente o indirettamente e comunque influenzano pesantemente anche le borse e di conseguenza i titoli delle aziende. Da qui altri due problemi: da una parte il valore delle azioni di un’azienda non dipendono più solo dallo stato di salute della stessa, ma spesso da fattori che con quell’azienda hanno ben poco a che vedere, dall’altro le aziende stesse trovano in quei titoli un possibile interesse, dato che spesso essi acquisiscono valore proprio quando il sistema è in crisi. Attenzione però: si tratta di un valore costruito sul nulla, non come quello basato sulla produzione. In pratica si sta spostando il baricentro da un valore concreto, basato su elementi solidi come appunto quelli produttivi, ad uno del tutto virtuale, che si autosostiene con un intreccio di collegamenti circolari che potrebbe crollare in qualsiasi momento.

E qui ne consegue il secondo meccanismo, ovvero il fatto che molte aziende, invece di reinvestire parte dei propri utili in capacità produttive li utilizzino per acquistare prodotti finanziari inquinati, riducendo da una parte la loro capacità di crescita, dall’altra mettendosi ulteriormente a rischio legandosi a strumenti finanziari discutibili.

Ma c’è di peggio: dato che oramai nelle aziende, specialmente quelle quotate in borsa, il valore dell’azione è diventato prioritario e in particolare viene considerato prioritario dare un buon dividendo agli azionisti, si finisce, in tempi di crisi, per tagliare tutti i costi possibili pur di ottenere quell’utile necessario all’emissione del dividendo, dato che non si può farlo con il fatturato perché piatto se non addirittura in calo. Così le aziende non solo tagliano al massimo i costi, ma finiscono per tagliare anche quelli che hanno un impatto diretto sulla capacità produttiva e sulla qualità del prodotto. In pratica un vero e proprio suicidio imprenditoriale.

In pratica possiamo dire che la finanza sta uccidendo la nostra economia perché:

  1. la maggior parte del denaro viene impegnato a sostenere il falso valore rappresentato dai derivati invece che quello concreto rappresentato dalla produzione di beni e servizi;
  2. le aziende finiscono per investire più in prodotti finanziari che in capacità produttive;
  3. l’immagine finanziaria dell’azienda diventa prevalente su quella produttiva portando a penalizzare le proprie risorse e capacità pur di mantenere un’immagine di valore basata su parametri inconsistenti e fuori dal controllo delle aziende.

È chiaro quindi che operare solo sugli aspetti finanziari di un Paese o di un’azienda rischi non solo di non risolvere la crisi, ma addirittura di penalizzare l’unica vera leva che un sistema ha per affrontare una situazione difficile sul piano economico, ovvero puntare sulla crescita e sulla produzione di valore reale, ovvero esattamente quello che non sta facendo l’Italia, dove tutti gli sforzi sembrano focalizzati sul sanare un debito pubblico in continua crescita proteggendo al contempo gli istituti bancari responsabili di questa crisi, il tutto a scapito di imprese e cittadini.

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