Cause, non giustificazioni



Sto per affrontare un argomento difficile e, come al solito, so già che finirò per mettermi contro sia l’una che l’altra parte, ma tant’è, è nella mia natura non seguire mai la corrente.

Recentemente, durante un’intervista, Monsignor Arduino Bertoldo, vescovo emerito di Foligno, ha fatto le seguenti considerazioni in merito ai sempre più frequenti casi di violenza sessuale sulle donne che avvengono nel nostro paese:

Eccellenza, in caso di violenza sulle donne, la colpa é solo e sempre del bruto?

Premesso che la giustizia in casi del genere deve fare il suo corso e condannare il colpevole, va detto che alcune volte esiste una mancanza di prudenza anche da parte delle vittime.

Ovvero?

Certamente esiste una libertà incoercibile a vestirsi come si vuole nel limite della decenza e questa libertà di scelta va rispettata e tutelata dalla legge e dalla educazione. Ma per altro verso, esiste una sana logica di buon senso.

Ovvero?

Io non camminerei mai in un quartiere noto per le rapine con un collier di diamanti alle tre del mattino, salvo assumermi responsabilmente il rischio della rapina. Allo stesso modo chi accetta di correre questa evenienza […] merita pietà se subisce violenza, ma in un certo senso ha peccato di prudenza. Ricordo, poi, che esistono delle attenuanti etiche.

Quali?

Non mi riferisco a quelle del codice penale, ma a quelle della coscienza. Se una donna cammina in modo particolarmente sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento la ha e voglio dire che dal punto di vista teologico anche tentare é peccato. Dunque anche una donna che camminando o vestendosi in modo procace suscita reazioni eccessive o violente, pecca in tentazione.

Quindi, ricapitolando, con tutti i distinguo del caso e pur condannando la violenza in questione, secondo Monsignor Bertoldo esiste una responsabilità implicita della donna nell’esser violentata quando fa in qualche modo mostra di sé, e per dimostrarlo porta come esempio il recarsi in un luogo malfamato esibendo un’eccessiva ricchezza.

Di fronte a un’affermazione del genere, la prima reazione sarebbe di rifiuto e rabbia e infatti sono stati pubblicati diversi articoli in rete a riguardo che hanno attaccato pesantemente Monsignor Bertoldo estrapolando, peraltro, solo la frase nell’ultima parte dell’intervista. Leggendola tutta, tuttavia, qualche dubbio che in fondo in fondo possa avere ragione potrebbe venire, soprattutto leggendo l’esempio del collier. Ma è davvero così?

Chi ha ragione, e chi torto? È possibile ragionarci sopra su un piano razionale al di là delle reazioni istintive o dei principi religiosi? Proviamoci. Affrontando la questione sul piano della logica, è facile rendersi conto di come questo sia un tipico esempio dell’utilizzo di un paradigma con caratteristiche quantitative che viene utilizzato impropriamente in modo qualitativo. In pratica si usa un esempio che può essere più o meno valido in un certo intervallo di valori per estenderlo poi a qualsivoglia valore.

Mi spiego meglio. Supponiamo che io mi rechi in uno dei peggiori quartieri di Roma, vestito tutto elegante, e che poi entri in un locale malfamato e nel pagare tiri fuori un rotolo di banconote. Non mi dovrei stupire più di tanto se poi qualcuno mi aspettasse al varco per rapinarmi. In un certo senso sarebbe colpa mia o quantomeno si potrebbe dire che «me la sono cercata». Io però ho parlato di “quartiere malfamato”, di “tutto elegante” e di “rotolo di banconote”… Ma quanto dovrei essere davvero elegante e quanta dovrebbe essere la ricchezza ostentata per poter dire che ho una corresponsabilità in quello che ho successo? E se fossi stato con un normale completo da lavoro, neppure troppo costoso e avessi avuto in tasca un paio di centianaia di euro? E se il quartiere fosse stato un normale quartiere di Roma come tanti altri? O se addirittura fossi stato in jeans e avessi avuto in tasca solo cinquanta euro? Magari recandomi nel bar sotto casa? Dov’è la soglia fra “troppo” e “giusto”?

È chiaro dunque che l’esempio rimane valido solo entro un certo ambito. Potremmo trovarne uno analogo per la violenza sessuale in una ragazza che, dopo essersi vestita e truccata come una prostituta si recasse in un locale di quarta categoria e si mettesse a flirtare con un po’ tutti. Un atteggiamento del genere è un segnale di desiderio sessuale che, se non corrisposto, potrebbe portare da parte di certi tipi di persone ad una reazione violenta. Cerchiamo di chiarire: questo non vuol dire che la reazione sarebbe giustificata — ci mancherebbe — ma solo che non sarebbe sorprendente. Il problema sorge quando si usa un esempio del genere e lo si generalizza, come ha fatto Monsignor Bertoldo parlando di “atteggiamento sensuale” o “abbigliamento procace”.

Ad esempio, quando un atteggiamento è eccessivamente provocante? Se una ragazza è bella, ad esempio, anche solo il camminare su tacchi un po’ alti sarà certamente eccitante per molti uomini; se è stata a uno spettacolo teatrale, magari avrà un decolletté un po’ profondo, il che rappresenta un forte richiamo sessuale per un maschio; anche una t-shirt può essere estremamente sexy su un certo tipo di ragazza, mentre una gonna un po’ corta può essere altrettanto provocante se una donna ha delle belle gambe, senza contare che se una donna è bella lo resta pure se avesse un saio addosso. Quindi, a meno che Monsignor Bertoldo non voglia introdurre anche nella Chiesa Cattolica l’utilizzo del burka, non esiste un modo per evitare di attirare l’attenzione maschile da parte di una donna.

Ora, è chiaro che oggi una donna debba sempre prestare attenzione a come si veste e a come si atteggia in determinate situazioni, ma questo vale anche per chi, come il sottoscritto, ad esempio, viaggia e spesso si trova in città o in quartieri che non conosce e dei quali non ne conosce la pericolosità. Si tratta di semplice buon senso. Sarebbe altrettanto utile che tutte le donne seguissero un corso di difesa personale perché, volenti o nolenti, gli stupratori esistono, ma grazie la cielo la maggior parte di loro sono dei vigliacchi e persino quando sono in gruppo, se fai davvero male a uno, possono tirarsi indietro.

È tuttavia altrettanto vero che la maggior parte degli uomini eterosessuali ci mettono poco ad eccitarsi di fronte a una donna e non si può certo imputare a lei questo comportamento. Sta all’uomo saper gestire i propri impulsi sessuali, non alla donna celare se stessa. Se così non fosse allora cosa dovrebbe fare una donna al mare, dato che è praticamente nuda? O in una cena di gala, nella quale certi abiti vengono appositamente disegnati per evidenziare le forme e dare mostra del corpo? E il trucco? Non dovrebbe essere usato? E se si è davvero belle, cosa si dovrebbe fare, nascondersi dietro un velo o una maschera? È ovvio che sarebbe assurdo. Inoltre, così come esiste una distinzione fra fare la corte a una donna e molestarla sessualmente, ne esiste una fra il cercare l’apprezzamento di un uomo e l’adescarlo. Ogni donna ha il diritto di mostrare se stessa, se lo desidera.

Il vero problema, quando si trattano questi argomenti, è che l’una e l’altra parte tendono a prendere posizioni integraliste che poi arrivano agli eccessi di chi, da una parte, vorrebbe tutte le donne sotto un burka e chi, dall’altra, pretenderebbe che atteggiamenti fortemente provocatori, spesso emuli di certe estremizzazioni dei VIP del cinema e dello spettacolo, non portino mai ad alcuna conseguenza, qualunque sia la provocazione. Il problema è invece essenzialmente quantitativo: c’è una soglia sopra la quale un certo comportamento in una specifica situazione è oggettivamente rischioso e quindi è bene evitarlo, mentre sotto la quale si dovrebbe avere sempre il diritto di essere del tutto tranquilli. Posizionare quella soglia nel modo corretto è la cosa più difficile: troppo alta o troppo bassa è demagogia, integralismo. Trovare il giusto livello, indice di civiltà. Chiunque ci provi, finisce per tirarsi addosso gli strali di entrambe le parti.

In quanto alle parole di Monsignor Bertoldo, avrei solo una domanda per lui: visto che come vescovo è oggettivamente ben vestito ed elegante, se nel recarsi in un quartiere povero o ad alto tasso di criminalità per esigenze pastorali gli dessero una botta in testa e lo spogliassero nudo per rubargli l’elegante abito vescovile, ammetterebbe di aver peccato di tentazione?

Un’ultima considerazione sulla violenza: essa dovrebbe essere avversata sempre e comunque, nei confronti di chiunque e da parte di chiunque altro. Non esistono violenze più o meno condannabili. Ad esempio, una ragazza violentata non dovrebbe fare più o meno pietà del ragazzo pestato a sangue per rubargli un cellulare, anche se istintivamente ci sentiamo più “protettivi” nei confronti della prima che del secondo, a causa dell’ereditarietà maschilista che ci porta a pensare i maschi più avvezzi alla violenza. Dobbiamo opporci e combattere ogni forma di violenza perché la violenza, comunque, potrà anche avere delle cause ma mai delle giustificazioni.

Commenti (10) a «Cause, non giustificazioni»

  1. Marco Del Pin ha detto:

    Non mi dilungo perchè desidero affrontare un’argomento alla volta. Il problema anche qui è, come spesso succede, che il vescono parla avendo presente un contesto piuttosto ampio nel quale le sue parole sono coerenti, mentre la società contemporanea che definirei “fast food” ormai ha perso questa visione d’insieme e quindi non comprende il significato delle parole della Chiesa. Quando concluderemo l’altro filone vedrò di chiarire l’del vescovo.

    • Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

      D’accordo, comunque, al contrario di quanto hanno fatto altri, ho riportato l’affermazione “sotto accusa” all’interno del suo contesto. Questo ovviamente la rende meno “forte” di quanto sembrasse inizialmente ma, da agnostico, se concordo sul mantenere un atteggiamento di prudenza in determinate situazioni, e questo vale anche per gli uomini, sono alquanto prudente sul considerare determinati atteggiamenti o costumi “una provocazione”. Questo perché il provocare ha sempre due facce: chi provoca e chi è provocato. Ognuna stabilisce dei criteri e se sono diversi è un problema. Tanto per intenderci, una scollatura castigata o una gonna sotto al ginocchio sono forti provocazioni per un integralista islamico e quello che è successo di recente in Israele riguardo la separazione fra i sessi sui mezzi pubblici, dimostra come non è solo nell’Islam che esistono queste forme di integralismo. Ora, se da una parte ognuno è libero di professare la religione che crede, in un Paese laico nessuno può applicare i principi della sua religione al di fuori della sua chiesa, ovvero a persone che non le appartengono. Quindi, capisco il parlar di peccato di tentazione da parte del vescovo ma che sia chiaro: è un concetto cattolico, che così come non appartiene a me, non appartiene a milioni di altre persone.

  2. Marco Del Pin ha detto:

    Sei fuori strada, non è questo il punto.

  3. Marco Del Pin ha detto:

    stai incorrendo nella fallacia straw man, non ha importanza qual è la tua interpretazione delle parole del vescovo, quel che conta è cosa intendesse dire lui.

  4. Marco Del Pin ha detto:

    Si e no, nel senso che è vero che la tua interpretazione in linea teorica può essere valida quanto quella di un altro, ma allora lo devi mettere in chiaro che questa è la tua interpretazione e non è affatto certo che hai gli elementi per poter ritenere di aver colto correttamente il suo pensiero. Voglio dire, un conto è se tu fossi in possesso di vari interventi del suddetto vescovo dai quali si può desumere con un certo grado di certezza che effettivamente il suo pensiero sia di un certo tipo, e un conto è avere in mano un un unico testo e da quello pretendere di essere in grado di cogliere il pensiero originale. (è un problema di metodo) comunque non è vero che la tua interpretazione vale sempre quanto quella di chiunque altro, se quel qualcun altro per esempio ha avuto modo di chiedere direttamente al vescovo o se avesse in mano più testi di te è ovvio che la sua interpretazione sarebbe di maggior peso della tua.

    • Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

      Per definizione tutto ciò che affermiamo a fronte di affermazioni fatte da altri è originato dall’interpretazione personale e soggettiva delle loro parole. Che poi molti cerchino di far passare la loro interpretazione per verità assoluta è altra faccenda. Tuttavia, quando un uomo pubblico fa un’affermazione, deve pesare attentamente le parole proprio perché (1) nessuno può ragionevolmente contestualizzarle nell’insieme di tutte le affermazioni fatte in passato, anche perché sarebbe una falsa contestualizzazione dato che tutti possono nel tempo cambiare idee, valori o anche semplicemente raffinare i propri punti di vista; (2) si comunica per far arrivare un messaggio, per cui se tale messaggio viene interpretato da molti in un modo diverso da come l’avevamo inviato, forse non è di chi ascolta la colpa, ma nostra. Ad ogni modo, io non ho modo di intervistare il vescovo in questione e, anche se lo facessi, non mi stupirebbe né scandalizzerebbe se lui effettivamente credesse che un certo modo di vestire o comportarsi rappresenti un peccato di tentazione: sarebbe assolutamente coerente con i valori della sua fede: io invece sono agnostico e non possiedo il concetto di “peccato”. Ovviamente ho valori che mi portano a poter giudicare una cosa come “giusta” o “sbagliata”, ma il peccato è un concetto religioso, non laico, per cui comunque non lo condividerei. Quando si hanno valori diversi è ovvio che si arriva a conclusione diverse. Ognuno considera le sue valide e quelle dell’altro sbagliate o comunque discutibili: è fisiologico e non ha soluzione né è pensabile che ce ne possa essere una. Si può rispettare le posizioni dell’altro, in quanto si riconosce all’altro il diritto ad averle, e comunque combatterle perché in conflitto con i propri valori. Le società sono sempre conflittuali al proprio interno e probabilmente è un bene che sia così. Mi spaventa l’idea di una società in cui TUTTI, ma proprio tutti, la pensassero allo stesso modo su tutto. Mi verrebbe qualche dubbio… 🙂

  5. Marco Del Pin ha detto:

    sei fuori strada, ma finiamo prima dall’altra parte.

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