Una città che muore



Stasera mi è arrivato questo messaggio di posta elettronica da una carissima amica, chiedendomi di farlo girare. In genere io non amo le catene di Sant’Antonio anche perché molto spesso sono bufale, messe in giro da chi si diverte a lanciare falsi appelli o storie senza fondamento. Questa volta, tuttavia, ho deciso di fare un’eccezione, primo perché la storia, che sia vera o meno nei dettagli, sicuramente lo è nella sostanza. Chiunque abbia un amico in Abruzzo lo sa. Secondo, perché è una storia toccante, ben scritta, semplice ma profondamente umana. Meriterebbe la pubblicazione anche se fosse solo un racconto di fantasia e personalmente non credo lo sia. Così ho deciso di pubblicarla qui, sul mio blog, per poi condividerla via Facebook. Credo che l’autrice sia una certa Luciana. Non ne so molto di più, ma spero tanto che siano in molti a leggerla.

Ieri mi ha telefonato l’impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata.

Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere. Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto. Mi dice di amare la mia città, che ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio. E mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio.

Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l’ICI ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta.

Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile. Che lo Stato non versa ai cittadini senza casa, che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo. Che io pago, in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un’appartamento in via Giulia, a Roma.

La sento respirare pesantemente. Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz’anima. Senza neanche un giornalaio. O un bar. Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra. Lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore.

E lei mi risponde, con la voce che le trema: «Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo.»

Ma loro non scrivono, ed è per questo che io l’ho riportata qui, così come mi è arrivata.

Commenti (1) a «Una città che muore»

  1. utente anonimo ha detto:

    in irpinia sono rimasti anni ed anni nelle tende e nei container
    questi si lamentano troppo
    ringraziassero Dio per quello che hanno avuto
    lì c'è stato un terremoto se ne voglio rendere conto o no ?
    in casi come questi quello che arriva è già una benedizione e ci vorranno anni per rimettere tutto a posto
    berluscono ha sbagliato a promettere neanche lui si era reso conto di cosa è un terremoto

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