Papponi di Stato – Parte quarta



Papponi di Stato – Parte Quarta
di Roberto Poletti e Roberto Scaglia

Pubblicazione sul blog «L’Indipendente» autorizzata dall’On. Roberto Poletti

Continua l’inchiesta in cui l’On. Roberto Poletti, iscritto nelle liste della Federazione dei Verdi e diventato deputato il 6 giugno 2006 al posto di Carlo Monguzzi, ci racconta la sua esperienza di parlamentare con un dietro le quinte da non perdere.

Allineati e coperti

Ma adesso, per favore, adesso non si dica che a Montecitorio non lavoriamo mai. Non è così. Prendiamo la Finanziaria, la legge di bilancio, quella in base alla quale il governo decide come e dove spendere i soldi. Quello sì che è un periodo caldo, anche se arriva prima di Natale. Lo si comincia a capire dagli SMS: già durante l’anno ne arrivano parecchi al giorno, «presenziare alla tal riunione», «voto in Aula sulla tal questione», ma quando c’è di mezzo la Finanziaria è un continuo, il cellulare manda trillini d’avviso ogni tre minuti. E poi fax ed e-mail di convocazione, decine e decine e decine, carta e carta e ancora carta, un settimanale ha calcolato che soltanto per le convocazioni via fax degli organi della Camera vengono spesi 200mila euro ogni anno. E insomma, sulla Finanziaria tutti i deputati sono chiamati a raccolta, prima in Commissione per mettere a punto i capitoli di spesa, poi in emiciclo, quando c’è da votare. In realtà, c’è da dire che si tratta dell’ennesima occasione in cui ti rendi conto che, su 630 onorevoli, quelli che effettivamente hanno voce in capitolo sono sì e no un decimo, ed è un calcolo per eccesso. A decidere è il segretario di partito, che nel mio caso è anche ministro, insieme con gli altri esponenti di governo. Al limite, ne può parlare con il capogruppo e qualche altro fedelissimo. A tutti gli altri non resta che schiacciare il bottone a comando. Salvo prima sorbirsi le relazioni introduttive dei vari sottosegretari, spesso sconosciuti agli stessi deputati, che vengono a spiegare la rava e la fava, e tu fai finta d’ascoltare, già sapendo che la «disciplina di coalizione» t’impedirà di ragionare con la tua, di testa.

L’incontro con Padoa Schioppa

In questo senso, mi viene in mente il mio primo incontro con Padoa Schioppa, l’algido e sempre elegante ministrone dell’Economia. Lo vedo in un piccolo supermercato vicino alla mia casa romana, mattino presto, anche lui a fare la spesa. Un saluto timido e in me si rafforza la convinzione: uno che si aggira per gli scaffali vive la realtà di tutti i giorni, vedrai che è l’uomo giusto. E invece — ma questa è un’opinione del tutto personale — con l’andar del tempo mi ricredo: le sue Finanziarie partono in un modo e finiscono in un altro, stritolate da mediazioni e pressioni di partitini e partitoni di governo, ciò che rimane è una gran saccagnata fiscale e via andare. Uno dei miei chiodi fissi è sempre stato quello di esentare dal pagamento del canone RAI gli anziani indigenti sopra i 75 anni, provvedimento magari non epocale ma secondo me simbolico, e comunque gli telefono per perorare la causa. Mi risponde una segretaria, «Vuole parlare col Ministro? Può prima dire a me?», e io le espongo la questione, alla fine chiedendo un appuntamento. Niente da fare, la segretaria risponde che no, l’agenda del Ministro è piena, non ha tempo. Mi rivolgo allora al mio capogruppo Bonelli, ma anche lì nisba, è tutto preso a organizzare non so quale spedizione per salvare non so quale foresta, mi sembra quella amazzonica. Risultato: il canone RAI è addirittura aumentato, la foresta amazzonica va scomparendo.

Passatempi tra un voto e l’altro

La Finanziaria, dicevo. È un caos totale, il Palazzo impazzisce. I tempi sono contingentati, le sedute si prolungano fino a notte fonda, c’è chi si addormenta in Aula e sui divanetti, si organizzano i turni per andare a mangiare, tanto il ristorante è sempre aperto, «Voti tu per me? Poi ti copro io», la sigaretta è pressoché libera. Gli avvocati si portano le pratiche più urgenti, già che ci sono gli danno un’occhiata, d’altronde a Montecitorio i doppiolavoristi non hanno bisogno di nascondersi. Altri giochicchiano con il telefonino, c’è addirittura chi si diverte con queste chat erotiche, poi se le guardano a vicenda e sghignazzano. Uno spettacolo deprimente, questa è la verità, e lo dico senza il minimo snobismo, io ci sono in mezzo, sono uno dei commedianti, e pagato per questo, per giunta. I gruppi parlamentari si riuniscono continuamente, ma sono pantomime, alla fine delle quali il segretario o il capogruppo ti dice come votare, peraltro in questa legislatura è il Senato a essere in bilico, alla Camera non puoi nemmeno pensare a un dispetto, nel senso che non avrebbe alcuna incidenza. Nei corridoi incontri i ministri che corrono da una parte all’altra, a notte fonda qualcuno ha sbagliato a votare oppure il tal gruppetto ha voluto mandare un avvertimento al governo, dal boato si capisce che è passato un emendamento dell’opposizione, ma l’argomento è secondario, cambia nulla. Poi c’è la Galleria dei Presidenti, in cui i deputati possono ricevere le visite, e lì incontri i rappresentanti delle varie lobby, quelli interessati a che passi questo o quel provvedimento, e cercano di convincerti. Anzi, l’emendamento te lo portano direttamente loro, già bell’e scritto, «Allora, cosa dici lo presenti tu?», magari trovi la questione effettivamente interessante ma fai loro presente che comunque saresti l’unico a sostenerlo, e loro non fanno una piega, «Tu presentalo, che noi siamo già in contatto con altri onorevoli…». E c’è caso che nemmeno tanto velatamente ti propongano una contropartita in denaro. Cioè, per dirla chiara, se presenti il loro emendamento ti danno dei soldi. A me è successo. Ho rifiutato.

E nel mezzo di questo gran mercato delle vacche non è raro assistere a dei gran litigi, ne ricordo uno alla buvette tra il nostro capogruppo Bonelli e il ministro Bersani finito a grida e minacce, «Io questo non te lo voto!!», ma poi in genere rientra tutto. Magari, se sei fortunato, riesci a strappare al governo una raccomandazione su un determinato problema, che non vuol dire nulla ma puoi in seguito esibirla nel tuo collegio e spacciarla per un grande successo, «Visto che sto lavorando per voi?». Che tristezza.

Andata e ritorno

Il meccanismo della Finanziaria è astruso. C’è la prima lettura, dove vengono presentati i provvedimenti e discussi gli emendamenti, si vota e si va. Ma poi il faldone passa all’altro organo parlamentare per la seconda lettura, che è quella più importante, perché si inseriscono le eventuali variazioni e si rivota. Qui ci sarebbe da aprire un altro discorso, quello della sovrapposizione di competenze fra Camera e Senato, l’annoso dibattito sull’inutilità del nostro cosiddetto bicameralismo perfetto: non sarebbe più logico e funzionale discuterla una volta sola, ’sta benedetta Finanziaria? Ma rischiamo d’infilarci in un ginepraio, nemmeno ne abbiamo la competenza. In ogni caso, ne consegue che il passaggio fondamentale è la seconda lettura. Nel mio caso, ho vissuto entrambi i brividi. Perché nel mio primo anno da deputato, alla Camera la legge di bilancio arriva in prima lettura. Nel secondo anno, invece, a Montecitorio ci tocca la seconda e più importante. Tra l’altro, se da principio faccio parte del gruppo parlamentare dei Verdi, poi passo a quello di Sinistra Democratica. E qui vale la pena di raccontare la trasmigrazione.

Io vado con Mussi

Un giorno mi chiama Pecoraro Scanio e mi convoca d’urgenza, «Ci vediamo a casa mia? Devo parlarti di una cosa importante». Subito penso: ecco, arriva il cazziatone. In effetti, c’erano state quelle trasmissioni in cui svelavo qualche onorevole trucchetto, e poi le assemblee in Piemonte dove avevo raccontato dei nostri stipendi altissimi, e i collaboratori di un deputato Verde gli avevano chiesto l’aumento, e insomma questo se l’era presa. Arrivo da Pecoraro: lui abita in un bell’appartamento all’ultimo piano di un palazzo nel centro di Roma, poco lontano dalla stazione Termini, nella zona delle ambasciate e dei consolati. Dalla sua terrazza si gode un panorama magnifico, ci ha anche piazzato una vasca in stile Jacuzzi, così puoi farti l’idromassaggio e cose del genere guardando le stelle, comunque uno spettacolo, e a quel paese le raccomandazioni sui risparmi. Arrivo e dopo i saluti di rito mi spiega: ci sarebbe da aderire a un altro gruppo parlamentare, quello di Sinistra Democratica. Io? «Sì, tu». Il discorso è semplice: il ministro Fabio Mussi e i suoi, in rotta con i DS soprattutto per via del costituendo Partito Democratico, hanno costituito alla Camera un gruppo parlamentare per conto proprio, chiamato Sinistra Democratica. Solo che adesso dal nuovo gruppo se ne sono andati Grillini e altri due onorevoli, e ci vogliono almeno venti deputati per tenerlo in piedi e avere a disposizione gli uffici e incassare i contributi, e insomma mi par di capire che loro stanno per scendere a diciannove, hanno bisogno di un altro. «Tu fai così — mi dice in sostanza Pecoraro — aderisci a Sinistra Democratica, il nostro capogruppo ti scrive una bella lettera in cui ti ringrazia per l’adesione tecnica e il gioco è fatto». Spiego che io con Mussi non c’ho mai nemmeno parlato, questo loro capogruppo l’avrò incrociato due volte a dir tanto, e poi non so nemmeno che politica intendano fare, questi. Pecoraro mi tranquillizza, «È solo un’adesione tecnica», e mi aspetta la possibilità di essere candidato alle elezioni europee, potrei diventare subito commissario dei Verdi a Sondrio, che FI ai Verdi se possono gli sparano, comunque sono offerte che non m’interessano. E allora, volendo, posso cambiare Commissione, ce n’è una che gradisco più della Cultura? Ci penso e decido che va bene, iscrivetemi pure a Sinistra Democratica, per quanto mi riguarda mi piacerebbe la Commissione Affari Esteri, lì ci sono i big. E così succede: io, anticomunista da sempre, mi intruppo con i fuoriusciti dei DS, questi neanche mi parlano ma mi inviano delle e-mail che cominciano con Caro compagno, e la mia adesione tecnica mi frutta un posto in Commissione Esteri. Mi arriva la letterina preannunciata: «Caro Roberto, desidero ringraziarti a nome del gruppo parlamentare dei Verdi per la preziosa disponibilità che hai dato nell’iscriverti “tecnicamente” [nella lettera è così, tra virgolette] al gruppo Sinistra Democratica Socialismo Europeo. È stato un atto di importante sensibilità politica che consente al suddetto gruppo di sopravvivere ed evitare lo scioglimento, rafforzando al contempo i rapporti tra noi e il gruppo di Sinistra Democratica. Grazie e un abbraccio». Il trionfo delle idee.

La Legge “Mancia”

E comunque, per concludere sulla Finanziaria, vista dai Verdi o da Sinistra Democratica, non c’è differenza. I meccanismi sono gli stessi. E allora vien quasi da rivalutare la tanto bistrattata legge mancia, quella a volte giustamente sbeffeggiata dai giornali perché distribuisce piccoli finanziamenti a pioggia sul territorio. Ed è vero, le modalità sono un po’ losche, non deve nemmeno passare dall’Aula, se la vedono quattro big di destra e sinistra in Commissione, «una fetta a te, l’altra a me, poi ognuno suddivida come crede», e così ci trovi le centinaia di migliaia di euro regalate all’ente inutile amico dell’amico. Ma anche l’aiuto essenziale all’associazione meritoria, o il contributo per risistemare il campanile o la piazza del paese. Cose concrete, insomma, se poi qualcuno ci fa la cresta è tutt’altro discorso. Dal canto mio, riesco a far passare una sovvenzione alla ONLUS “La Prateria” di Paderno Dugnano, 70mila euro a un’organizzazione specialità nell’ippoterapia con i disabili, serviranno anche per la nuova sede. Uno degli atti da deputato di cui vado più fiero.

Il rapporto con i giornalisti

E poi c’è questo strano rapporto coi giornalisti, anzi i cronisti parlamentari, che vivo in maniera ambivalente essendo anch’io giornalista, sia pur disprezzato da quelli seri perché faccio la tivù nazional-popolare, sono quello della scura Maria, ricordate? E comunque, il giornalista della grande testata lo riconosci subito, arrivi in Transatlantico e lo vedi pienissimo di seissimo che passeggia a braccetto con il segretario di partito, anzi ormai sembra anche lui un segretario di partito, tutto impettito nel suo vestito elegante. In realtà, l’impressione è che qui a Montecitorio ci venga anche per fare passerella, tanto lui lavora più che altro al telefono, nella sua agenda tiene tutti i numeri che più riservati non si può, di certo ha più confidenza lui con i politici d’alto rango che il 90 per cento dei parlamentari. E infatti molto spesso noi soldati semplici dell’Aula lo veniamo a sapere dai giornali, che il partito intende presentare questo o quel progetto di legge, e soltanto in seguito il ministro viene in Commissione a spiegarcelo. Con noi ad annuire come somarelli.

Certo, come direbbe lo psichiatra, quello tra politica e stampa è un rapporto border-line. Noi deputati di seconda fila spacciamo le informazioni di cui siamo a conoscenza, soprattutto i ricercatissimi retroscena, che quasi sempre sono pettegolezzi di quarta mano, e spesso si riducono a impressioni su ciò che sta per accadere, e a volte ce le inventiamo di sana pianta, magari per mettere in difficoltà il rivale politico che nemmeno tanto raramente è dello stesso partito. In cambio, chiediamo un po’ di spazio sul giornale per le nostre iniziative, le proposte che sappiamo non avranno mai seguito, la dichiarazione che serve per far vedere al mondo esterno che esistiamo.

Interrogazioni a comando

Ecco, è questo: dichiaro, dunque esisto. Questa è una regola fondamentale. Far circolare sulle agenzie di stampa il nostro pensiero su qualunque argomento, anche quello più lontano dalle nostre effettive competenze, serve a qualcuno per nutrire la propria vanità, ad altri per mettersi in evidenza agli occhi del capo, presente o futuro, e agli stessi capi per dimostrare il loro quotidiano impegno al servizio del Paese. In questo senso, Pecoraro Scanio è ormai leggendario: ricordo un articolo in cui si calcolava che in un solo mese era riuscito a far comparire il suo nome in 133 titoli dell’agenzia ANSA. Un record. Ma non si dica che è l’unico: tutti, compreso me, parlano di tutto e anche del suo contrario. E pure ci parliamo addosso: un deputato rilascia una dichiarazione alle agenzie? Subito si aggiunge quella dell’altro onorevole, poi del capogruppo, quindi esterna il sottosegretario, infine il ministro. Cinque voci sullo stesso argomento per un solo partito, qualcosa passerà.

Il gioco di sponda prevede poi le cosiddette interrogazioni a comando. C’è il giornale che fa l’inchiesta, l’articolista ti chiama, «Perché non sollevi il caso?». Tu prepari l’interrogazione e la presenti. La risposta del governo arriva dopo mesi (se arriva). Ma il giornale può esultare: «Il caso X arriva in Parlamento». E anche i tuoi elettori sono contenti. Ultimamente poi, con tutti questi delitti di cui il pubblico è ghiotto, i giornalisti ti chiamano e chiedono notizie sull’assassino in questione, visto che i parlamentari possono entrare in carcere con la scusa di «controllare come viene trattato il detenuto». E in realtà, una volta usciti, passano al cronista di riferimento le informazioni necessarie all’articolo — l’omicida pare sereno oppure è turbato, legge romanzi piuttosto che vede i film gialli, in cella fa ginnastica e via dicendo.

Occhio alle intercettazioni

In effetti, con questa storia delle inchieste giornalistiche sugli sprechi di Palazzo e anche la continua pubblicazione di intercettazioni telefoniche più o meno sputtananti, la questione è diventata delicata. In questo senso, ero e resto convinto che sia compito della stampa tenere sotto controllo vita e comportamenti di chi ricopre un incarico pubblico. Per questo, eletto da neanche quindici giorni, promuovo la nascita di un «Comitato per la libera pubblicazione delle intercettazioni telefoniche delle inchieste che riguardano il bene pubblico». Dopo qualche giorno, mi arrendo all’evidenza: messe in fila, le adesioni occupano meno spazio del titolo dell’iniziativa. Tra l’altro, al momento del voto in Aula sul decreto che ne limita la pubblicazione sui giornali, ci saremmo astenuti soltanto in sette, con gli altri onorevoli a fischiarci e a dircene di ogni.

E sempre a proposito di intercettazioni, è davvero comico come hanno cambiato le abitudini telefoniche degli onorevoli, anche quando nulla hanno da nascondere. Ormai si parla solo per metafore, col risultato che le conversazioni durano il doppio.

«Ciao Polettì, senti, hai poi parlato con quello per quell’altra cosa là?».
«Eh? Chi? Quale cosa?».
«Ma sì dai, la questione quella lì… Hai capito?».
«No, guarda…».
«La cena, la cena con coso…».
«Ma quale cena? E con chi?».
«Ma tu non sei Poletti?».
«Sì, certo che sono io».
«Ma che telefono è questo?».
«Ma è il mio, mi hai chiamato tu!».
«Ah già. E non dobbiamo andare a cena?».
«Sì, mercoledì sera, non ti preoccupare che me lo ricordo».
«E non viene anche quello di quell’altro partito?».
«Sìì, viene anche lui, e allora?».
«Bé, sai, al telefono…».
«Ma che problema c’è?».
«No, niente, ma di questi tempi è meglio stare coperti, no?».

Pantomima contro i privilegi

Ma le denunce su Casta e dintorni provocano altri effetti paradossali. Innanzitutto, dopo ogni privilegio svelato, si susseguono le proposte di legge per eliminarlo, ma costruite in modo da non poter essere tecnicamente accolte, così da ottenere due effetti: per prima cosa sei ripreso dai giornali, per una volta in senso positivo, e poi ti risparmi le occhiatacce di chi di quei privilegi gode. Ma la cosa più divertente — o disarmante — è un’altra. Perché succede, e io ne sono stato testimone diretto, che l’articolo di denuncia su una delle tante assurde franchigie riservate ai deputati sveli a noi stessi onorevoli un vantaggio di cui non sapevamo l’esistenza. E allora ci si informa — «Ma è vero che abbiamo diritto anche a questo?» — per poi usufruirne. Almeno fino a quando il beneficio in questione non sarà travolto dal montante disgusto generale.

È un mondo del tutto autoreferenziale, dai politici stessi che si fanno intervistare per denunciare la politica politicante a quelli che si autovotano nel sondaggio lanciato da Italia Oggi sui cento parlamentari da salvare, e vedi i deputati che compilano la scheda del giornale segnalando il proprio nome, e quando si accorgono che li hai visti sorridono imbarazzati, «Ma sì, dai, è uno scherzo».

Il problema semmai nasce quando proprio i giornali ti pizzicano sul fatto, magari ritirando fuori vecchie dichiarazioni che contraddicono l’immagine che adesso vuoi dare. Io poi, col mio passato in Padania quando la Lega era dura e pura e Bossi chiamava il Nord alla secessione, sono bersaglio facile. Eletto con i Verdi, dunque politicamente alleato con l’estrema sinistra pur non essendo in quasi niente d’accordo con lei, provoco infatti un mezzo coccolone ai miei compagni di schieramento — e anche, a dir la verità, delle occhiate di scherno ai danni del mio gruppo parlamentare, sul genere «Visto chi vi siete portati in casa?» — quando proprio Libero ripubblica un articolo da me firmato anni prima, dove parlando di clandestini provocatoriamente mi definivo razzista e chiedevo senza giri di parole di «sbattere fuori questi maledetti». Provate a pensare alla faccia, chessò, dei Comunisti Italiani… Non per discolparmi — e infatti non lo faccio, anzi ci ho parecchio riso su — ma sono figuracce in cui, nel Paese dei ribaltoni e ribaltini, la maggior parte dei parlamentari è incappata almeno una volta. Tanto, la tattica di reazione, a destra e a sinistra, è sempre la stessa: se il giornale è politicamente avverso, meglio controbattere poco o niente, «tanto i nostri non lo leggono». Oppure gridare alla «strumentalizzazione di parte».

Tutti in posa, c’è la tivù

E passiamo la tivù. Ah, quanto ci piace a noi parlamentari la tivù. A parte quei pazzi delle Iene, che organizzano agguati davanti al Parlamento per farti fare delle gran figuracce, e quando si sparge la voce che sono nei paraggi c’è chi cerca in ogni modo di mimetizzarsi per evitarli. Per il resto, ho spiegato che il mezzo lo conosco, dunque i meccanismi già li avevo compresi. Ma osservati dall’interno, bè, sembra un film comico. E non mi riferisco necessariamente ai pezzi grossi, quelli che vengono invitati a Porta a porta, che loro in effetti qualcosa hanno — avrebbero — da dire, comunicare, spiegare, litigare. Parlo ancora una volta di noi peones. Che, tanto per fare un esempio, facciamo a gara per comparire di fianco al segretario durante un’intervista al TG, così ci vedono e facciamo la figura di quelli che contano qualcosa. Un po’ come il famoso disturbatore Paolini. Solo che a noi non ci cacciano.

Un altro show va in onda durante il cosiddetto question time. In teoria, è un confronto durante il quale i rappresentanti del governo — ministri o quant’altro — rispondono in Aula alle domande poste dai deputati. In pratica, si trasforma in una vetrina a uso e consumo della televisione, visto che viene trasmesso in diretta dalla Rai. In genere, si tiene il mercoledì. Gli interventi vanno però consegnati entro lunedì a mezzogiorno, dunque le risposte sono preconfezionate. Quasi sempre, l’Aula è semivuota, poiché in quella ora e mezza non si vota, quindi liberi tutti: si riempie soltanto quando vengono affrontati temi particolarmente importanti, e allora tutti presenti, chissà che i giornali non ne parlino.

In ogni caso, tra i deputati ci sono gli aficionados del question time, ormai espertissimi di regia e inquadrature. Il mio vicino di ufficio Arnold Cassola, per esempio, è bravissimo: lui è stato eletto in una circoscrizione estera, e dunque quelli che l’hanno votato vedono in video quanto si dà da fare, e questa volta non lo dico in senso ironico, si dà da fare davvero. Certo, sugli effetti concreti dei suoi appassionati interventi qualche perplessità rimane. Ma tant’è: l’importante è parlare, qualche traccia resterà. Anche se a volte sarebbe meglio di no.

Fine della quarta puntata

Commenti (2) a «Papponi di Stato – Parte quarta»

  1. utente anonimo ha detto:

    Da qualche giorno a Roma, potete ammirare la scandalosa tappezzeria di manifesti per le elezioni europee, mi veniva da vomitare guardando le facce di questi illustri socnosciuti e non, che sembrava avessero scritto in faccia sono un grandissimo Pappone!!!, ho fatto sempre questo e continuerò, quindi votatemi!

  2. utente anonimo ha detto:

    Ho avuto anch’io questa impressione, di persone che una volta eletti penseranno solo a loro stesse, inoltre, ho pensato chissà quanto gli è costata questa operazione di pubblicità e chissà dove hanno preso i soldi…

    forse dalle nostre tasche con li finanziamento pubblico dei Partiti?

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