Salvate lo scrittore Rossi



In Italia si leggono pochi libri: è un dato di fatto. Secondo le ultime statistiche il 60% circa degli italiani legge al più un libro all’anno (fonte ISTAT), escludendo i manuali e i libri scolastici. Si tratta quindi di un mercato abbastanza povero per uno scrittore e sono pochi quelli che arrivano a vivere di rendita con la pubblicazione delle proprie opere. Per la maggior parte degli altri, come il sottoscritto, scrivere è un secondo o terzo lavoro da svolgere nel tempo libero, per lo più di notte o nei fine settimana.

Per un esordiente, non importa quanto bravo (o brava), farsi pubblicare in Italia è un’impresa, ma anche per chi ha già pubblicato alcuni titoli riuscire a tenersi a galla è spesso una fatica improba e fonte di delusioni. Non che all’estero le cose vadano meglio. Il mercato americano, ad esempio, è molto competitivo e basato moltissimo sulla capacità di promuoversi. Tuttavia l’Italia si differenzia dagli altri mercati per una serie di fattori tutti tipicamente italici e tutti, immancabilmente, basati su una cultura clientelare, poco propensa al rischio, incapace di avere una visone a lungo termine e di valorizzare le capacità e il merito. All’estero è soprattutto una questione di competizione; da noi, di conoscenze.

Vediamoli dunque questi fattori. Premetto che non sto facendo un discorso teorico, ma sto riportando esperienze dirette confortate, se così si può dire, da quelle di amici e colleghi anch’essi scrittori. Per farlo, consideriamo le tre fasi primarie che attendono alla pubblicazione di un libro, ovvero non tratterò qui della prima fase, quella che riguarda la produzione dell’opera, la fase creativa, bensì di quelle concernenti la proposta, la promozione e la vendita.

PROPOSTA

Ci sono due canali in genere per proporre un manoscritto: direttamente a un editore oppure attraverso un’agenzia letteraria. In genere sono sempre meno gli editori disposti a valutare manoscritti, specialmente da parte di esordienti. Ce ne sono invece moltissimi che si rendono disponibili a pubblicare purché il costo della pubblicazione sia a carico dell’autore stesso. Si tratta di un meccanismo di sfruttamento che gioca molto sulle speranze di chi pensa che basti pubblicare un buon libro per avere successo. In pratica l’unico a guadagnarci è l’editore. Poco, magari, ma se si moltiplica per il numero di vittime… Lo so, la tentazione è grande, ma non lo fate: non pubblicate a pagamento, e soprattutto non svendetevi mai. Se la vostra opera vale, siete voi che dovete essere pagati e non vice versa. Non fidatevi di chi vi propone di pubblicare le vostre opere a pagamento. Gli editori seri non ve lo proporranno mai; piuttosto vi rifiuteranno il manoscritto, ma non vi illuderanno con false promesse.

Un discorso analogo per le agenzie letterarie. Negli Stati Uniti, che un’agenzia si faccia pagare per valutare un manoscritto è considerato un segno di scarsa professionalità. Questo genere di agenzie guadagnano sulle valutazioni di centinaia di autori che non riusciranno mai a pubblicare. La valutazione costa infatti indipendentemente dalla decisione dell’agenzia di patrocinarvi o meno. Inoltre, sempre in America e in Inghilterra, le agenzie veramente serie non rappresentano la singola opera ma l’autore. Ovviamente, se l’autore ha successo, prendono una quota non indifferente dei guadagni dell’autore — la quota è infatti dedotta dai guadagni dell’autore, non da quelli della casa editrice — ma questo ha alla base un semplice principio: in questo modo l’agenzia letteraria è estremamente motivata a rappresentare solo autori veramente validi e a far sì che vendano quanti più libri possibili. La selezione è dura, ma se la si supera si ha nell’agente letterario un fattore di successo significativo, dato che opera come un partner e non come un fornitore di servizi letterari e basta.

Da noi primeggia la stessa scarsa attitudine al rischio che esiste in quasi tutta la nostra imprenditoria: le agenzie offrono prevalentemente servizi a pagamento di valutazione e correzione dell’opera e sono scarsamente interessate a sostenere gli autori arrivando al più a patrocinare il singolo titolo attraverso la cessione dei diritti one-shot, la quale non garantisce alcun successo all’autore. Insomma, sia nel caso delle edizioni che dei servizi letterari a pagamento, si punta su un business esente da rischio, in cui gli introiti vengono per lo più dagli stessi aspiranti scrittori piuttosto che dal mercato del libro. Ovviamente queste aziende si giustificano affermando che devono agire così perché il mercato italiano è povero e poco recettivo alle novità, ma la verità che ciò è vero anche perché l’intera filiera ragiona in questo modo.

Esiste anche un terzo canale, come quello dell’autopubblicazione. Mi riferisco a servizi come Lulu o Google, tanto per fare due esempi, che permettono l’autopubblicazione e/o l’autopromozione delle proprie opere senza passare attraverso un editore tradizionale. Si tratta tuttavia di servizi molto orientati ai testi in inglese e al mercato americano tanto che, quando disponibile, persino l’assegnazione di un numero ISBN è legata a un codice statunitense, cosa che crea non pochi problemi a chi scrive in italiano dato che sui cataloghi in rete di libri italiani tali codici vengono scartati. La promozione e la vendita, poi, è spesso legata a canali americani, come Amazon, per cui il risultato finale è raramente soddisfacente. Sarebbe utile se qualcuno sviluppasse un servizio analogo tutto made in Italy, ma qui ritorniamo sulla scarsa attitudine al rischio e capacità di visione dell’imprenditoria italiana. Qualcosa c’è, come WUZ, ma di nuovo si tratta solo di fornire la possibilità di stampare a pagamento i volumi, lasciando all’autore l’onere della promozione e vendita del titolo.

Il discorso non cambia significativamente se invece di essere un esordiente si è un autore già pubblicato. A meno di non essere diventato una firma ufficiale di una casa editrice, pubblicare su più editori è comunque difficile. Aver già pubblicato con un editore non dà alcuna garanzia che una nuova proposta fatta a un altro editore sia considerata per una valutazione seria. La maggior parte delle proposte vengono scartate prima ancora di arrivare alla valutazione del materiale, a meno che non siano sostenute dall’interno o da qualche nome conosciuto. Le raccomandazioni hanno sempre e comunque la precedenza, specie quelle politiche. Il problema principale è che molte proposte sono rifiutate a priori, senza entrare nel merito della qualità dell’opera.

Ma il vero problema dell’editoria italiana è che una parte significativa della produzione nazionale nasce dalla semplice traduzione di autori stranieri già affermati all’estero, per lo più anglosassoni. Per una casa editrice è molto più semplice e sicuro acquisire i diritti della pubblicazione di un libro dagli Stati Uniti o dall’Inghilterra piuttosto che puntare su un autore nostrano. Spesso si acquisisce il pacchetto intero: testo, titolo, copertina e materiale promozionale. A sobbarcarsi il carico della traduzione è comunque l’editore italiano, ovviamente. Il discorso opposto, invece, è quasi inesistente: nessun editore straniero o agenzia letteraria straniera prende in considerazione la traduzione di un autore italiano a meno che non sia un nome di grande successo. Persino se si manda il materiale già tradotto, le possibilità di essere preso in considerazione sono pochissime. Un autore all’estero non è facilmente reperibile per interviste o la partecipazione a talk show e, specialmente negli USA, la promozione è tutto: l’autore deve essere a portata di mano. Da noi avviene proprio il contrario: se l’autore è straniero, è più interessante. E non parlo solo di americani o inglesi, ma indiani, giapponesi, russi. Si punta molto sul nome, sull’incuriosire il potenziale lettore con qualcosa di esotico: volete mettere George Brown o un Ivan Shishkin — sono nomi inventati, non cercateli su Wikipedia! — rispetto a un qualsiasi Mario Rossi o Gioia Bianchi?

PROMOZIONE

L’aver pubblicato un libro, tuttavia, è solo il primo passo e non, come alcuni possono pensare, il raggiungimento di una meta. La maggior parte delle librerie si serve da pochi grandi editori; quelli piccoli e medi hanno difficoltà a raggiungere la provincia o anche la periferia delle città, o viceversa sono legati al territorio, prevalentemente la regione. Inoltre le librerie ordinano quasi esclusivamente le novità e i classici, per cui una volta esaurite le copie, i libri non vengono più ordinati a meno che non vengano richiesti dai clienti. Questo ovviamente a meno che non si stia parlando di un autore straniero. In certi generi, come fantasy e fantascienza, gli autori italiani sono stati sistematicamente discriminati dai librai e dai distributori perché, secondo loro, «i lettori italiani non comprano italiano». In realtà si crea un circolo vizioso, perché non proponendo mai autori italiani è ben difficile che possano farsi conoscere e avere successo. Così quella che si dichiara essere la causa diventa di fatto l’effetto. Con la fantascienza qualche passo avanti è stato fatto negli ultimi anni, ma nella narrativa fantastica, se si esclude quella per ragazzi, la situazione è ancora drammatica.

In realtà è tutta una questione di promozione. I grandi gruppi editoriali che hanno risorse e budget consistenti per promuovere i titoli in catalogo non hanno problemi a vendere autori e titoli italiani, quelle rare volte che ci provano, ma il problema è che per un esordiente o un autore alle prime pubblicazioni che non ha alcuna forma di introduzione, arrivare a far leggere il proprio lavoro da parte di una grande casa editrice è decisamente un’impresa. Promuovere un libro richiede svariate migliaia di euro, non alla portata di molti editori di piccole e medie dimensioni e tantomeno dei singoli autori. Tradurre un libro dall’italiano all’inglese, poi, per promuoverlo all’estero, può arrivare a costare dai 5.000 ai 7.500 euro, a seconda della qualità finale che si desidera.

Ci sarebbero i critici letterari e le recensioni, ovviamente, ma qui il problema torna ad essere quello delle conoscenze. Ogni giorno escono decine di nuovi titoli, molti dei quali di autori già famosi all’estero. Perché spendersi nel recensire uno sconosciuto quando è più conveniente puntare su quelli su cui poi di fatto puntano tutti? Si vive sempre di riflesso… Il mondo delle critiche letterarie e dei concorsi letterari è un mondo di mafie e voti di scambio, di favori e conoscenze. O sei nel giro o sei fuori.

Ovviamente ci sono degli escamotage. Si può puntare sul porno facendolo passare per erotico, sulle rivelazioni fantasiose di complotti o scandali, sul banale e soprattutto parlare di ciò di cui si parla: dai reality show ai tanti disagi sociali, magari prendendo a spunto un fatto di cronaca particolarmente scabroso. La qualità non conta: basta assemblare un po’ di materiale recuperato qua e là e aggiungervi qualche ipotesi del tutto campata in aria. Con un minimo di mestiere si incolla il tutto e il gioco è fatto. Se poi il libro è impegnato politicamente, è orientato nel modo giusto, è politicamente corretto o provocatorio e strumentalizzabile da parte di questa o di quella parte, ecco che le probabilità di venderlo aumentano esponenzialmente.

Certo, anche da noi esiste la competizione, non da parte di altri scrittori, tuttavia, ma di politici, giornalisti, calciatori, cantanti e tanti altri personaggi che per il solo fatto di esser già famosi riescono a vendere qualunque cosa, indipendetemente dalla qualità dei contenuti e dallo stile. Così il piccolo autore italiano si ritrova schiacciato tra gli autori stranieri e i VIP nostrani. Una vera e propria gambizzazione mediatica.

VENDITA

Ammettiamo che ce l’abbiate fatta fin qui: avete pubblicato e siete anche riusciti a fare un minimo di promozione al vostro libro. Ora bisogna venderlo. Liberi di non crederci, ma non è una conseguenza diretta delle prime due fasi. Un libraio è anche e soprattutto un negoziante: ragiona in termini economici, ovvero decide il fornitore in base ai termini e alle condizioni offerte dai vari distributori. Alcuni distributori, in genere quelli grandi o legati a grandi gruppi editoriali, offrono condizioni così vantaggiose da tagliare fuori la concorrenza e di conseguenza i titoli offerti dagli altri. Non solo: non sempre i libri esposti in vetrina sono quelli ordinati dai librai. Sempre più spesso è la distribuzione a suggerire quali titoli proporre ai clienti, tanto è tutto in conto vendita, ovvero se non si vende si rende e non si paga. Così interi marchi scompaiono uno dopo l’altro dagli scaffali delle librerie, che sempre più si uniformizzano in un’offerta basata su poche case editrici e un numero di titoli limitato. Un po’ come per il cinema: le sale aumentano, ma il numero di pellicole effettivamente proiettate ogni settimana sono una manciata. Il resto della produzione finisce nei cineclub.

Conclusione

Gli italiani leggono poco, spesso comprano spinti dalla pubblicità e poi lasciano il libro a prendere la polvere, ma se leggessero di più, la situazione non sarebbe migliore per gli scrittori nostrani, soprattutto per quelli che si occupano di generi di puro intrattenimento, come fantasy, fantascienza, horror, polizieschi, "gialli" e simili. Se escludiamo i titoli impegnati sul piano sociale o politico e quelli di scarso valore letterario ma capaci di sollecitare pruriti vari fra i lettori, buona parte della produzione italiana è limitata a un pugno di scrittori. Il resto sono tutte opere straniere. Se poi in Italia esiste una buona tradizione sulla letteratura poliziesca, che tutto sommato riesce a sopravvivere nonostante tutto, altri generi da noi sono quasi inesistenti, come fantasy e fantascienza, autori stranieri esclusi. In questi due generi, mentre in America gli autori italiani non sono considerati in quanto tali, in Italia non lo sono… per lo stesso motivo.

Forse l’unica soluzione è fare come fanno molti cervelli nel campo scientifico: emigrare all’estero e sperare che un giorno ti leggano anche in Patria come autore straniero.

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