Questione di coerenza



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Ci risiamo. Anche questo governo, così come tutti quelli che lo hanno preceduto, sta ripercorrendo puntualmente un copione già letto. Ogni volta è sempre lo stesso film: aspettative, speranze, delusioni, il più delle volte morti precoci. Nel mezzo una sceneggiata tragicomica nella quale si ricevono aiuti dai nemici e coltellate dagli amici, si commettono tradimenti e si stabiliscono complicità, si denunciano complotti di ogni tipo e, soprattutto, si parla, si parla, si parla, si parla tantissimo, ma di fatti… niente, o meglio, di fatti positivi, incontrovertibili, che si possono chiaramente dimostrare siano le conseguenze delle proprie scelte e non di quelle di altri. Neanche Goldoni avrebbe saputo metter su uno spettacolo con così tanti colpi di scene e continui ribaltoni e ribaltini. Alla fin fine ogni Governo usa gli errori dei precedenti per giustificare i propri, e quel poco, purtroppo, che ha fatto bene, per attribuirsene impropriamente il merito. In fondo è questo il vero segreto dell’alternanza, da noi.

Al di là tuttavia della specifica coalizione, di questo o quel partito, di questo o quel politico, uomo o donna che sia, c’è da chiedersi perché ogni volta cambiamo tutto, scegliamo persone diverse, partiti diversi, coalizioni diverse, ma lo spettacolo finisce per essere sempre lo stesso. Mi sono posto la domanda e ne ho tratto una risposta. Non so se sia quella giusta, ma a me convince e quindi sono qui per esporla. In fondo è molto più semplice di quanto si possa pensare e non dipende assolutamente né dalla parte politica né dalle caratteristiche del singolo individuo. È fondamentalmente un problema di metodo.

I nostri politici sono essenzialmente abituati a ragionare in termini di voti. Questo naturalmente è vero per qualsiasi politico in qualsiasi parte del mondo, ma la nostra cultura, fortemente clientelare e abituata al compromesso, fa sì che si pensi che si possa ottenere qualsiasi voto qualunque siano le opinioni del singolo elettore. In pratica da noi non si cerca di guadagnarsi un consenso coerente con le posizioni che si rappresenta, ma indipendentemente dal programma, dall’ideologia, dal posizionamento nel quadro istituzionale, ci si sforza solo di raggranellare quanti più voti possibile, dovunque essi vengano. Ovviamente tutto ciò durante la campagna elettorale. D’altra parte in Italia si è in un certo senso sempre in campagna elettorale, dato che non c’è mai un reale momento di stabilità che impedisca di pensare che non si possa andare alle elezioni, e comunque i vari ribaltoni e "tradimenti" fanno sì che il quadro di alleanze sia in continuo divenire, con un susseguirsi di raggruppamenti e disgregamenti che vede la creazione e il disfacimento continuo di grandi coalizioni e la creazione e scomparsa di infiniti partitini.

Detto questo, il punto è che esistono solo due modi in campagna elettorale per acquisire quanti più consensi possibili senza porsi assolutamente il problema che il tutto poi formi una base coerente alla quale si possano mantenere le promesse fatte, o quantomeno lasciate intendere. Il primo è quello di dire tutto e il contrario di tutto, ovvero di soddisfare quante più posizioni possibili su quanti più argomenti possibili: in pratica di accontentare tutti, o almeno tutti coloro che contano. Certo, ogni tanto si stabiliscono delle priorità, ma questo vale soprattutto per chi è a capo di un partito o una coalizione e deve a un certo punto sacrificare qua e là qualche pugno di voti per non scontentare le lobby che hanno deciso di sostenerlo: i singoli politici, soprattutto quelli minori, invece, non hanno alcuna remora a comportarsi da vere meretrici mostrando una faccia di bronzo e un pelo sullo stomaco tali che si potrebbe pensare ce l’abbiano scolpita nel DNA la faccia tosta.

Il secondo è quello di costituire persino le alleanze più improbabili pur di raggiungere quella massa critica che permetta di sconfiggere la coalizione avversaria. Dato che alla fine la moneta di scambio è la poltrona, risulta piuttosto facile stabilire accordi in fase pre-elettorale ed elettorale basati su un «do ut des» che con principi, programmi e obiettivi ha ben poco a che vedere.

Ed è qui che sorge il problema: tutto questo funziona alla grande finché si è in competizione, ovvero nella fase elettorale; funziona un po’ meno bene quando si sono fatti i giochi in Parlamento, soprattutto nella Maggioranza, ma in una certa percentuale anche nell’Opposizione; non funziona proprio per niente quando si è al Governo. Una cosa è fare campagna elettorale, una cosa fare opposizione, una cosa governare un Paese. Nei primi due casi, soprattutto nel primo, un certo livello di incoerenza è gestibile, ma nel terzo caso rende di fatto impossibile svolgere il compito per il quale si è stati eletti. Durante le elezioni si può promettere tutto a tutti, ma quando si è al Governo è necessario fare delle scelte e queste spesso non sono dettate e nemmeno influenzate da posizioni ideologiche o di parte, ma seguono le regole della buona ragioneria, ovvero sono questioni che potremmo riassumere in un termine: contabili. Non è un caso che alla fine, qualunque sia la coalizione che va al potere, le scelte che vengono fatte a fronte di determinate situazioni siano praticamente le stesse, magari ricoperte di un sottile strato di vernice del colore giusto, ma in effetti non così diverse come molti si aspetterebbero. E i più critici nei confronti di un Governo, guarda caso, sono proprio coloro che lo hanno eletto, sempre più spesso delusi nelle loro aspettative ma altrettanto colpevoli nell’aver ascoltato solo ciò che interessava loro e ignorato le affermazioni fatte per accontentare posizioni diverse o addirittura opposte, facendo della propria scelta una questione di fede e non di testa.

Ovviamente in questo quadro politico coloro che mantengono una maggiore coerenza e che quindi riescono a fidelizzare di più il proprio elettorato sono i partiti estremi, ovvero quelli di estrema destra ed estrema sinistra, gli integralisti, gli autonomisti, insomma tutti coloro che giocano la partita non sui numeri ma su una serie di piccoli zoccoli duri che, pur rappresentando percentuali poco significative in assoluto, riescono in questo caos di posizioni a giocare le proprie carte diventando l’ago della bilancia ora di questa ora di quella coalizione. Per contro queste fazioni non hanno la forza di proporsi direttamente come potenziali candidati a governare il Paese perché rappresentano appunto posizioni estreme o interessi locali, e quindi condivisi da pochi a livello nazionale. Così si sviluppa una curiosa altalena in cui a momenti di aggregazione si alternano polverizzazioni feroci, come sta avvenendo anche adesso: dopo i grandi proclami sul creare grandi partiti capaci di fronteggiarsi sul campo in modo più o meno stabile, vediamo tutta una serie di annunci di divorzi e separazioni mirati alla creazione di nuove entità politiche di piccole dimensioni, per lo più rivolte verso il centro, ma non solo.

Questo, a mio avviso, è il problema. Il nostro sistema politico è sostanzialmente un sistema che sacrifica la coerenza all’opportunità e che nel far questo di fatto determina la sua stessa debolezza, ovvero l’impossibilità a governare il Paese, indipendentemente dal partito o dall’individuo che viene eletto. Fintanto che la logica sarà questa, fintanto che non si avrà il coraggio di fare delle scelte e di mantenerle coerenti per tutto il periodo che va dall’inizio di una campagna elettorale alla fine di un eventuale mandato, continueremo a doverci sorbire un’infinita replica di una sceneggiata tragicomica che pur cambiando gli attori rimane essenzialmente la stessa.

Commenti (2) a «Questione di coerenza»

  1. alesdim ha detto:

    Che cattivi questi politici ! Un’ assoluta sorpresa, visto che vengono da un popolo in larghissima maggioranza improvvisatore, provvidenzialista, amorale, pressappochista, cialtrone, benpensante, svaccato, improntato al “chi mmo ‘ffa fa”, mafioso, pronto a pontificare per gli altri, ….Wake up babies: siamo, civicamente parlando, delle amebe con la corrente elettrica dentro casa.

  2. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    In effetti varrebbe l’adagio «ognuno ha il Governo che merita». Tuttavia in questa Italia ci sono anche individui validi, coerenti con i loro principi morali, qualunque essi siano (la pluralità di opinioni e fedi è una ricchezza, non un problema), individui solidali, individui competenti, e non sono pochi. C’è tanta gente in gamba nel proprio lavoro, tanta gente che spende il proprio tempo libero per gli altri.

    Qualche giorno fa a Roma c’è stata la Notte Bianca della Solidarietà: oltre 300 associazioni di ogni tipo. Sponsorizzata dal Comune e dalla Regione, avrebbe dovuto avere un minimo di visibilità sui media, e invece solo pochi accenni, quasi nessuno ne ha parlato.

    Il problema non sono gli italiani, ma una parte di essi, persone che hanno purtroppo potere e influenza e che si guardano bene dal dare a chi lo merita la giusta evidenza.

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