Istinto materno: un mito da sfatare



Riporto da «La Repubblica» del 25 aprile 2007 alcuni stralci tratti dall’articolo di Umberto Galimberti «Quando l’orco è una donna». L’articolo fa riferimento all’inchiesta sui presunti abusi su minori nella scuola materna «Olga Rovere» di Rignano Flaminio, in provincia di Roma.

Quello che più impressiona in questa storia … è la presenza in questo gioco tragico e perverso, di quattro donne… Probabilmente le maestre d’asilo lo facevano anche per denaro … Ma chi è quella donna — che a differenza del maschio ha una particolare e specifica sensibilità per i bambini che genera, cresce, interpreta, ama — capace di questa terribile mediazione? …

L’opinione del giornalista non è un fatto isolato. In questi giorni mi è capitato spesso di sentire commenti increduli riguardo al fatto che del gruppo di pedofili facessero parte ben quattro donne, così come mi capita spesso di confrontarmi con lo stupore che molti provano di fronte ai sempre più infanticidi commessi da tante madri.

Il fatto è che ancora una volta la nostra società si ritrova incapace di accettare una verità che la psicologia e l’antropologia moderna hanno da tempo verificato: il cosiddetto istinto materno non esiste. L’idea per la quale esista una sorta di vincolo naturale fra madre e figli che trae origine dal parto, vincolo che alcuni finiscono per estendere a tutte le donne e a tutti i bambini indipendentemente dal legame di sangue, vincolo che al contrario molti negano sussista anche nel genere maschile persino tra padri e figli, è a tutti gli effetti un mito.

Un certo tipo di comportamento che possiamo riscontrare sia durante la fase finale della gravidanza che soprattutto dopo il parto, non è il risultato di un qualche legame naturale scritto in quella parte del cromosoma X che nell’uomo è stato sostituito da un Y, ma semplicemente la conseguenza di un particolare ormone chiamato prolattina.

La prolattina viene prodotta dall’ipofisi e il suo ruolo fisiologico principale consiste nel preparare la mammella, durante la gravidanza, all’allattamento e nel favorire la produzione del latte dopo il parto. Una volta ridotta la presenza di prolattina nell’organismo, la cura e l’attenzione nei confronti della prole da parte della madre è semplicemente il risultato di un comportamento sociale indotto e acquisito, comportamento che, individuo per individuo, può essere più o meno forte e persino mancare del tutto. Tale comportamento, che possiamo a tutti gli effetti chiamare genitoriale, può essere altrettanto forte anche nel padre, dato che non ha un’origine genetica.

Discorso analogo si può fare per la gravidanza: l’aver cresciuto al proprio interno una nuova vita non è di per sé ragione sufficiente a creare un forte legame emotivo positivo nei confronti del nascituro, anzi, in alcune donne esiste un vero e proprio rifiuto dei cambiamenti indotti dalla gravidanza, del disagio e del sacrificio che essi comportano. Spesso è proprio questo disagio e il conseguente impegno che comportano le cure post-parto a causare, in una persona già non completamente stabile dal punto di vista psicologico, un vero e proprio atteggiamento di odio e rigetto che può portare ai tristi fatti di sangue che sempre più spesso caratterizzano la cronaca quotidiana.

In effetti, le violenze nei confronti dei figli da parte di madri o di parenti di sesso femminile sono sempre state presenti all’interno delle mura domestiche, così come sono sempre state presenti quelle incestuose di molti padri nei confronti delle figlie. Per molti secoli queste tragedie sono rimaste circoscritte nell’ambito del privato, sconosciute o il più delle volte volutamente ignorate dai parenti e dai vicini. Non sono una novità né una caratteristica della nostra società moderna. Semmai oggi è più facile che certi comportamenti vengano resi pubblici e che qualcuno intervenga.

Resta tuttavia un aspetto da sottolineare: la nostra società, specialmente quella italiana, così mammona, così legata al mito della figura materna, continua ad adottare un atteggiamento bivalente nei confronti di questi fatti. Se è un uomo a uccidere o violentare è un mostro, se è una donna, è una vittima. Finché non ci libereremo di questi pregiudizi, articoli come quello di Galimberti, sui cui contenuti nel loro complesso peraltro non ho particolari critiche, non potranno certo stupire.

BIBLIOGRAFIA

LEGGILeta S. Hollingworth, «Social devices for impelling women to bear and rear children», American Journal of Sociology, 22, 19-29
LEGGIAnna Rotkirch, «What is “baby fever”? Contrasting evolutionary explanations of proceptive behavior», Department of Social Policy, University of Helsinki
LEGGIWilliam Ray Arney, «Maternal-Infant Bonding: The Politics of Falling in Love with Your Child », Feminist Studies, Vol. 6, No. 3 (Autumn, 1980), pp. 547-570

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