Epitaffio



Questa mattina, uscendo da casa, ho visto un’auto dei Carabinieri all’uscita della rampa del garage del mio condominio. Mi sono fermato e ho chiesto cosa fosse successo. Il fatto è che in passato ci sono stati vari furti o tentati furti all’interno dei box del mio palazzo, cosa peraltro comune a Roma. Avvicinandomi, tuttavia, non ho potuto fare a meno di notare come ai piedi della rampa, proprio sotto i balconi che si affacciavano sulla strada, ci fosse un corpo disteso prono sull’asfalto, coperto in gran parte da un lenzuolo bianco che ne lasciava scoperti solo i piedi, lividi, segno che era morto da tempo, forse dalla sera prima o comunque da diverse ore.

Mi ci è voluto solo un attimo per capire cosa fosse successo: la posizione del corpo, i piedi nudi… La conferma comunque me l’ha data l’appuntato che stava di guardia accanto al cancello della rampa, bloccato in posizione aperta: suicidio. Uno dei condomini del mio palazzo si era buttato giù da un balcone.

L’avevo incontrato diverse volte, soprattutto alle riunioni di condominio, ma non posso dire che lo conoscessi bene. In effetti, negli ultimi tempi, lo avevo visto ben poco. Non so perché si sia ucciso, né ha molto senso fare delle ipotesi. Ma questo, forse, più di ogni altra cosa, mi ha colpito: non tanto la morte in sé, peraltro tragica, come tutte le morti di chi non conosciamo che ci colpisce in quanto tale ma più di tanto non ci può ferire, bensì il fatto che quel dolore, quella sofferenza, quella disperazione che sola può spiegare un gesto tanto estremo, rimarrà, almeno per me, e forse per molti altri suoi vicini, un mistero.

Spesso cerchiamo di capire quale senso abbia la nostra vita; più raramente, cerchiamo di darne uno alla morte. Per arrivare a togliersi la vita è necessaria una sofferenza profonda, un senso di inutilità o impotenza che ci toglie qualunque desiderio di continuare ad andare avanti, forse perché in questo vivere non vediamo alcun scopo, forse perché il dolore è tale che la morte è vista quasi come un sollievo. Che rimanga di noi almeno un ricordo, un perché di tanto dolore, testimonianza forse di un aiuto non dato, di una richiesta non compresa, un’orma, per quanto scura e tragica, è qualcosa che credo dia quasi un senso di sollievo. Almeno a me lo darebbe. Ma morire così, senza neanche che il motivo di tanto tormento si fissi nella mente di chi rimane, credo tolga significato a un tale così definitivo.

Una morte anonima, pur avendo il morto nome e cognome. Una morte che sarà dimenticata. Presto quella casa sarà occupata da qualcun altro, altri condomini verrano a sostiture quelli che già abitano qua, come sempre succede, e di tutto ciò, in questo palazzo, non rimarrà più niente.

Più che la morte in sé, è questo che mi intristisce di più. Con la morte, è morto anche il dolore. Neanche un’eco accompagnerà il suo cammino. Il tempo alla fine cancella ogni traccia.

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