Il voto cieco



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Si sta discutendo molto della nuova riforma della legge elettorale. Sebbene al momento la riforma sia al vaglio del Senato e quindi possa subire ancora modifiche, anche rilevanti, alcuni punti sembrano confermare la volontà di impedire agli elettori di scegliere uno specifico candidato indipendentemente da quelle che possono essere le scelte di partito. Infatti, nell’attuale disegno di legge non è previsto il voto di preferenza, per cui all’elettore non rimane altro che votare il partito, senza alcuna possibilità d’intervento sulla vita interna dello schieramento scelto.

C’è da dire che anche con la legge elettorale attuale, la seconda scheda per la Camera per l’elezione della quota proporzionale è bloccata, ovvero non consente il voto di preferenza. Inoltre, con la scheda per l’elezione del candidato uninominale, l’elettore non ha altre possibilità che votare il candidato proposto dalla coalizione nella quale si riconosce, quale esso o essa sia, pena la vittoria del candidato della coalizione opposta.

Risulta quindi evidente come, qualunque sia la decisione che alla fine verrà presa sulla legge elettorale, esista una volontà chiara e precisa da parte di tutto il mondo della politica di ridurre al minimo l’influenza degli elettori nella scelta dei nomi che poi andranno effettivamente ad occupare i seggi del Parlamento. D’altra parte è stata pratica comune per molti anni, e lo è tuttora, in molti i partiti, chiedere ad eventuali eletti di rinunciare al seggio ottenuto, specialmente nei consigli comunali, per permettere a questo o a quel personaggio che non avesse ricevuto abbastanza voti per essere eletto, ma ben visto dal partito, di prenderne il posto.

In pratica, da noi, il principio secondo il quale il dare il proprio voto comporta la creazione di un vero e proprio rapporto diretto fra elettore ed eletto — rapporto che sopravvive all’evento elettorale, tanto che in alcuni Stati i deputati dedicano una giornata della loro settimana a incontrare coloro che li hanno eletti — non sembra essere riconosciuto, anzi, è apertamente osteggiato.

Perché? Semplicemente perché quello della politica è un sistema estremamente clientelare, che da noi, per ragioni storiche — il clientelarismo in fondo è stato inventato dagli antichi Romani — ha raggiunto il non plus ultra. E questo in tutti i partiti e tutte le coalizioni, nessuna esclusa.

Per quanto mi riguarda, accettare di votare un partito piuttosto che un individuo, vuol dire abdicare di fatto al proprio diritto/dovere di esercitare il potere attraverso i propri rappresentanti, principio cardine di una democrazia. Ma in fondo, che si sia veramente in una democrazia, questo è ancora tutto da dimostrare, come già scrissi in un vecchio articolo su questo stesso blog: «La nostra è veramente una Democrazia compiuta?»

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