IraX-Files: il caso Sgrena



Ci risiamo. Sinceramente questa volta speravo non succedesse, e invece eccolo là, puntuale come un orologio svizzero e inevitabile come la peste, lo sport nazionale più amato dagli italiani dopo il calcio: la dietrologia.

È ancora forte l’impressione che il tragico epilogo del caso Sgrena ha suscitato in tutti noi che già si affaccia l’immancabile teoria del complotto. «C’è il tentativo di mascherare quello che è successo perché gli americani hanno deliberatamente sparato sugli italiani» ha affermato il segretario dei Comunisti italiani Diliberto, e Scolari, il compagno della Sgrena lancia pesanti accuse contro i soldati americani, almeno così riporta Repubblica: «Giuliana aveva delle informazioni e i militari Usa non volevano che ne uscisse viva».

Vediamo di ragionare un po’. Giuliana Sgrena ha passato le ultime quattro settimane in uno o più covi dei rapitori, presumibilmente a Bagdad o nei dintorni. Durante questo periodo ha avuto contatti solo con chi l’ha rapita o comunque con esponenti di organizzazioni non meglio definite. Forse ex-soldati di Saddam, forze ribelli sciite o semplicemente con banditi che hanno approfittato della situazione per chiedere un qualche riscatto. Per cui, ammesso che abbia ricevuto informazioni di un qualche tipo, le ha quasi sicuramente ricevute da loro. Non risulta che avesse con sé documenti o altro materiale compromettente, per cui le presunte informazioni sarebbero solo voci la cui attendibilità sarebbe più che altro una questione di fede, in mancanza di riscontri oggettivi.

Se fosse così, la cosa più idiota che avrebbero potuto fare gli americani, ammesso che ne fossero informati — sarebbe da chiedersi da parte di chi — sarebbe stato proprio di ammazzare la Sgrena. Chi infatti le ha dato quelle informazioni può sempre farle arrivare ad Al Jazeera o a qualsiasi altro dei tanti giornalisti che sono da quelle parti e far sapere loro che la Sgrena le aveva ricevute. Un eventuale agguato sarebbe solo un modo indiretto di confermarne la veridicità. Supponiamo tuttavia che le cose stiano proprio così. Perché allora la Sgrena è viva? Voglio dire: se gli americani avevano deciso di ammazzare sia la donna che gli agenti del Sismi, sarebbe bastato loro far saltare in aria la macchina affermando che era stata colpita da un razzo iracheno o finita su una mina o su qualche altro ordigno. Non sarebbe stato difficile farlo senza coinvolgere alcun posto di blocco. Bisogna essere degli idioti a fare una cosa del genere in quel modo quando ce ne sono molti altri ben più difficili da individuare. Ma anche ammesso siano stati così stupidi da dare l’ordine ai soldati del checkpoint di sparare sulla macchina, cosa avrebbe impedito loro nei minuti successivi di dare il colpo di grazia ai quattro occupanti?

La realtà è probabilmente molto più semplice. Basta solamente analizzare quello che è successo negli ultimi due anni in Iraq. Secondo stime occidentali sono più di 100.000 gli iracheni uccisi in questa guerra, secondo stime irachene, quasi 250.000. Di questi, comunque, più della metà donne e bambini, e sicuramente dei rimanenti solo una percentuale erano combattenti. Volendo fare una stima conservativa, si può parlare di sessanta, forse novantamila civili innocenti uccisi, ovvero fra i cento e i centoventi al giorno, buona parte nel cosiddetto dopoguerra, buona parte proprio ai checkpoint. Le regole di ingaggio americane sono state cambiate più volte, proprio a causa dei molti errori fatti ai posti di blocco, ma la realtà è che questi ragazzi hanno paura, e quando una persona che ha paura ha un fucile in mano, che spari è quasi inevitabile. E poi non dimentichiamoci che a fronte di circa 1.200 soldati occidentali uccisi, ci sono state fra gli americani oltre 2.500 diserzioni, molte proprio in seguito ai tanti errori nei confronti dei civili, errori che hanno colpito la coscienza di quei soldati, per lo più rifugiatisi in Canada.

Qualcuno si chiederà come sia possibile che in uno dei più potenti eserciti del mondo, forse il più potente, formato in gran parte da soldati professionisti, seppure rinforzato con i riservisti, ci siano soldati che sembrano appena usciti dal corso di addestramento e che sparano a tutto ciò che si muove: uomini, donne, bambini, cani e piccioni. Bè, forse ai piccioni no, non so neanche se ci sono da quelle parti, e se anche c’erano a quest’ora se li saranno mangiati tutti. Fatto sta che ai posti di blocco hanno sempre avuto il grilletto facile, e lo dimostrano gli innumerevoli casi di civili uccisi, intere famiglie a volte, sempre a causa di «errori di valutazione».

Il fatto è che gli americani hanno della guerra ancora la stessa concezione che avevano nella Seconda Guerra Mondiale. Oh, non in termini di strategia o di tattica: quelle sono cambiate. Ma anche qui, come già in Vietnam, l’americano medio non riesce a liberarsi di due pregiudizi: il primo è che se si è più forti, più addestrati, più tecnologicamente avanzati, allora non si può che vincere; il secondo è che la loro cultura rappresenta il massimo della civiltà e della libertà, e che non è neanche pensabile che qualcuno possa non pensarla allo stesso modo. Il primo pregiudizio li porta a sottovalutare l’avversario e a non tener conto adeguatamente di fattori umani, politici e sociali, cosa che li ha portati a farsi odiare in tutto il mondo, anche da chi condivide i loro stessi principi. Il secondo pregiudizio li porta a considerare come sottoculture tutte le culture differenti dalla loro, nel migliore dei casi ad avere un atteggiamento paternalistico nei loro confronti, nel peggiore a disprezzarle.

Questo ha un influenza anche nella scala dei valori adottata. Le vittime civili sono danni collaterali. La salvaguardia dei loro soldati viene prima di tutto, persino di quella delle truppe alleate. Ora, questo può avere un senso, anche se non piace, se stai combattendo una guerra contro un nemico e la popolazione sta in linea di massima dalla sua parte, come avvenne nella Seconda Guerra Mondiale con l’invasione della Germania, ma se stai combattendo una guerra di Liberazione allora le cose cambiano. Certo, fra la popolazione c’è anche il nemico, ci sono i kamikaze, i guerriglieri, ma la maggior parte della gente è quella che dovresti liberare, magari evitando di massacrare tutti gli ospiti di una festa di matrimonio, come è accaduto qualche tempo fa. Un errore può succedere, due, dieci, ma la sequenza di errori, di bersagli sbagliati, la lista dei civili uccisi è diventata impressionante. E se quello che è successo a Nicola Calipari ci colpisce dirrettamente, è anche vero che di situazioni del genere ce ne sono state a centinaia, soprattutto negli ultimi dodici mesi, solo che allora a morire sono stati anonimi iracheni dei quali molti, moltissimi, troppi, bambini.

Questa è una guerra diversa, diversa da quella del Vietnam quanto quella era diversa dalla Seconda Guerra Mondiale. Diversa perché è fatta in gran parte di azioni che sono più di pertinenza di una forza di polizia che di un esercito, e il mestiere del poliziotto questi soldati non lo sanno fare, senza contare che a casa loro gli americani fanno i poliziotti come da noi i soldati fanno la guerra. La dimostrazione è che i nostri Carabinieri, nelle stesse situazioni, dimostrano maggiore professionalità e finora non hanno avuto bisogno di fare, per proteggersi, quella carneficina che sono gli «incidenti ai checkpoint» causati dai soldati stelle e strisce.

Ecco allora che cercare cospirazioni dietro alla sparatoria che ha visto coinvolta la macchina che riportava la Sgrena a casa, vuol dire non avere capito questa guerra, non aver capito che il problema non è quello di una grande potenza che complotta contro tutto e tutti, di servizi segreti che nascondono chissà quali verità indicibili, ma più semplicemente di un Paese troppo sicuro di sé, dei propri principi, dei propri valori, di essere sempre e comunque nel giusto, per prendere in considerazione anche solo per un attimo che forse le cose non stanno così; un Paese che finisce inevitabilmente per sottovalutare avversari e alleati, che per superficialità, anche in buona fede, finisce per fare a volte più danni di quelli che tenta di rimediare. Questo è il problema degli Stati Uniti, un grande Paese adolescente, troppo forte per una responsabilità che si è assunto, ovvero quella di difendere la Libertà, responsabilità che colpevolmente altri Paesi, come l’Europa, si sono per troppo tempo ben guardati dall’assumere.

Evitiamo quindi sterili polemiche. I problemi ci sono, ma non sono di quelli che si risolvono gridando «Attentato!». Si risolvono attraverso una politica matura, una presa di responsabilità e soprattutto un’atteggiamento di umiltà da parte di quei Paesi che, essendo più ricchi, hanno un debito di solidarietà nei confronti del resto del mondo.

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Commenti (22) a «IraX-Files: il caso Sgrena»

  1. blogchance ha detto:

    Dario, bell’articolo. Già.Il gigante dai piedi d’argilla. Che crea armi sofisticate e non vi allega il libretto d’istruzione, oltre che a lezioni d’etica. o di morale,o di propaganda anti-guerra e promozione dell’educazione. Non per nulla hanno un sacco di stranieri che vanno a ingrassare le fila del “brain drain”, altro che superiori. E poi non si tratta solo degli americani, non tutti sono così, ho amici carissimi che schifano quanto sta succedendo. Semplicemente, non vedo logica in tutto il concetto di “guerra”: il peccato d’Adamo. fra

  2. utente anonimo ha detto:

    Cooncordo sulla bella stesura e analisi, sopratutto su quanto hai scritto da me in America nessuno è al di sopra delle critiche, questo perchè sanno che

    nella nostra natura è insito l’errore e dobbiamo imparare ad accettare i nostri quanto quelli degli altri.

  3. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    In effetti gli americani spesso fanno la cosa giusta nel modo sbagliato, finendo per mettersi dalla parte del torto. Dopo l’11/9 avevano iniziato bene, cercando prima di tutto il consenso del resto del mondo, senza reagire immediatamente a testa bassa. Poi si sono persi, hanno finito per disgregare quel consenso che erano stati capaci di costruire. In parte anche per motivi di politica interna che, negli Stati Uniti, ha spesso grossa influenza su quella estera.

    Comunque ne approfitto per sottolineare un punto: alcuni hanno preso spunto dall’uccisione di Calipari per reiterare la richiesta di lasciare l’Iraq. Credo sia un errore, sia che si condivida questa guerra, sia soprattutto se non la si condivide.

    Se le truppe italiane lasceranno l’Iraq, lo lasceranno proprio agli americani e ai britannici. Per gli iracheni è importante che qualcuno dimostri loro che c’è chi ancora crede che questa sia prima di tutto una missione di pace. Noi in Iraq abbiamo portato medicine, ospedali da campo, aiuto, e aiutiamo tutti, senza chieder loro di che fede o parte sono. Se andiamo via, che sarà di quelli che stiamo aiutando?

  4. utente anonimo ha detto:

    Salve, finalmente un articolo lucido, ragionato e scritto con una bella dose di calma espressiva….Identificare gli americani come degli adolescenti calza perfettamente come calza, la valutazione sugli italiani che, dopo il pallone, amano dedicarsi alle dietrologie brillando di stupida superficialità e qui…. ci sarebbe da scrivere per un’intera vita….Ho scoperto questa pagina grazie a Otimaster, quel ragazzo è una risorsa inesauribile…Ti leggerò volentieri 🙂 complimenti per l’articolo….

  5. utente anonimo ha detto:

    Non sono anonima mi chiamo Marisa 🙂

  6. utente anonimo ha detto:

    MARISA

    Mi sono permessa di fare una passeggiata nel tuo spazio, ho notato che una buona percentuale è dedicata alla carenza legislativa sul “Diritto di famiglia” e tu ti senti un padre negato…. Sono rimasta colpita da questo fatto perchè in te leggo una straordinaria capacità di comunicazione oltre che una mentalità e una personalità aperta, laica ed equilibrata. Mi domando dunque: come può una persona così brillante sotto molti punti di vista non riuscire a comunicare con la propria famiglia? Perchè tu, con la tua cultura (che non paventi ma che hai davvero)e con l’umiltà con cui la poni, senza far sentire gli altri (me compresa)dei banali…. non riesci a trovare un accordo che metta in equilibrio uno degli aspetti più importanti della vita di due genitori…..la crescita dei propri figli. Perchè hai bisogno di ricorrere a strumenti legislativi o peggio ancora all’associativismo (l’Italia è un paese associativista per eccellenza, tipico di una società conservatrice quele è la nostra)…. Scusami se mi sono permessa, non giudicarmi invadente ma anche io come te, ho vissuto e vivo conflitti sulle responsabilità genitoriali con il padre dei miei figli al quale, non è mai pasata per un solo istante l’idea di tenerli con se anzi li ha letteralmente abbandonati e come sai, da noi la maggioranza dei papà fa questo tipo di scelta 🙂

    Scusandomi ancora per la mia curiosità ti invio gli auguri sinceri di buona vita sperando di poter continuare a comunicare con te… Ciao grazie

  7. utente anonimo ha detto:

    I complotti sono sempre stata l’anima trainante dei grandi Imperi, a partire da quello Romano. Senza complotti Roma non sarebbe diventata la grande Roma dei Cesari, non credi?
    A parte gli scherzi, comunque credo che non sia una questione di credere oppure no ad un complotto, ma piuttosto di non credere a Babbo Natale e alla Cicogna; mi spiego meglio: non credo che dietro ci sia un progetto predefinito per assassinare la giornalista, ma non credo neanche nella fatalità dell’insieme. Non ho mai creduto ai complotti, ma neanche alle coincidenze. In America, mi pare proprio nel Texas, terra di Bush, c’è un detto che dice più o meno così: “le coincidenze in politica, puzzano più della merda di vacca”.
    Ognuno è libero di vederla come vuole, soprattutto senza essere addentro al Sistema, ma credo che una cosa del genere non sia imputabile esclusivamente alla fatalità, al mancato coordinamento tra Agenzie, o al fatto che i Marines hanno il grilletto facile.

    Ritengo che se i giornali di mezzo mondo, parlano di stato di crisi tra Washington e Roma, evidentemente sotto c’è qualcosa, sin da quando Berlusconi ha convocato a Palazzo Chigi l’ambasciatore americano, fatto che non è per niente la prassi, non lo è per niente.
    Buona domenica.

    Antonello Leone

  8. sermai ha detto:

    Beato chi non ha bisogno di dubitare, Dario. Ha tutta la mia invidia, francamente.

  9. kostja ha detto:

    Kamikaze non si facevono a esplodersi su obbiettivi civili.

    Invece a Iraq quelli ce fano stragi – sono salafiti stranieri.

    Vorrei vedere il numero delle vittime a Falluja.

    Tu usi http://www.paltalk.com ?

    Puoi parlare con la gente in Iraq e ciedere quello ce vivono.

  10. utente anonimo ha detto:

    le cifre piu’ realistiche parlano di circa 16000 vittime. Le tue sono esagerate. Comunque, parte delle cose che dici e’ condivisibile.

    Rabbi

  11. kostja ha detto:

    ho bloccata la H su tastiera 🙂

  12. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Antonello, il fatto che Berlusconi abbia convocato immediatamente l’ambasciatore è abbastanza ragionevole. Questa situazione, che tra l’altro sotto amministrative e in vista delle politiche, poteva essere utilizzata dal Governo come leva elettorale, ha messo in seri guai il Presidente del Consiglio. Inoltre l’opinione pubblica si aspettava un’immediata e dura reazione del Governo e quindi non ha avuto molta scelta. In questi casi la prassi conta poco. E comunque la convocazione di un ambasciatore da parte di un Primo Ministro in una situazione di possibile crisi diplomatica è piuttosto frequente. In quanto alle coincidenze, sebbene possa condividere che in politica siano sospette, comunque accadono. Se gli americani non avessero mai fatto errori, potrei capirlo, ma gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una sequenza impressionante di errori, ammessi dallo stesso Pentagono. Che poi in una guerra il cosiddetto fuoco amico sia una triste realtà è un dato di fatto. Basta andarsi a rivedere quanti americani e inglesi morirono nella Seconda Guerra Mondiale a causa della loro stessa artiglieria per farsene un’idea.

  13. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Sermai, io di dubbi ne ho tanti. D’altra parte, come tutti, di fronte a un determinato evento mi formo un’opinione, ovviamente basata sui fatti e sulle conoscenze che ho in un certo momento. Se poi vengo a conoscenza di nuovi fatti o imparo nuove cose, allora rivedo la mia opinione, senza problemi. Ovviamente questo non vuol dire che abbia ragione. D’altra parte nella vita si prendono milioni di decisioni e se uno aspettasse sempre di esser certo per prenderle, non deciderebbe mai.

    Questo blog mi dà l’opportunità di condividerle con altri e anche di essere contraddetto e confutato. In questo modo mi dò l’opportunità di rivedere i miei errori o sentirmi confermato nele mie certezze. Non è un meccanismo perfetto, ma funziona.

    Quindi, se non condividi quanto dico, porta pure qui la tua opinione, magari corroborandola con fatti. Altri potranno dire la loro e alla fine, anche restassimo ognuno della propria opinione, qualcosa avremmo imparato.

  14. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Rabbi, quanto dici è vero, se consideri solo i civili uccisi su azione a partire dal gennaio 2003. La stima è fra i 16.000 e i 18.000. Chi infatti ne volesse sapere di più può fare riferimento all’interessante progetto Iraq Body Count.

    Tuttavia a tale conta vanno aggiunti quelli morti in seguito alle ferite, i morti per malattie e problemi alimentari (soprattutto bambini piccoli) dovuti alle scarse condizioni igieniche e comunque conseguenti alla guerra e i tanti morti classificati come combattenti, ma che non è sempre chiaro se lo erano veramente. Solo a Falluja si parla di varie decine di migliaia di morti.

    Come ho detto 100.000 sono stime, tra l’altro occidentali. In ogni caso si ritiene che il rapporto fra le vittime civili e quelle combatenti sia di 1 a 3, arrivando al 50% in una stima pessimistica. Purtroppo i dati sono molto incerti.

    Ad ogni modo 16.000 o 100.000 sono comunque tanti e bisognerebbe fare di tutto per evitare che continuino a crescere. Il che vuol dire, a mio avviso, che si devono rivedere le regole di ingaggio e soprattutto che si deve restare, almeno noi italiani. Ho tanta paura che se ce ne andassimo ora tutti quanti, americani, britannici, italiani, ecc… la situazione si potrebbe cancrenizzare in una guerra civile senza fine tipo quella fra israeliani e palestinesi.

  15. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Kostja, non uso al momento alcun messenger. Non ho molto tempo in questi giorni per il chatting, ma leggo spesso blog di iracheni. Il problema è che anche chi la vive, una guerra, vede solo il pezzo di guerra attorno a sé e comunque soffre troppo per avere una visione imparziale delle cose (né lo si può pretendere). Dall’altra parte ci siamo, noi, meno coinvolti ma troppo lontani per capire come sia effettivamente la situazione. Troppa politica, troppi interessi, troppe voci finiscono per rendere difficile capire come stanno le cose. Non credo ci sia una soluzione. Hai visto cosa è successo con le foibe? Ci sono voluti oltre cinquant’anni perché si iniziasse a dire la verità. E ancora c’è chi la nega.

  16. sermai ha detto:

    Dario, hai ragione. Perdona il tono sarcastico, che non era certo rivolto nello specifico a te. Nasce da una forte arrabbiatura per quello che leggo e sento in questi giorni, che va ad accumularsi ai troppi fatti strani che si vanno sommando dalla fine del 2001. Non ho informazioni, ho sensazioni (pessime).

    E se infastidiscono anche me i complottisti a caldo da quattro soldi, per contro mi irritano anche di più quanti si affrettano a supportare le versioni ufficiali, spesso per il semplice fatto che sono ufficiali. Come se la storia fosse fatta di versioni ufficiali, e non di verità tardive. Dice bene Magris sul Corriere della Sera di oggi, del resto: la verità si viene a sapere quando non è più pericolosa. E a molti sta bene così.

  17. utente anonimo ha detto:

    Bene, Vediamo di ragionare un po’: Abbiamo avuto dagli USA versioni sulla dinamica della sparatoria leggermente contrstanti nell’arco di 48 ore, smentite oltre che dalla Sgrena, a quanto ne possaimo sapere, anche da uno degli agenti italiani feriti nell’operazione. A me personalmente quello che ha colpito è che nelle ore successive alla sparatoria sul sito della CNN che rimandava la versione del pentagono si usava il termine “Coalition forces” -“Forze della coalizione” per descrivere i protagonisti della sparatoria. Da un lato si imputava all’eccesso di velocità e alla inosservanza delle regole di viaggio da parte degli italiani, dall’altro, quasi come se fossero stati gli inglesi, iracheni o che so, i soliti caciaroni italiani a sparare sull’intelligence, si cercava di occultare o confondere la triste realtà: forze aramte americane avevano sparato su esperti agenti di un paese alleato, nel momento stesso che tali agenti erano in collegamento telefonico diretto con le massime istituzioni del nostro paese! Nicola Calliperi è morto praticamente in diretta con Plazzo Chigi. Bene ha fatto Berlusconi ad esprimere il suo sdegno. Ho lavorato 3 anni in USA e conosco il modo di pensare e di gestire la sicurezza colà. Giusta la volontà di spiegare le dinamiche di un simile incidente ma, per favore, non giustifichiamolo. Non è giustificabile nemmeno in tempo di guerra (A proposito, questa è una guerra o meno? Della costituzione italiana frega ancora qualcosa a nessuno?)

  18. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Sul discorso della costituzione rimando ad altro articolo, che prima o poi scriverò. Devo prima studiare meglio la questione. Scusate se non do per scontato né l’una né l’altra tesi.

    Sulla reazione americana, mi sembra naturale. Non sono abituati ad ammettere i propri errori verso il mondo esterno. I panni sporchi li lavano in casa. Naturale, NON scusabile. Per cui mi sta bene se le prime risposte sono state balbettii confusi da parte di chi probabilmente, preso in contropiede, ne sapeva meno di chi domandava.

    Adesso però si deve fare sul serio. Niente più Cermis, grazie.

  19. utente anonimo ha detto:

    Interessante come sempre, è una versione dei fatti che può stare in piedi, e viene da chiedersi quale sia la più tragica, il “complotto” o questo gigante al di sopra di tutto. Però quando Pier Scolari e altri parlano di “informazioni” di Giuliana, penso non si riferissero a quelle raccolte nel periodo di prigionia, ma prima. Ad esempio gli orrori di Falluja di cui si vocifera in giro. Sarà vero? Chissà.

  20. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Sì, ho sentito anch’io questa obiezione. Ma se la Sgrena aveva informazioni così importanti, perché se ne è andata in giro a fare un servizio “secondario” e non le ha immediatamente comunicate a qualcuno della Redazione? E poi, come ho già detto, nel momento in cui un segreto non è più tale, se un canale non funziona se ne trova un altro. La Sgrena non è l’unica giornalista in Iraq.

    Sinceramente io sono sempre molto prudente su presunte rivelazioni, soprattutto quando si dice di averle ma si ritarda a fornirle. Quando un giornalista ce le ha veramente non perde tempo a dirlo: le comunica e basta. Lo abbiamo visto con le torture da parte dei soldati e delle soldatesse americane ai prigionieri iracheni. Comunque, se esistono veramente, visto che la Sgrena è viva, presto le sapremo, no?

  21. utente anonimo ha detto:

    Chi ha detto che la dietrologia sia un modo di ragionare sbagliato?

    Non pensi invece che esso sia, da una parte, frutto della disinformazione e, dall’altra, una spiccata tendenza ad un sapere più oggettivo e critico?

    Vorrei consigliarvi questo articolo:

    http://www.articolo21.com/notizia.php?id=1714

  22. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    La dietrologia è, per definizione, la tendenza a vedere dietro a un certo fatto una qualche verità nascosta. Come tale ha quindi una connotazione negativa, dato che parte da un pregiudizio, nel senso letterale del termine, cioè dall’assunzione che tale verità esista.

    Lo spirito critico è ben altra cosa, in quanto è basato sull’analisi oggettiva dei fatti e sull’attitudine a non limitarsi ad accettare per scontate le verità date, ma a cercare di approfondire la questione e possibilmente verificare se esistono altri dati e se quelli forniti siano veritieri.

    Analizzare un fatto non è solo questione di informazioni, ma anche di metodo. Il metodo aiuta anche a evitare alcune trappole psicologiche, una delle quali ho già accennato in un altro articolo, ovvero il fatto che il nostro spirito critico tende a indebolirsi se i fatti confermano qualcosa della quale siamo già convinti.

    Faccio un esempio classico: domani un giudice accusa Berlusconi di aver evaso il fisco per 10 milioni di euro. Dato che molti sono convinti, a torto o ragione, che Berlusconi abbia già agito illegalmente in passato, la maggior parte di quelle persone darà per scontato che l’accusa sia vera. Tuttavia, anche se ogni accusa mossa finora al Presidente del Consiglio fosse vera, tale fatto non può e non deve impedire che la nuova accusa venga analizzata criticamente e sia dimostrata attraverso riscontri oggettivi, prima di assumerla come vera.

    Se non si agisse così, un pregiudicato dovrebbe essere condannato per il solo fatto di essere stato accusato, specialmente se di un reato già commesso.

    Essere critici non è facile; facile è criticare.

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