Il prezzo del maschilismo



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Sono diversi anni ormai che si parla apertamente di pari opportunità e di uguaglianza fra i sessi, a dimostrazione di una sempre maggiore attenzione ai diritti degli individui nella nostra società. Paradossalmente, tuttavia, quasi sempre questa tematica viene trattata a senso unico, ovvero in termini di emancipazione della donna piuttosto che di reale ricerca di pari dignità in tutti gli ambiti sociali.

Ovviamente c’è una motivazione storica alla base di questo atteggiamento, per così dire, asimmetrico: per secoli sono state infatti le donne ad essere maggiormente penalizzate, soprattutto in merito all’opportunità di accedere a posizioni di potere e nell’ambito lavorativo. Tuttavia sarebbe un errore considerare il maschilismo solo come una forma di discriminazione da parte degli uomini nei confronti delle donne. In realtà il maschilismo è stato, ed è tuttora dove ancora sussiste, una filosofia basata sulla differenziazione del ruolo dell’uomo e della donna nella nostra società. Tale filosofia discrimina ed emargina chiunque non vi si riconosca, che sia donna o uomo poco importa.

A questo punto verrebbe da obiettare che il ruolo che il maschilismo ha assegnato agli uomini è stato ben più favorevole di quello attribuito alle donne e questo è vero in gran parte anche se in diversa misura in vari ambiti. Tuttavia anche l’uomo è stato fortemente penalizzato da questa forma di sessismo, sebbene non ne abbia preso consapevolezza se non negli ultimi anni. In effetti molti uomini non si sono resi conto del prezzo che hanno dovuto pagare per poter usufruire di questa posizione di dominanza e molti non se ne rendono conto ancora oggi.


Suffragette in marcia nel 1914

Non c’è da stupirsi di ciò. Molto spesso in quelle culture che tendono a suddividere le persone in classi in modo abbastanza rigido e spesso finalizzato a una ripartizione iniqua sia dei diritti che delle risorse, si favorisce lo svilupparsi di una mentalità per la quale «ognuno ha un suo posto ben definito» al quale ci si deve conformare. Questo meccanismo è servito per secoli a mantenere lo status quo in molte società e solo quando un numero sufficiente di persone ha acquisito consapevolezza dei propri diritti e ha iniziato ad alzare la testa si sono create le condizioni per un effettivo cambiamento, un cambiamento che spesso, purtroppo, ha richiesto un tributo di sangue o ha visto comunque coloro che rivendicavano i propri diritti ritrovarsi a combattere duramente per conquistarseli.

Chi viceversa ha avuto la sfortuna di maturare questa consapevolezza prima degli altri, ha finito per essere emarginato e messo a tacere, spesso, prima ancora che dalla classe dominante, proprio da quelli del suo stesso ceto, preoccupati di venire coinvolti in eventuali rappresaglie e spesso soddisfatti comunque della propria posizione nella società. L’emancipazione, infatti, ha sempre un prezzo e non tutti sono disposti a pagarlo. Così chi si trova a combattere per i propri diritti finisce per spendere più tempo a cercare di convincere coloro che dovrebbero lottare al suo fianco piuttosto che a confrontarsi con il vero avversario.


Femministe in marcia nel 1978

Tornando al maschilismo, l’imposizione al maschio dell’etichetta di «sesso forte» lo ha portato a sostenere un ruolo assolutamente penalizzante in tutta la sfera affettiva. Agli uomini non era concesso mostrare i propri sentimenti, non si dava loro la possibilità di mostrare la sofferenza attraverso il pianto, l’amore attraverso la tenerezza. Solo sentimenti negativi come odio, eccesso di orgoglio, rabbia, potevano e spesso dovevano essere manifestati. Era l’uomo a fare da carne da cannone nelle guerre, a fare il lavori più pesanti, più duri, più sporchi, al punto che si arrivava a elogiare la forza bruta e la violenza quasi fossero virtù piuttosto che difetti.

In ambito familiare l’uomo era quello sulle cui spalle ricadeva in toto l’obbligo di mantenere la famiglia, famiglia della quale spesso non poteva godere perché il lavoro lo portava lontano o comunque lo impegnava per gran parte del tempo. La famiglia era patriarcale, il padre era anche padrone, ma un si trattava di un potere sterile, basato sulla parte peggiore di un individuo, ovvero il gusto di possedere, di avere potere, e non sull’amore, sull’affetto, sulla cura, come invece dovrebbe essere una famiglia. Il padre finiva per essere quello del «guarda che se non fai il bravo quando torna lo dico a papà», una sorta di uomo nero il cui unico compito era dispensare punizioni. Ancora oggi questa mentalità caratterizza molte persone, soprattutto in ambito giudiziario, dove si continua a vedere la donna come il solo genitore preposto alle cure parentali e relegare l’uomo a semplice fonte di risorse economiche.

Il maschilismo ha così ingabbiato il maschio in un ruolo freddo, grigio, monotono, tanto noioso da togliergli persino il gusto del bello e del piacere di aver cura di se stesso. Per secoli la cura della persona è stata considerata per i maschi un’abitudine assolutamente aliena e nonostante oggi le cose stiano cambiando, nel campo dell’abbigliamento questo è ancora vero. L’eleganza maschile si esaurisce in un numero estremamente limitato di stili e di colori, raggiungendo l’apoteosi nell’abito a tinta unita sul quale il massimo della libertà viene dato nella scelta di quell’accessorio totalmente inutile e scomodo quale è la cravatta. Così lo spezzato, sempre in tristi toni di grigio o di beige diventa già una liberazione, un abbigliamento sportivo. Andare oltre porta all’emarginazione. In certi ambienti non portare la giacca o la cravatta, lasciarsi andare a colori più allegri e solari, portare acconciature particolari o accessori non tradizionalmente maschili è concesso solo a qualche eccentrico artista o alle rockstar. Gli altri, tutti in uniforme, o son guai.


Papà separati in marcia nel 2004

L’aspetto più triste dell’intera questione è che il femminismo, da movimento inteso a raggiungere la parità di diritti e di opportunità, si è pian piano trasformato fino a diventare a sua volta una forma di sessismo, tanto che quando si sentono parlare molte femministe moderne sembra di ascoltare esattamente le stesse argomentazioni, solo a rovescio, che usavano i maschi per "dimostrare" come la donna non fosse adatta a fare determinati lavori o ad assurgere a determinate posizioni. Per queste donne gli uomini sono gelosi, egoisti e violenti, non hanno amore per i propri figli, non sanno essere teneri, pensano solo al lavoro e alla carriera. Eppure proprio in quelle società in cui le pari opportunità si sono realizzate, vediamo donne in carriera che non si curano della famiglia, che non danno dimostrazione di affetto, donne gelose che si comportano come per secoli si sono comportati gli uomini, madri che uccidono i figli, donne violente che assumono il controllo di cosche criminali, delitti efferati commessi da donne di tutte i ceti e le età. Niente di strano per chi crede realmente nel fatto che uomini e donne non siano altro che il maschio e la femmina della stessa specie, l’essere umano. Fortemente in contraddizione con quanto affermato da chi cerca di far passare la tesi che se le donne avessero avuto il potere il mondo sarebbe stato migliore, addirittura senza guerre. Eppure dove le donne hanno preso le armi si sono dimostrate altrettanto spietate e violente degli uomini, altrettanto sadiche nel torturare, fredde nell’uccidere.

Così, pian piano il femminismo si sta trasformando nel «Maschilismo del Terzo Millennio» e a portare avanti la causa delle pari opportunità sono rimaste poche vere femministe e, strano ma vero, sempre più uomini.

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