Fallo di reazione



Molti pensano che il successo di Silvio Berlusconi sia dovuto al sostegno di una parte consistente del nostro Paese sostanzialmente conservatrice, conformista, egoista e clientelare. Assumere questo è un grave errore di valutazione, a mio avviso, perché non spiega perché oltre la metà degli elettori italiani abbia votato e buona parte continui comunque a sostenere l’attuale Presidente del Consiglio.

Il nostro è un Paese dove ogni aspetto della vita di un cittadino è strettamente regolamentato. In Italia non si può fare alcunché senza dover riempire carte, pagare balzelli di ogni tipo, giustificare con veri o presunti controlli ogni opera e ogni attività si metta in piedi. Un sistema in pratica che castra ogni iniziativa o che costringe chi vuole comunque andare avanti a farlo in violazione di leggi e normative, mettendosi così di fatto a rischio di ricatto da parte delle istituzioni e non solo. Abbiamo oltre 90.000 leggi là dove in Francia, ad esempio, ce ne sono solo 5.000, ovvero meno di un decimo. In molti casi la legge è inapplicabile o la sua applicabilità è troppo onerosa se non addirittura comporta conseguenze al limite del ridicolo. Basti ricordare quando qualcuno, una ventina di anni fa, fece approvare una legge per cui sui windsurf doveva essere obbligatoria la pistola a razzo e — sembra impossibile ma è vero — l’ancorotto.

E così, se da una parte a Roma ci sono ancora interi quartieri abusivi o in cui il 90% delle abitazioni ha vani la cui destinazione d’uso è stata illegalmente modificata, il tutto perfettamente a conoscenza di tutte le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi anni, sia di centrodestra che di centrosinistra, da noi, è possibile che un vicino ti impedisca di pavimentare un pezzo del tuo giardino per poterci parcheggiare la macchina facendo un semplice esposto e senza, per giunta, che tu possa sapere chi è stato. Insomma, neppure in casa tua puoi fare quello che vuoi, anche se nel farlo non dai fastidio a nessuno.

Non c’è da stupirsi quindi se in un sistema di questo tipo chiunque faccia il furbo e mostri di saper andare contro le regole, anzi, di opporsi ad esse, diventi quasi un eroe. Non sono forse grandi uomini Pavarotti o Valentino Rossi? Eppure entrambi hanno evaso il fisco in maniera consistente, reato che, a mio avviso, è tanto più vergognoso quanto più ricco è l’evasore. Più soldi hai, più in effetti potresti anche permetterti di essere onesto, tanto quello che ti rimane dovrebbe essere più che sufficiente per fare la bella vita. E invece no. Eppure, quando si parla di questi personaggi, lo si fa ignorando volutamente il fatto che in fondo sono dei criminali, sempre che evadere il fisco venga ancora considerato un crimine. Già, perché ormai in Italia si depenelizza tutto, e non è stato Berlusconi il primo a farlo. basti ricordare la vergogna dell’indulto, perpretrata dal governo Prodi. Oggi, per quello che riguarda il sovraffollamento nelle carceri, siamo punto da capo, ma questo lo si sapeva fin da allora.

Tutto qui, dunque? Berlusconi piace perché fa quello che molti di noi vorrebbero fare quando l’invadenza dello Stato nella nostra vita privata diventa veramente eccessiva? Eppure lo stesso Presidente del Consiglio con il suo comportamento nel caso Englaro ha fatto quello che in effetti molti di noi odiano: intromettersi in una questione che doveva essere assolutamente privata.

Il punto è, a mio avviso — e qui forse scatenerò qualche polemica — Berlusconi è figlio della sinistra, non della destra, e non certo solo per il suo forte legame con Bettino Craxi. Non è un’eccezione, anzi. Sia il partito nazista che quello fascista avevano le loro origini nel socialismo ed entrambi sono arrivati al potere col pieno sostegno popolare, all’inizio, guarda caso proprio dei lavoratori e dei più poveri, stremati da una profonda crisi succedutasi alla Prima Guerra Mondiale. Molte dittature in effetti hanno avuto origini popolari, sono cioè nate dalle speranze del popolo che un potere forte, autoritario, potesse far uscire dalla crisi il Paese. È successo anche con Juan Peron e altri dittatori sudamericani, dopo tutto.

Ma la sinistra ha un’altra responsabilità. Negli anni ’70 e ’80 ci fu un forte movimento che, partendo dal principio che siamo tutti uguali, attaccò ogni forma di merito e ogni desiderio di innovare, di crescere, di avere successo in base alle proprie capacità e al proprio valore. Pensate al cosiddetto «voto politico», oppure alla protezione, non del lavoratore che meritava, ma del posto di lavoro in sé, cosa che, specialmente nel Meridione, ha portato a proteggere fannulloni e imbroglioni, specialmente nell’Amministrazione Pubblica, mentre tanti ragazzi e ragazze in gamba erano a spasso disoccupati.

Un certo tipo di ambientalismo integralista, inoltre, incapace di comprendere l’importanza di una società sostenibile ma basata su solide fondamenta economiche, iniziò a demonizzare ogni forma di ricerca, di sviluppo, dalla genetica al nucleare, dagli OGM allo sviluppo di reti viarie e ferroviarie a grande scorrimento, cosa che è continuata fino al giorno d’oggi, come provano l’ostracismo a progetti come la TAV e il Ponte di Messina. E così, mentre altri Paesi crescevano con grandi opere al confronto delle quali quelle che si dibattevano da noi erano persino obsolete, l’Italia sprofondava in una caos in cui ogni comune, ogni sindaco, ogni assessore, poteva bloccare quasiasi iniziativa di sviluppo nazionale. Inutile dire che i nostri migliori cervelli hanno iniziato a migrare all’estero. Non era per i soldi o per la fama, come ebbi modo di spiegare in un altro articolo, ma semplicemente perché per acquisire competenza sono necessari tanti sacrifici e a nessuno piace vedersi ripagare di quei sacrifici con l’ostracizzazione che per decenni è stata fatta nei confronti di scienziati e ricercatori.

Così, quando si è presentato qualcuno che sembrava promettere un cambiamento, la maggioranza silenziosa, quella che non va in piazza ogni cinque minuti ma si rimbocca le maniche e lavora ogni santo giorno, ha deciso che bisognava cambiare: basta con l’appiattimento, con il siamo tutti uguali, con la dequalificazione del merito e della competenza. Chi meglio di un imprenditore, un uomo di successo, poteva rappresentare quel cambiamento? È stata una delusione, ma in fondo non furono almeno una ventina i nazisti che cercarono di uccidere Hitler? A volte la gente fa errori in buona fede, salvo ricredersi quando è troppo tardi. Se così non fosse, allora dovremmo pensare che interi popoli sono criminali, perché nessun dittatore può davvero prendere il potere se non ha alle spalle il popolo.

Salvo casi rarissimi di Colpo di Stato militare, le peggiori dittature divennero tali a fronte di veri e propri plebisciti popolari. Poi, ovviamente, una volta preso il potere, questo fu mantenuto in ben altro modo, ma gli esordi di un dittatore spesso hanno origini nel popolo. Fu così anche con Napoleone, che oggi noi vediamo come un grande imperatore, forse perché ormai troppo lontano nel tempo, ma che fu responsabile di parecchie carneficine. E che dire di Giulio Cesare, che oggi nessuno si sognerebbe di paragonare a uno Stalin, ad esempio. Chissà cosa avrebbero detto i Galli, a proposito. Il tempo offusca le menti e ci fa dimenticare come e perché questi personaggi sono arrivati al potere, condannandoci così a ripetere periodicamente la storia.

E così un certo modo di vedere la società che penalizzava il merito, il valore, la competenza, l’iniziativa individuale, l’imprenditorialità, è diventato il vero e proprio trampolino di lancio di un uomo che di tutto questo ha fatto una bandiera. Non è un caso che nelle ultime elezioni le sinistre abbiano avuto un tracollo. Intrise di ideologie, bloccate in un periodo storico passato, non hanno capito il cambiamento sociale in atto, non hanno capito che quello che voleva la gente era altro, era libertà. E come spesso succede, quando si desidera troppo una cosa si finisce per fare l’errore opposto e cadere dalla padella alla brace. E così, in nome di quel sacrosanto desiderio di libertà, libertà da uno Stato troppo opprimente, libertà da una Giustizia in cui non ci si riconosce, libertà da un sistema che vuole regolare ogni secondo della nostra vita, gli italiani hanno portato al successo un uomo che è l’antitesi stessa della Libertà, un individuo che ritiene in cuor suo di essere un prescelto, il «buon tiranno», il padre che ha il dovere di dire ai suoi figli cosa devono fare, per il loro bene, un individuo malato di protagonismo, ossessionato dal successo e dal bisogno di sentirsi apprezzato, adorato, probabilmente qualcuno che ha un serio problema affettivo.

Così è, così è stato e così continuera ad essere, finché non avremo imparato. I dittatori siamo noi a crearli, a sostenerli, a dar loro il potere. Ogni dittatura è in realtà un fallo di reazione, la reazione a una società in cui non ci si riconosce più, a uno Stato troppo opprimente, a un sistema che ci taglia le gambe e ci nega la speranza in nome di qualche ideale o ideologia che, essendo buona o pura, deve essere condivisa. Quando ero ragazzo ho sperimentato molte volte l’intolleranza di chi ritiene di avere sempre e comunque ragione e mi spaventava di più una sinistra che ci credeva ma che del suo credo faceva una Fede e di chi era critico un Eretico da bruciare al rogo, che una destra che spesso era solo bullismo senza alcun reale fondamento politico.

Oggi quello che mi spaventa è che a furia di dare a Berlusconi la colpa di ogni cosa, ci si dimentica che se lui è dove è ora, non è dovuto alla metà degli italiani, a quelli che hanno votato per lui, ma a tutti, sia a quelli che lo hanno eletto, sia a quelli che lo hanno combattutto. Perché l’unico vero avversario dell’opposizione in Italia è stata l’opposizione stessa, divisa, obsoleta, ideologica, estrema a volte, a volte troppo democristiana, incapace di fare delle scelte, fatta di mille rivoli e di mille posizioni su ogni cosa. Se oggi Berlusconi può fare quello che vuole, la colpa è nostra, perché i falli di reazione vengono sempre puniti.

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