Violenze in Famiglia: quello che l’ISTAT non dice



Violenze in Famiglia: quello che l’ISTAT non dice
di Fabio Nestola

La violenza domestica costituisce una tipologia di reato in costante espansione, complesso da analizzare in quanto la tendenza degli autori a contenere gli episodi entro le mura domestiche incontra frequentemente la connivenza più o meno passiva delle stesse vittime. Siamo pertanto in presenza di un fenomeno sommerso, del quale non è facile tracciare i contorni.

Una conoscenza approfondita del fenomeno nel suo insieme, tuttavia, è essenziale per lo sviluppo delle politiche e dei servizi necessari a contenerlo e possibilmente prevenirlo, a partire dalle campagne di sensibilizzazione fino ad arrivare alle contromisure legislative finalizzate appunto a prevenire e/o contenere la violenza.

Va rilevato come inchieste, sondaggi e ricerche che analizzano la violenza di cui è vittima la figura femminile vengono proposte con continuità a livello istituzionale e mediatico, da diversi decenni. Di contro, non esistono in Italia studi ufficiali a ruoli invertiti; vale a dire approfondimenti sulla violenza agita da soggetti di genere femminile ai danni dei propri mariti o ex mariti, partners ed ex partners, parenti a affini di vario grado.

Questa curiosa e pluridecennale lacuna può avere origine da due presupposti:

  1. aggressività e violenza femminile non esistono, oppure
  2. se esistono, sono legittimate, e pertanto non è interesse della collettività studiare alcuna misura di prevenzione e contenimento
  3. .

Entrambi i presupposti sono evidentemente paradossali.

L’ISTAT, su mandato del Ministero per le Pari Opportunità, ha pubblicato un’indagine sulla violenza in famiglia subita dalle donne, prevedendo diverse batterie di domande relative alla violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica. Da un campione di 25.000 interviste, trasportato in dimensione nazionale, risulta una proiezione di circa 7.000.000 di donne che subiscono violenza dal proprio partner o ex partner.

Sono indubbiamente dati allarmanti, che vengono propagandati con continuità. Analizzando con cura il questionario somministrato dall’ISTAT, tuttavia, viene da chiedersi se detto questionario non sia stato elaborato con il preciso obiettivo di far emergere dati numericamente impressionanti, sui quali costruire un allarme sociale.

Dato che il questionario è stato elaborato in collaborazione con le operatrici dei centri antiviolenza, infatti, era difficile immaginare che ne sarebbero potuti uscire dati non faziosi. L’impatto sull’opinione pubblica, di fatto, è generato dal dato conclusivo — 7.000.000 di vittime — senza approfondire da cosa scaturisca questo dato. Questo aspetto è importante perché chi opera nel campo delle statistiche sa bene come una scelta mirata di domande può influenzare pesantemente in un verso o nell’altro i risultati.

Oltre ai quesiti su violenza fisica (7 domande) e sessuale (8 domande), il questionario ISTAT lascia uno spazio ben maggiore alla violenza psicologica (24 domande). Alcuni dei quesiti, però, sembrano finalizzati a raccogliere un numero enorme di risposte positive, descrivendo normali episodi di conversazione sicuramente accaduti a chiunque, che risulta difficile configurare come «violenza alle donne».

Facciamo qualche esempio, tratti proprio dal questionario in oggetto:

  • «La ha mai criticata per il suo aspetto?»
  • «…per come si veste o si pettina?»
  • «…per come cucina?»
  • «…controlla come e quanto spende?»

Ai fini statistici non c’è differenza fra un atteggiamento aggressivo e denigratorio ed un consiglio pacato, collaborativo, spesso indispensabile, a volte anche migliorativo. Ad esempio: «Cucini da schifo, ti ammazzo di botte se non fai un arrosto decente» è sicuramente violenza, ma lo diventa anche «Cara, oggi il risotto non è venuto bene come la volta scorsa». Oppure: «Con quei capelli sembri una puttana, ti spacco la faccia se non li tagli» è sicuramente violenza, ma lo diventa anche «Questo taglio non ti dona, magari fra due giorni mi abituerò, ma ti preferivo con la pettinatura precedente». E ancora: «Non ti do una lira, se vuoi i soldi per la profumeria vai a fare marchette» è sicuramente violenza, ma lo diventa anche «Non ce la facciamo, mettiamo via i soldi per il mutuo, purtroppo questo mese niente palestra per me e parrucchiere per te».

L’intervistata risponde affermativamente, quindi le intervistatrici possono spuntare la voce «violenza», senza che l’intervistata lo sappia. Infatti la domanda non comporta le diciture esplicite «aggressività, violenza, umiliazione»; si limita a chiedere se un episodio è accaduto, poi è l’intervistatrice che lo configura come violento anche se l’ignara intervistata non lo percepisce affatto come tale.

L’ISTAT infatti, per giustificare l’equivoco sul quale è costruito il questionario, ammette che le intervistate spesso non hanno la percezione di aver subito violenza e, a tale scopo, aggiunge alle note metodologiche questa dicitura:

Le domande tendono a descrivere episodi, esempi, eventi di vittimizzazione in cui l’intervistata si può riconoscere. La scelta metodologica condivisa anche nelle ricerche condotte a livello internazionale è stata dunque quella di non parlare di «violenza fisica» o «violenza sessuale», ma di descrivere concretamente atti e/o comportamenti in modo di rendere più facile alle donne aprirsi. Il dettaglio e la minuziosità con cui si chiede alle donne se hanno subito violenza, presentando loro diverse possibili situazioni, luoghi e autori della violenza, rappresenta una scelta strategica per aiutare le vittime a ricordare eventi subiti anche molto indietro nel tempo e diminuire in tal modo una possibile sottostima del fenomeno. Sottostima che può essere determinata anche dal fatto che a volte le donne non riescono a riconoscersi come vittime e non hanno maturato una consapevolezza riguardo alle violenze subite mentre possono più facilmente riconoscere singoli fatti ed episodi effettivamente accaduti.

Presentando il rapporto, poi, l’ISTAT scrive:

Le forme di violenza psicologica rilevano le denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni, le limitazioni economiche subite da parte del partner.

Anche frasi innocue come «la frittata oggi è un po’ sciapa», oppure «ti preferivo senza permanente» vengono quindi classificate come denigrazioni e diventano di conseguenza una forma di violenza alle donne. Ecco come nascono 7.000.000 di vittime.

LA STATISTICA AL SERVIZIO DELL’IDEOLOGIA

L’estensione del concetto di violenza ad aggressioni verbali e pressioni psicologiche, scaturito dalla recente indagine «Quali sono e come si chiamano le violenze contro le donne» apre la strada a qualunque interpretazione. Come misurare con un questionario chiuso l’offesa all’emotività di una persona? Ciò che a una donna dà fastidio a un’altra sembra cosa di poco conto, un’altra ancora ne ride: è un fatto puramente soggettivo. Lo stesso dicasi per le pressioni psicologiche nella coppia.

Tra le nove domande ritenute appropriate per misurare questo tipo di violenza, alcune lasciano quantomeno perplessi. Per esempio le seguenti:

  • «Il vostro coniuge o compagno: mai / raramente / qualche volta / spesso / sistematicamente»
  • «– Ha criticato o svalutato ciò che fate?»
  • «– Ha fatto osservazioni sgradevoli sul vostro aspetto fisico?»
  • «– Vi ha imposto il modo di vestirvi, di pettinarvi, di comportarvi in pubblico?»
  • «– Non ha tenuto conto o ha manifestato disprezzo per le vostre opinioni?»
  • «– Ha preteso di dirvi quali dovrebbero essere le vostre idee?»

Notate l’assoluta etereogenità di contenuti e varietà di pesi delle voci proposte.

Lo sconcerto aumenta quando si scopre che queste pressioni psicologiche — che ricevono la più alta percentuale di risposte positive — rientrano nel coefficiente totale della violenza coniugale, assieme agli «insulti e minacce verbali», al «ricatto affettivo» e, sullo stesso piano delle «aggressioni fisiche» e dello «stupro e altre prestazioni sessuali forzate»!

Il coefficiente totale della violenza coniugale così concepito vedrebbe dunque interessato il 10% delle francesi, delle quali il 37% denunciano pressioni psicologiche, il 2,5% aggressioni fisiche, e lo 0,9% stupro o altre prestazioni sessuali forzate.

È possibile affiancare le azioni fisiche a quelle psicologiche come fossero elementi di ugual specie? È legittimo condensare nello stesso vocabolo lo stupro e un’osservazione sgradevole o offensiva? Si risponderà che in entrambi i casi viene inflitto dolore. Ma non sarebbe più rigoroso distinguere tra dolore oggettivo e dolore soggettivo, tra violenza, abuso di potere e inciviltà?

Il termine violenza è così legato nelle nostre menti alla violenza fisica che si corre il rischio di generare una deplorevole confusione facendo credere che il 10% delle francesi subiscano aggressioni fisiche dal coniuge. Questa somma di violenze eterogenee che si fonda sulla sola testimonianza di persone raggiunte telefonicamente privilegia in gran parte la soggettività. In mancanza di un confronto con il coniuge, di altri testimoni o di un colloquio approfondito, come è possibile prendere per buone le risposte acquisite?

Il testo riportato sopra è un estratto da «Fausse Route», 2003, pubblicato in Italia nel 2005 con il titolo «La strada sbagliata», opera di Elisabeth Badinter, filosofa francese e femminista storica, non di un misogino integralista talebano.

Dunque, la Badinter giudica faziosa, fuorviante e inattendibile la ricerca commissionata in Francia dalla Segreteria dei Diritti delle Donne. Contesta la validità del metodo di indagine dal quale emerge un dato mistificatorio: si vuol far credere che il 10% delle donne francesi subisca violenza fisica o sessuale.

Da noi cosa accade? L’indagine italiana, condotta con identiche modalità, delinea un panorama ancora più allarmante: 31,9%, più che triplicati i risultati francesi. Dal sito ISTAT:

PRINCIPALI RISULTATI

Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita, il 31,9% della classe di età considerata.

Da notare una curiosa svista dell’ISTAT: le violenze psicologiche, strumento principale per creare stime in grado di gonfiare l’allarme sociale, hanno uno spazio prevalente nel questionario (24 domande), ma si evita accuratamente di nominarle al momento di pubblicare i risultati. Il dato del 31,9%, infatti, viene citato come percentuale di vittime di violenza fisica o sessuale. Ci asteniamo dal fare ulteriori commenti, lasciamo a chi legge il compito di trarre le proprie conclusioni.

Tuttavia, a prescindere da ogni considerazione, vogliamo fare una feroce autocritica. Sconfessiamo la Badinter; ammettiamo che la lettura della sua analisi abbia insinuato cattivi e ingiustificati pensieri sull’ISTAT e soprattutto sul committente, il Ministero per le Pari Opportunità, che — al contrario di quanto «Fausse Route» ci aveva indotto a supporre — assumiamo non abbia chiesto un’indagine dalla quale dovessero obbligatoriamente emergere dati roboanti, così come non lo aveva chiesto a Parigi la Segreteria dei Diritti delle Donne.

Ammettiamo quindi che il questionario sia perfetto così com’è, rispondendo a criteri rigidamente scientifici, imparziali, oggettivi. Resta il fatto della curiosa nota iniziale: non esistono in Italia studi ufficiali sulla violenza agita da soggetti di genere femminile ai danni dei propri mariti o partners, ex mariti o ex partners.

Forse allora la violenza è a senso unico e, quindi, quella femminile non esiste. Ma come mai nessuna fonte ufficiale ha mai sentito l’esigenza di verificare?

Allora il passo è consequenziale: visto che ISTAT e Ministeri non hanno interesse a investire fondi per l’elaborazione di dati ufficiali, necessita almeno un’indagine ufficiosa. Ufficiosa, sì, ma attraverso uno strumento istituzionale, conformato ai criteri di imparzialità e rigidità scientifica propri dell’ISTAT: è necessario utilizzare il prezioso know-how dell’Istituto di Statistica, proponendo l’identico questionario a soggetti di genere maschile.

Se il questionario venisse utilizzato a ruoli invertiti, somministrandolo a uomini sposati, single e separati, cosa potrebbe uscirne? Al pari della critica per la pettinatura femminile, la critica al marito per la cravatta sbagliata può essere classificata come violenza? Se basta una percezione di disagio, mortificazione o imbarazzo per configurare il comportamento violento, cosa dire degli uomini criticati dalle proprie compagne perché incapaci di risolvere i problemi domestici di idraulica e falegnameria? Degli uomini paragonati impietosamente al marito della vicina, magari più sportivo e giovanile? Dei mariti criticati per un impiego non troppo remunerato? Apostrofati con toni irridenti, in pubblico e in privato, per non aver fatto carriera? Derisi per aver perso i capelli? Per non saper abbinare i colori? La lista è infinita…

Ma il filone prevalente, nella sfera delle violenze psicologiche contro il genere maschile, è sicuramente la limitazione del ruolo genitoriale. In caso di rottura della coppia, infatti, la frase in assoluto più frequente che deve subire un padre è: «I tuoi figli te li puoi scordare!». Una violenza devastante, questa sì, in quanto con l’attuale orientamento giurisprudenziale e in barba a una legge certo migliorabile ma che anche nella forma attuale non trova spesso attuazione, i padri hanno la netta percezione di una minaccia tanto terribile quanto perfettamente attuabile.

Sitografia

Alcuni tra gli svariati siti web che è possible consultare:

Commenti (6) a «Violenze in Famiglia: quello che l’ISTAT non dice»

  1. utente anonimo ha detto:

    La ridicolizzazione di cui sono fatte oggetto le serissime domande sulla violenza psicologica evidenziano il maschilismo insito nell'articolo e nella societa'.
    Un persona continuamente ridicolizzata, le cui opinioni vengono sistematicamente ritenute oggetto di disprezzo,a cui viene impedito di decidere come impiegare il proprio tempo o come vestirsi, come comportarsi ecc..,una persona a cui viene proibito di disporre liberamente del proprio denaro e' una persona oggetto di violenza.
    Liquidare tutto cio' con ridicole frasi come "magari si tratta di un commento pacato" significa fingere di non vedere il problema e essere connivente.
    Se alcuni sono maschilisti e sostengono una societa' maschilista almeno abbiano ilcoraggio di dirlo chiaramente.

  2. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    @anonimo #1

    Non credo l'articolo sia maschilista, quanto evidenzi come determinate affermazioni siano facilmente strumentalizzabili. Ad esempio, quante volte abbiamo dovuto fare un passo indietro su qualcosa che ci interessava perché ce lo ha chiesto il partner? Succede in tutte le coppie, etero e omosessuali e a tutti, maschi e femmine. Se avessi risposto io a quel questionario dopo aver invertito i termini delle domande, ovvero averle impostate per un audience maschile, il risultato sarebbe stato che subisco continuamente violenze, ma so perfettamente ch esi tratterebbe di una conclusione insostenibile.

    Ho fatte molte inchieste in vita mia e so come si fanno e come non si fanno: da esperto, al di là di quanto detto nell'articolo, posso affermare che il questionarion in questione era davvero poco professionale. Questa è un'affermazione che con il tema del questionario non ha nulla a che vedere — poteva parlare di tempo libero o sessualità o amore per la natura: chi lo ha fatto, o non era un professionista, o era in malafede. Il mio è un parere tecnico, che con il maschilismo o il femminismo non ha nulla a che vedere.

  3. utente anonimo ha detto:

    L'articolo fa pena ed è una chiara esegesi di mashilismo. E' ovvio che le intervistate sono dotate di ragione essendo esseri senzienti, questo da loro il potere di discernere tra una violenza o meno. Insomma non ci vuole molto. E comunque se si rende noto il problema più a fondo male non fa, cristo santo. Tanto per la cronaca sono un uomo, e la cosa che mi fa più schifo al mondo è la violenza sulle donne.

  4. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    @anonimo #3 Uomo o donna non credo faccia differenza: non baso le mie opinioni sui commenti in base a chi è che li fa ma a fronte di quello che dice. Io personalmente aborro TUTTA la violenza, non solo quella sulle donne. Uomini ch epicchiano donne, donne che uccidono neonati, band di ragazzini che ammazzano adulti a sprangate (proprio oggi un altro caso). Il punto è che quando si fanno le cose, vanno fatte bene, nel modo più professionale possibile. Nessuna posizione od opinione deve essere usata per giustificare un lavoro parziale o fatto semplicemente male, e quel sondaggio era fatto MOLTO male, e a dirlo sono molti che di sondaggi ci capiscono, anche di sesso femminile. Non confondere la critica aun certo tipo di strumentalizzazione del femminismo con il maschilismo. Sono due cose profondamente diverse.

  5. utente anonimo ha detto:

    Caro anonimo (ma perchè non si firma?), lei purtroppo non ha capito o finge di non capire
    Sicuramente è un mio deficit di chiarezza, proviamo a spiegare meglio
    Come mai accusa me di maschilismo? Rilegga, non sono io a dire che le domande sono faziose
    E' un dato oggettivo, sostenuto dalla femminista storica francese Elizabeth Badinter.
    E' maschilista la Badinter, che definisce questo tipo di indagini  "la statistica al servizio dell'ideologia", o lo sono io che mi limito a riportare le sue parole?
    La invito a leggera tutta la critica contenuta nel testo La Fausse Route, Ed, Odile Jacob, Parigi
    E' un testo datato, credo che oggi sia disponibile anche la traduzione italiana.
    La Badinter a mio parere è una donna intelligente, obbiettiva e libera da preconcetti; posso ammirarla senza essere tacciato di maschilismo?

    Si tratta di un questionario costruito e somministrato senza alcun criterio di scientificità, qualunque studente al primo anno di Statistica si farebbe grasse risate.
    Non è attendibile per il campione, non è attendibile per la modalità, non è attendibile per l'impossibilità di verifica
    Faccia lei stesso la prova: telefoni all'ISTAT chiedendo se hanno copia delle 25.000 registrazioni, senta cosa le rispondono

    In sostanza la conclusione è una sola: se lo stesso questionario venisse somministrato ad un target maschile avremmo l'identico risultato di milioni di uomini vittime di violenze, fisiche e psicologiche

  6. utente anonimo ha detto:

    lunedì 19 settembre 2011, dalle ore 16:00 alle 19:00, presso la Corte d’Appello di Salerno, Aula “Parrilli”, L’associazione Giorgio Ambrosoli (A.G.A.S.) di salerno, con il patrocinio del consiglio dell’ordine degli avvocati della Provincia di Salerno e della Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE), Sez. di Salerno, invita alla presentazionedelle pubblicazioni giuridiche dal titolo: Violenza in famiglia. Questioni processuali,di Gianluca D'Aiuto e Violenza in famiglia. Percorsi giurisprudenziali di Emilia Anna Giordano e Mariella De Masellis.
     La violenza, non soltanto  quella di tipo sessuale, è, più spesso di quanto piacerebbe credere, di tipo “domestico”, ossia si verifica in famiglia da parte di parenti o di amici intimi e conduce la vittima a conseguenze che vanno molto al di là del danno fisico.
    Gli effetti più frequenti della violenza, su donne, giovani e bambini, sono la perdita di autostima, l'ansia e la paura per la propria situazione e per quella dei figli che verranno, l'autocolpevolizzazione, un profondo senso di impotenza, la depressione. Tutti fattori che si accomunano ai traumi dagli esiti più o meno reversibili sotto il profilo fisico a cui spesso fanno seguito problemi psico-somatici, disturbi del sonno, danni permanenti alle articolazioni, cicatrici, perdita parziale dell'udito e/o della vista, etc.; in tal senso l’associazione giorgio ambrosoli, continuando nella sua operazione di studio ed apertura sociale sulla conoscenza delle più importanti e problematiche questioni sociali, morali e legali che coinvolgono la collettività e sempre all’insegna della memoria dell’avvocato milanese Giorgio Ambrosoli che con il suo operato funge tuttavia da esempio ammirevole di correttezza morale e coraggio civile, ha sentito la necessità di occuparsi della questio. La manifestazione si aprirà con i saluti dell’Avv. Americo Montera Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Salerno e la presentazione degli autori, Dott.ssa Emilia Anna Giordano, Dott.ssa Mariella De Masellis e Avv. Gianluca D'Aiuto.
    Seguiranno gli interventi dell’Avv. Paolo Carbone, Professionista iscritto presso l’Ordine degli Avvocati di Salerno e del Dott. Luigi Levita, Giudice presso il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi a cui farà seguito la relazione del Dott. Franco Roberti Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Salerno. Fungerà da moderatore l’Avv. Pasquale D’Aiuto, Professionista iscritto presso l’Ordine degli Avvocati di Salerno, Co-Fondatore e Segretario dell’Associazione Giorgio Ambrosoli di Salerno
    La partecipazione all’incontro attribuirà n. 3 crediti formativi per gli Avvocati
    Organizzazione: Associazione Giorgio Ambrosoli Salerno
    http://www.associazionegiorgioambrosolisalerno.it
    info: gianlucadaiuto@libero.it pasqualedaiuto@hotmail.com

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