Qualcosa da dire



Questo non è il mio solito articolo. In genere non parlo di articoli scritti da altri blogger, ma questa volta ho deciso di fare un’eccezione.

Stasera sono andato a fare un salto sul blog di Mauro Lupi per leggerne l’ultimo articolo. Si intitola «Robin Good e il nuovo MasterNewMedia» e parla della nuova strategia editoriale di un sito, MasterNewMedia.org e del suo editore, un certo Luigi Canali de Rossi, alias Robin Good.

Sinceramente non avevo mai sentito parlare né dell’uno né dell’altro e mi ha sempre lasciato un po’ perplesso l’uso di pseudonimi in rete — soprattutto di pseudonimi anglosassoni per noi italiani — ma il bello della rete è che ognuno si fa le proprie regole e poi le segue, quindi va bene così. Ad ogni modo, dato che Mauro parla sempre di cose interessanti, sono andato a dare un’occhiata al sito in questione.

Non sono sicuro di aver bene capito cosa faccia esattamente la MasterNewMedia e dove Robin Good voglia andare a parare, ma alcune delle sue considerazioni mi hanno incuriosito e dato spunto per alcune osservazioni su quanto detto e sulla blogsfera in generale.

Innanzi tutto Robin si focalizza sui blog che si «occupano di media e di tecnologia». In effetti c’è una parte rilevante della blogsfera italiana — le mie osservazioni riguardano solo quest’ultima, in effetti — che è autoreferenziale e tende a parlare più "della rete" che "attraverso la rete". A mio avviso questo è un segno di immaturità della nostra blogsfera. Non intendo dare a questo termine una connotazione negativa, ma il fatto che la blogsfera sia ancora così concentrata su sé stessa e sui mezzi che usa fa capire come il mezzo stesso sia ancora molto immaturo. La vera maturità la rete la raggiungerà quando la tecnologia, soprattutto la tecnologia della rete, diventerà solo uno dei tanti argomenti veicolati attraverso questo potente mezzo di comunicazione. Fintanto che la blogsfera rappresenterà una monocultura, riuscirà a interessare solo una piccola nicchia di potenziali lettori.

In realtà di blog che si interessano di politica, di letteratura, di cinematografia, di cronaca, ce ne sono molti in Italia, ma sono polverizzati, scollegati gli uni rispetto agli altri, legati più da aspetti di natura personale che tematica. In pratica la nostra blogsfera è una nuvola di bolle e di particole che ruotano le une intorno alle altre. Alcune bolle rappresentano quei blog e quegli aggregatori che si referenziano l’un l’altro in modo forte, così da creare vere e proprie lobby digitali. Al di fuori di queste ci sono bolle più piccole, generalmente legate da blogroll, in cui blog di varia natura, da una parte si agganciano a quelli più famosi nella (vana) speranza di ereditare un po’ della loro visibilità, dall’altra si legano a quelli di amici o conoscenti in un mutuo scambio di link che poco ha a che vedere con i reciproci argomenti.

Un secondo aspetto riguarda le «notizie». Non solo la blogsfera parla prevalentemente di tecnologia, ma la stessa notizia viene riflessa all’infinito come in un labirinto di specchi. A dice che B ha detto che C ha riferito che D… e così via. Ma quanti sono a produrre davvero notizie originali? Alla radice della catena nel 90% dei casi non ci sono blog, ma i media. Tutto parte dall’articolo pubblicato sul tal giornale o trasmesso dal tal telegiornale. Solo nel 10% dei casi l’articolo originale è tutta farina del sacco di un blogger. Anche in questo caso, si crea più che altro un tamtam digitale che poco valore aggiunge alla notizia, ma anche quando ciò succede, l’intera catena non produce solitamente contenuti davvero nuovi e originali. E allora? Una blogsfera matura dovrebbe soprattutto essere capace di produrre informazione, riportare fatti in anteprima sfruttando il fatto che molti blogger sono spesso in prima linea rispetto a quei fatti, e ovviamente produrre opinioni, soprattutto opinioni non allineate, non scontate, non banali.

In questo concordo con Robin: «sono pochissimi gli editori che cercano di cogliere il senso della tecnologia». Non solo si ragiona poco sulle notizie, ma quando lo si fa, lo si fa spesso ad uso e consumo degli addetti ai lavori. Robin ha ragione, ma in effetti non ha fatto altro che scoprire un vecchio problema: la non capacità di fare divulgazione. Anche questo è un sintomo di immaturità della blogsfera. La capacità di produrre informazione a 360° in modo da renderla accessibile e comprensibile a una vasta gamma di lettori è uno degli indici di maturità di un sistema informativo. Nel campo dei media, se ad esempio pensiamo alle pubblicazioni scientiche, abbiamo il «Journal of Physics» inteso per i soli ricercatori, lo «Scientific American» realizzato per i non adetti ai lavori che abbiano tuttavia un buon livello di preparazione e cultura scientifica, e infine riviste come «Focus», anch’esse valide in termini di contenuti ma costruite per essere lette da tutti o quasi.

Robin poi parla di «aggregare le migliori news da tutte le risorse più rilevanti». E qui sorge un problema: quali sono le risorse rilevanti? I media? Dopo la figuraccia fatta dai giornali con la storia della presunta Denise Pipitone che «parlava sicuramente un perfetto italiano», non direi proprio. I blog, allora. E quali? I soliti noti? Quelli che parlano sempre l’uno dell’altro? Sicuramente i più famosi, ma che c’entra questo con i contenuti, con la qualità, l’affidabilità, la precisione, la correttezza? Parliamoci chiaro: non esiste alcuna formula o meccanismo automatico per stabilire il rating di un blog. Ci sta provando Wikio con un nuovo algoritmo che ignora blogroll e qualsiasi collegamento che non faccia parte dei contenuti di un articolo, ma in fondo il solo fatto che si faccia riferimento a un certo articolo cosa ci dice davvero del livello di trusting che possiamo avere di quel blog? Magari si sta solo dicendo che quell’articolo è stupido, pieno di errori o semplicemente inutile, eppure tutto questo parlare di quell’articolo non fa altro che far salire il rating del blog. Assurdo, no?

Il punto è che il problema non è tecnologico, ma culturale; non di meccanismi, ma di contenuti. Robin si preoccupa giustamente di educare la gente a «essere editori migliori», ma prima di saper pubblicare qualcosa bisogna avere qualcosa da pubblicare e quello non lo si può insegnare. Questo è la sfida fondamentale della blogsfera: avere qualcosa da dire e non semplicemente diventare il ripetitore del continuo riecheggiare di rumori di fondo. Ho paura che per questo non ci siano strategie che tengano.

Commenti (5) a «Qualcosa da dire»

  1. utente anonimo ha detto:

    Conosco bene Robin Good, dietro il suo personaggio istrionico c’è una grande professionalità.

    Per giudicare il suo progetto dovresti toglierti le lenti dell’operatore dell’informazione, perché Robin Good non è un giornalista ed il suo ruolo non è quello di selezionare le migliori fonti di informazione. Il suo progetto è quello di “insegnare” le persone ad utilizzare gli strumenti della rete per fare business e lo fa con un modello di business originale, non come consulente, non come formatore, ma come “content provider”. All’estero Robin Good è conosciuto e citato, fai una ricerca in rete per verificarlo.

    ciao

    Maurizio Goetz

    p.s non lavoro con Masternewmedia e non ho nessun rapporto professionale con il progetto

  2. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Maurizio, lungi da me dal criticare Robin, che peraltro non conosco. Anzi, in più punti del mio articolo gli dò ragione. Oltre che scrittore e blogger, tuttavia, sono anche un consulente e anch’io fornisco consulenza su come fare business con i moderni mezzi della rete, tuttavia, e quello che ho imparato è stato che troppe volte ci si concentra sul mezzo e poche sul contenuto.

    Il contenuto, prima di diventare contenuto in rete, è il risultato di processi non banali che vanno gestiti per allinearsi agli obiettivi del business. Da qui il knowledge management. Gestire questi obiettivi vuol dire inoltre fare dei cambiamenti anche profondi nella propria organizzazione, e da qui il change management. La rete viene dopo.

    Vedi il mio intervento al Forum sull’Enterprise 2.0 che si è tenuto a Varese.

  3. utente anonimo ha detto:

    Ciao, quoto in pieno il tuo commento sull’articolo di Robin, che stimo molto come persona.

    Il ripubblicare le notizie, anche se in parte (utilizzando l’RSS), non è tutto questo gran servizio. La gente usa internet sopratutto per avere piena libertà di ricerca delle cose che preferisce. Ma se questi contenuti (di qualità) non vengono creati e aimè opportunamente pubblicizzati (ovvero spinti in alto) non verranno mai fuori. Il fatto è che forse andrebbe rivisto il motore di ricerca (big G), che probabilmente fa passare la voglia di creare i contenuti. Servirebbero nuovi strumenti di ricerca e di social ranking integrati in google…

    Anthony

  4. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Beh, prima di definire nuovi strumenti (o magari rivisitare i vecchi), bisognerebbe definire dele metriche affidabili. Il problema è che non è facile trovare un criterio sufficientemente valido per valutare la qualità di un contenuto. Quanto sia letto o quanto sia commentato o referenziato si è dimostrato un criterio debole, o quantomeno non significativo. Se parlo MOLTO male di qualcosa, questo criterio la pone fra i top ten e di fatto la promuove, esattamente come se ne parlassi bene. Un’idea in effetti ce l’ho, ma me la tengo per un prossimo articolo perché richiederebbe più di due righe. Posso solo preannunciarti che sfrutterebbe alcuni aspetti del web semantico.

  5. utente anonimo ha detto:

    Personalmente trovo le analisi fatte da Robin Good su strumenti o idee per pubblicare al meglio sulla rete molto dettagliate e ricche di particolari. Nei suoi articoli, ogni tanto, si trovano delle chicche interessanti.

    Da seguire gli altri progetti dove Robin Good è coinvolto personalmente come il sito/rivista http://www.7thfloor.it/

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