In nome del clero laico



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E così si torna a parlare di riformare la legge elettorale. Non è la prima volta e, temo, non sarà l’ultima. Il punto è che non si possono fare le leggi elettorali andando a scegliere i parametri in base a questa o a quella convenienza politica, ovvero, non si può decidere in che modo si debba votare partendo dal presupposto che un metodo favorirebbe una parte mentre un altro metodo ne favorirebbe un’altra. Ragionando in questo modo, ogni quattro o cinque anni ci ritroveremmo di nuovo di fronte a una richiesta di riforma, dato che chi è stato penalizzato in passato cercherebbe di cambiare il sistema a proprio favore, facendo così che sia esso e non la volontà degli elettori a stabilire chi debba avere il potere in Italia.

Da tempo è stato infatti dimostrato che in un sistema che non sia bipartitico puro — e parlo di partiti, non di coalizioni — non esiste una legge elettorale che soddisfi tutti i requisiti che dovrebbe avere un sistema equo e imparziale: qualsiasi legge si ipotizzi favorirà sempre una parte o l’altra. Come fare allora a stabilire la migliore legge possibile, fermo restando che il metodo perfetto non esiste?

C’è un solo modo: partendo da principi forti, chiari e condivisibili, che siano indipendenti dalla situazione attuale e da fattori contingenti. E quali principi possono essere assunti se non quelli della nostra Costituzione? Indubbiamente partire dai principi costituzionali è una garanzia, ma resta da chiarire quali siano i principi a cui fare riferimento, fra i tanti che la nostra Costituzione sancisce. A mio avviso essenzialmente due: la rappresentatività e la separazione dei poteri.

Potrà sembrarvi strano, ma nessuno di questi principi è mai stato pienamente soddisfatto dalle precedenti leggi elettorali. I poteri dello Stato sono tre, come sappiamo. Quello giudiziario non rientra tra i poteri eletti dal popolo, per cui concentriamoci su quello legislativo e su quello esecutivo, ovvero Parlamento e Governo. È evidente che un sistema elettorale che debba garantire una reale separazione di questi due poteri non può e non deve far sì che chi ha la maggioranza nel Parlamento debba per forza avere anche il compito di fare il Governo. Da noi è così, ma è profondamente sbagliato. La confusione è tale che in Italia, quando ci sono problemi di maggioranza in una delle Camere si arriva a parlare di potenziale ingovernabilità. Niente di più assurdo: una cosa è governare, un’altra legiferare. Governo e Parlamento sono due organi completamente differenti, con due ruoli e obiettivi diversi. Legare le elezioni del Parlamento a quelle del Governo è il maggior difetto del nostro sistema elettorale.

In Francia o negli Stati Uniti d’America non è raro che l’organo esecutivo e quello legislativo possano andare a coalizioni o partiti opposti, e questo non ha mai portato all’ingovernabilità. Non solo: lo stesso elettore potrebbe volere, ad esempio, un Governo di destra, in quanto più decisionista, e un Parlamento di sinistra, in quanto magari più attento agli aspetti sociali. Una scelta di questo tipo sarebbe tutt’altro che incoerente. Da noi, invece, non solo le elezioni determinano «chi piglia tutto», ma i Governi usano in modo eccessivo i decreti legge andando a prevaricare di fatto quello che è il compito del Parlamento, mentre in quest’ultimo si cerca spesso di sostenere od ostacolare il potere esecutivo attraverso un ricorso eccessivo della fiducia.

La soluzione è semplice: Parlamento e Governo vanno eletti separatamente, ovvero, le elezioni di deputati e senatori devono essere ben distinte dalla scelta da parte degli elettori di chi debba formare il Governo. Lo scenario ideale sarebbe una Camera che avesse il compito di legiferare e i cui membri fossero scelti con il sistema proporzionale, un Senato che avesse il ruolo di organismo di controllo, con i senatori eletti su base regionale in collegi uninominali, e un Presidente del Consiglio la cui elezione avvenisse a livello nazionale in due fasi: una prima, con sistema proporzionale, in cui vengono selezionati i due candidati che hanno avuto il maggior numero di voti, e una seconda, ovvero un ballottaggio, dopo che i due candidati abbiano pubblicato esplicitamente la lista dei ministri che intendono portare al Governo. In questo modo gli elettori non solo sceglierebbero il Presidente del Consiglio, ma il Governo vero e proprio.

La rappresentatività verrebbe quindi rispettata e rafforzata, primo perché entrambi i poteri sarebbero eletti direttamente dal popolo, senza intermediari di alcun genere, secondo perché la scelta dei propri rappresentanti avverrebbe attraverso l’espressione obbligatoria di una preferenza e non mettendo una croce sul simbolo di un partito o di una coalizione. Questa sì che sarebbe una riforma forte, che metterebbe fine una volta per tutte a quei deprimenti melodrammi cui ci tocca assistere sempre più spesso. Questa dovrebbe essere la via, ma non lo sarà, perché darebbe veramente troppo potere al popolo, come è giusto che sia in una vera democrazia, tagliando fuori dai giochi quel clero laico che è oggi il nostro sistema partitico.

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