Andrea De Carlo



Andrea De Carlo
di Marinella Saiu

Una scrittura agile e nervosa, storie metropolitane che sembrano crudi film in cui il lettore ha la sensazione di entrare ed uscire (per empatia o paura) dallo schermo. Disagio e ricerca estenuante di felicità. Questi sono i libri di Andrea de Carlo, 48 anni, uno degli scrittori più amati dalle nuove generazioni. «Arcodamore», «Treno di panna», «Due di due», «Macno», «Tecniche di seduzione»: ogni suo nuovo libro diventa un best seller e scala inevitabilmente le classifiche di vendite. Le sue sono storie d’amore in cui si mescolano inscindibilmente passione e rabbia e le domande sul senso della vita. «Uno vive, e poi si accorge che la sua vita gli si è già consumata per un quarto o un terzo o metà, e tutti gli sorridono e gli dicono che è solo un pensiero futile e pericoloso, come un ostacolo su un’autostrada, da togliere di mezzo per andare avanti e avanti e avanti a essere quello che si è sempre stati» scrive nel suo romanzo più recente, «Nel momento». Magia degli scrittori: lo si immagina in una brutta metropoli gonfia di disperazione e attesa e invece trascorre la maggior parte del suo tempo in una casa di campagna.

A cosa sta lavorando?

È da un qualche mese che mi sto occupando di un nuovo libro che deve, però, ancora prendere forma. Per il momento sono in territorio di scoperta.

Sognava già da piccolo di diventare Andrea de Carlo?

Intende se volevo diventare uno scrittore? No, non era il mio sogno da bambino. Solo con il tempo ho scoperto di voler scrivere.

Come è avvenuto l’incontro con la scrittura?

È stato un processo di avvicinamento molto lento e graduale. Ho sempre letto molto, fin da bambino, e poco alla volta ho cominciato a scrivere. Ho conosciuto il mondo dei libri da lettore, come credo capiti quasi a chiunque, e poco alla volta ho avuto sempre più voglia di restarci. E il modo di rimanerci era scrivere. Non sono partito con un romanzo, sono andato avanti per anni scrivendo cose molto più modeste di durata e ambizione. Poi, poco alla volta, sono arrivato a scrivere romanzi.

Quali sono gli autori che l’hanno formata?

Sono tanti, e molto diversi, e riflettono l’aspetto istintivo delle mie letture: senza seguire un sistema. Gli autori che hanno contato? Da Franz Kafka a Dumas, a Lev Tolstoj, a Scott Fitzgerald e anche scrittori italiani, scoperti in seguito, come Beppe Fenoglio, Calvino, Italo Svevo.

Quanto c’è di autobiografico in ognuno dei suoi libri?

È una domanda che i lettori pongono spesso e anch’io, quando leggo libri di altri, ho la stessa curiosità. Di solito c’è molto, non in senso letterale di diario pubblico, ma di materia diretta. Io riesco a scrivere di luoghi, situazioni, esperienze, lavori che conosco, non posso raccontare cose di cui ho sentito solo parlare o solo letto. In questo senso sono tutti autobiografici. In un romanzo, ovviamente, si mescolano fatti veri con altri immaginari. Sovrapposizione indispensabile, altrimenti non sarebbero romanzi.

Una caratteristica ricorrente e fondamentale dei suoi romanzi è il rapporto con un uomo (sia di amicizia sia professionale) in cui, però, uno dei due è sempre dipendente e in soggezione nei confronti dell’altro. In quale delle due figure si identifica maggiormente?

Probabilmente in nessuna delle due. Non sono mai riuscito ad identificarmi in un ruolo fisso, nemmeno in quello dello scrittore che è il mio lavoro. Cerco, se possibile, di rimanere fuori dai ruoli perché ne ho molta paura, perché so che spesso sono più forti delle persone. In genere trasferisco nei libri le mie osservazioni sulle relazioni che intercorrono tra gli esseri umani. E il potere o l’affermazione di una persona implica una sostanziale disparità nei suoi rapporti con gli altri. Le figure affascinanti o di potere nascono da considerazioni che riguardano in generale gli altri, più che me stesso. Le riflessioni sui miei libri, però, le fanno meglio quelli che li leggono: Io ci sono dentro per troppo tempo e se, in seguito, dovessi anche analizzarli credo che mi disgusterebbe completamente.

Qual è il suo rapporto con l’universo maschile?

È un rapporto strano. Ho capito di non amare moltissimo gli altri uomini quando, all’inizio della seconda elementare, il direttore ci comunicò che saremmo stati divisi tra maschi e femmine (e ride, n.d.r.). Ero molto affascinato dai rapporti con le bambine, da tutto quello era ed è la parte femminile del mondo. Gli uomini mi interessano molto meno, è sempre stato così. I miei amici di sesso maschile sono sempre un po’ atipici, forse perché i maschi "tipici" mi sono sempre sembrati molto prevedibili, meccanici, molto limitati, di conseguenza poco interessanti.

La maggior parte dei suoi personaggi è legata alla creatività, all’arte (riflettendo il suo vissuto). Scrivere sulla vita di un meccanico o di un poliziotto la allontanerebbe dal suo percorso? Significa che si può scrivere solo ciò che si vive?

Credo che un bel libro su un poliziotto o su un meccanico che racconti qualcosa di vero, che travalichi gli stereotipi e luoghi comuni di cui sono impregnate per esempio le fiction televisive o la cattiva letteratura, dovrebbero scriverlo le persone direttamente interessate.

Ma non tutti possono essere scrittori…

Potrebbero diventarlo, perché no? Pensi al pastore che ha scritto "Padre padrone". Può anche darsi che uno scrittore di tutt’altre origini possa farlo, ma, secondo me, è fondamentale una conoscenza vera delle situazioni che si raccontano. Io sono incuriosito da altri lavori, da altre dimensioni di vita e, a volte, mi capita di entrarci, però so che per scriverne davvero bene dovrei averne una maggiore cognizione. Quando si lavora con materiale di riporto è praticamente impossibile raccontare o svelare un lato ancora sconosciuto. Nel primo libro ho parlato di un cameriere, a Los Angeles, in un ristorante italiano: credo di essere riuscito a descriverlo abbastanza bene perché, per qualche mese, ho fatto quel mestiere e non mi sono limitato ad osservare dei camerieri al lavoro. Gli scrittori che mi interessano hanno vissuto delle esperienze vere, penso a Dostoevskij che raccontava della prigionia in Siberia che aveva vissuto o delle sale da gioco dove si era rovinato veramente. Era la sua vita reale. Non avrebbe mai potuto scrivere così se fosse stato altrove o in una dimensione estranea a quella che ha descritto.

Il rapporto con le donne sembra spesso difficile. Inizialmente si fa prendere da un desiderio forte, infantile, un impulso a fare qualunque cosa per la donna amata, destinato poi ad un «Arcodamore». Cosa rappresentano le donne nella sua vita?

Le donne rappresentano tante cose. Ho sempre nutrito un grande interesse per il mondo femminile seppur riconoscendo grandi difficoltà di comunicazione: la componente maschile porta a un conflitto con le donne. Per quanto sia grande l’interesse, la voglia di conoscersi e di capirsi c’è sempre una specie di lotta tra generi. E forse non essere uguali, non avere identiche motivazioni o processi mentali, e in parte il conflitto, sono alcuni degli elementi d’interesse. Nei personaggi che descrivo, rifletto inevitabilmente molte delle difficoltà e delle ragioni di fascino e curiosità personali.

E quali altre problematiche ci sono, secondo lei, nel rapporto uomo-donna?

Ce ne sono tante. Per gli uomini e, forse più, per le donne, è l’idea della possibilità di incontrare una persona ideale che sia portatrice di tutto quello che desideriamo dalla vita. La delusione che ne consegue è quasi sempre una delle ragioni principali del conflitto. Naturalmente ce ne sono molte altre: dai conflitti di ruoli alle molte sopraffazioni di cui le donne ancora sono vittime.

Quindi ritiene poco credibile l’assunto secondo il quale la maschilità, negli ultimi trent’anni, è stata massacrata dalle donne?

Io credo che ci sia un grande equivoco. Negli anni ’60 c’è stata una fortissima presa di coscienza delle donne, ma il mondo non si è evoluto in base a quella consapevolezza. Malgrado tutto quello che si dice c’è un’immagine della donna che, soprattutto in questo paese, negli ultimi decenni non è molto cambiata. La liberazione è apparente, basta guardare qualunque show del sabato sera con le ballerine in mutande, o la copertina di riviste di grande tiratura, e si capisce bene che scarsa evoluzione ci sia stata. Per non parlare delle professioni: un’immagine del Parlamento o di qualunque centro di potere danno un’idea abbastanza precisa di come stiano le cose. Il potere è rimasto, sostanzialmente, agli uomini. In generale si tende ancora oggi a trattare quel periodo di illuminazione come una moda che è andata e, invece, io credo che ci siano ancora molte questioni da affrontare. Gli uomini sono in difficoltà? C’è stata sicuramente, almeno formalmente, una rottura dei ruoli più tradizionali che, però, non si è risolta a vantaggio delle donne. L’uomo ha rinunciato alla parte del difensore, protettore, cacciatore, che poi, alla fine, era un ruolo pesante. Gli uomini, oggi, hanno assunto un aspetto apparentemente più vulnerabile, debole, meno coriaceo, si lamentano molto di più e confessano difficoltà che prima nascondevano, però non credo siano stati massacrati.

Sembra che lei voglia spesso fuggire da Milano. Che rapporto ha con la sua città natale?

Io odio e ho sempre odiato Milano. Ci passo pochissimo tempo ed esclusivamente per ragioni affettive: c’è mia figlia, ci sono i miei genitori, degli amici a cui tengo molto. E vengono pubblicati i miei libri. È una città molto avara, meschina, che non offre quasi niente a chi ci vive. È anche molto poco italiana, il contrario di tutto quello che gli stranieri immaginano delle nostre città: spazi vivibili, luoghi di ritrovo, caffè all’aperto, insomma uso dello spazio come gioia collettiva. Da Milano la gente scappa sempre. I milanesi amano pochissimo la loro città, e non cercano in nessun modo di migliorarla, e la città si vendica dando pochissimo ai suoi cittadini.

Il suo odio per il potere credo sia inequivocabile. Cosa le fa più orrore del mondo politico attuale?

Mi fa orrore tutto: dalle facce dei personaggi al fatto che la politica italiana non abbia cambiato percorso nemmeno dopo lo scrollone di Mani Pulite. E invece tutto si è riformato come prima, per certi versi anche peggio di prima. I politici si interessano a tutto tranne a quello di cui si dovrebbero occupare: la scuola, gli ospedali, le prospettive per i giovani. Non ci saranno miglioramenti finché i politici saranno occupati nei loro traffici, in quel meccanismo infernale di apparizioni, di discorsi vuoti, di retorica vecchio stile, di furberie.

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Commenti (3) a «Andrea De Carlo»

  1. bunkerlab ha detto:

    ***consigli per gli acquisti***

    bunkerLab…tatuaggi per l’anima…

    ***grazie dell’attenzione***

  2. MatteoTassinari ha detto:


    Ciao, sono Matteo della casa editrice Derive&Approdi e vorrei segnalarti che su Splinder ti abbiamo inviato un messaggio d’informazione letteraria.

    Ciao e grazie per la cortese attenzione che ci dedichi. Matteo.

  3. antofloyd ha detto:

    Di De Carlo ho letto “due di due” soltanto, tempo fà, non mi fece particolare impressione quindi non lessi più nulla di suo… però la lettura è influenzata dal “momento” in cui si vive… forse leggerò questo nuovo libro.

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