Devoluzione: oltre il sì e il no



Prendo spunto da un blog della rete di Splinder, ovvero No alla Devolution, per fare qualche considerazione sulla tematica del decentramento amministrativo.

Sul blog in questione, ilfreddo81 afferma

Ho deciso di mettere su questo blog, per manifestare il mio voto del 25 e 26 Giugno: NO alla Devolution. In Italia serve un’idea che unisca piuttosto che divida ed il federalismo auspicato dalla Lega è una sorta di anticamera della loro bene amata seccessione. …omissis… La Devolution pare che sia stata voluta al fine di ridurre la distanza fra lo Stato ed il cittadino, si realizzerà per mezzo dell’affidamento alle Regioni di potestà legislative in materia sanitaria, di organizzazione scolastica, di polizia amministrativa e di ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato, ma non tenendo conto della situazione attuale dello stato di alcune regioni del mezzogiorno.

A mio avviso, ancora una volta, ci troviamo di fronte a un modo totalmente sbagliato di affrontare un problema, ovvero al porre la questione in termini di o NO a qualcosa che in effetti non è mai stato definito chiaramente e che solo una volta declinato nello specifico può diventare oggetto di dibattito.

Parlare infatti di devolution non ha senso fintanto che non definiamo con chiarezza cosa si intenda con questo termine, e non in senso generico — quel significato credo sia chiaro a tutti — ma nello specifico, ovvero come si intenda realizzare in effetti tale devoluzione.

In realtà, senza dover ricorrere ad anglicismi di alcun genere, la problematica è vecchia quanto il mondo ed è quella della delega del potere all’interno di un’organizzazione. In generale, in un sistema, ruoli e responsabilità andrebbero assegnati in modo da massimizzare l’efficienza del sistema e, se possibile, aumentare l’efficacia della singola azione. Nell’ambito delle imprese questo modo di pensare ha portato a profondi cambiamenti, tanto che dalle vecchie strutture piramidali, tipiche ancora di alcune piccole e medie imprese, si è passati alle organizzazioni a matrici e poi a rete. In questi sistemi, il potere è distribuito in modo strettamente connesso ai processi operativi, i quali a loro volta sono, o almeno dovrebbero, essere allineati alla strategia aziendale.

Questi principi non valgono solo per le imprese, ma per qualsiasi organizzazione, sia essa basata sul profitto o meno. Alcune attività richiedono infatti una visione di insieme, capacità di coordinamento, gestione dei fattori di scala, un certo livello di standardizzazione, processi trasversali e quindi una struttura decisionale centralizzata; altre si possono avvantaggiare di una maggiore efficienza operativa se la struttura decisionale è periferica, il più vicino possibile al problema riguardo al quale si deve decidere. In questo caso è più importante adattare il processo alle esigenze specifiche e quindi alla realtà locale, evidando pericolose generalizzazioni che pur abbiano funzionato in altre realtà.

I due scenari non sono tuttavia alternativi, né si pongono in antitesi agli estremi opposti dello spettro delle possibili soluzioni. Essi sono piuttosto due approcci complementari che possono coesistere anche nello stesso ambito, e persino sovrapporsi, purché sia chiaro dove arrivi l’influenza del primo e dove inizi quella del secondo.

Un caso classico che riguarda, guarda caso, soprattutto il nostro Mezzogiorno, è quello del Turismo. In questo ambito, infatti, è evidente come lo sviluppo locale sia un elemento fondamentale per creare un’offerta valida e appetibile. Chi meglio di coloro che stanno sul territorio possono conoscere come valorizzare lo stesso e quali interventi attuare per farlo? D’altra parte, il turista non vede il singolo punto di attrazione come elemento a sé stante, ma come parte di un’offerta complessiva sul territorio che deve garantire determinati standard di qualità in modo uniforme.

Ecco allora che solo una strategia e una serie di norme e standard definiti a livello centrale, all’interno dei quali inquadrare le iniziative locali, può generare quel livello di interesse, fondamentale per l’acquisizione di rilevanti flussi turistici soprattutto dall’estero. Tale strategia si deve soprattutto orientare sulla creazione di infrastrutture, sulla logistica dei trasporti interni, su tutta una serie di servizi che potremmo a tutti gli effetti considerare una sorta di franchising, e ai quali le realtà locali dovrebbero poter accedere per integrare le risorse in loro possesso al fine di realizzare iniziative di successo. Dal canto loro, quest’ultime dovrebbero definire, appunto, iniziative di valorizzazione dei punti di attrazione e coordinarsi con l’aiuto di strutture geografiche con altre realtà similari per mettere a fattor comune risorse ed esperienze. In questo il sistema centrale farebbe da collante, un po’ come lo è un fornitore di servizi in rete per una serie di nodi fra loro interconnessi.

Sul problema dell’offerta turistica in Italia, come migliorarla e quali strategie adottare per far crescere l’industria del turismo nel Mezzogiorno, si potrebbe parlare a lungo. Mi preme qui solo ricordare che questo è solo un esempio. In realtà, la calibrazione fine di un sistema di potere tramite la distribuzione dello stesso e la creazione di una struttura di delega, possibilmente basata su una matrice funzionale piuttosto che su una tassonomia gerarchica, è un approccio che può essere applicato a qualunque ambito di competenza delle istituzioni, dalla Sanità alla Sicurezza, dal sostegno all’Occupazione alla definizione di infrastrutture per il trasporto di merci e passeggeri a breve, medio e lungo raggio.

Mi sembra quindi evidente, a questo punto, come il porsi il problema in termini di devoluzione sì o no è solo un modo per distrarre l’attenzione della gente dall’incapacità di porre il problema in termini più concreti, presentando soluzioni realistiche e fattibili e trasformando così, ancora una volta, uno dei tanti problemi che affliggono il nostro Paese, in una sorta di termometro elettorale inteso solo a definire gli equilibri di potere fra schieramenti opposti.

Commenti (3) a «Devoluzione: oltre il sì e il no»

  1. ilfreddo81 ha detto:

    Il tuo post evidenzia una tua spiccata preparazione in materia di sistemi organizzativi… efficienza, efficacia, addirittura strategie aziendali?

    La nostra società vive un profondo malessere, causa di una cattiva gestione del passato, dove la classe politica pensava più agli interessi personali, piuttosto quelli comuni. Oggi non sai quanto sia difficile parlare in Calabria di pianificazione, di obiettivi, ne è la prova che dal 2006, la Calabria beneficerà ancora una volta dei fondi europei, rientrando tra le Regioni ad obiettivo 1. Ciò che pare un vantaggio, si trasforma inevitabilmente in una sconfitta: investimenti sbagliati, truffe, raggiri agli enti locali, la mano dei politici a fare da gestori… Tutto ciò fa riflettere, come ancora alcune Regioni del Mezzogiorno siano carenti dal punto di viste di adeguate infrastrutture per gestire le proprie risorse naturali, su tutte cito il Turismo e l’Agricoltura. Il dato è sintomo di un’incapacità di gestione organizzativa da parte degli enti locali, di una continua presenza mafiosa, che soffoca ogni tentativo di ribalta del sistema meridionale.

    Ecco perchè dico NO al decentramento del potere verso chi non ha le basi solide e stabile per una corretta amministrazione. Si potrà parlare di Decentramento quando avremo una situazione più omogenea sul territorio nazionale, oggi sarebbe solo un danno!

  2. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Capisco perfettamente il tuo punto di vista e condivido le tue preoccupazioni. Tuttavia il problema non è allora se essere o meno d’accordo su un certo livello di decentramento, ma di assicurarci che di tale decentramento non ne approfitti quel sistema clientelare e spesso criminale che affligge il Mezzogiorno. Giustamente tu fai notare come a causa di questo sistema, persino un vantaggio evidente come quello dei finanziamenti agevolati diventi di fatto un boomerang. Tuttavia, come mi sembra evidente che la soluzione non possa essere nel cancellare tali finanziamenti, non solo per la Calabria o il Sud, ma per tutte le zone depresse di Italia, così non mi sembra che negare in tutta Italia un certo livello di delega possa essere giustificato in base al fatto che nel Sud questo comporterebbe problemi.

    Bisogna combattere le organizzazioni criminali e il clientelarismo, ma nello stesso tempo dare anche a quegli amministratori bravi e onesti, e ce ne sono, strumenti adeguati per governare bene comuni, provincie e regioni, sia nel Sud che nel Centro e nel Nord.

    Ovviamente questo non ha nulla a che vedere con il votare sì o no al referendum. Come ho già detto, quello è un falso problema.

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