Vive l’Europe!



Ho appena finito di leggere un articolo sul blog di Anna Masera, pubblicato sul sito del «La Stampa». Si intitola «Biblioteche di tutta Europa unitevi, sul Web» e tratta della controffensiva europea all’iniziativa di Google per una biblioteca digitale.

Riassumo per chi non conoscesse i fatti.

Qualche tempo fa Google ha lanciato un gigantesco progetto di digitalizzazione di libri, elaborato in concerto le quattro università di Oxford, Harvard, Stanford e quella del Michigan, e con la biblioteca pubblica di New York, per la messa in rete di oltre 15 milioni di volumi, ovviamente in lingua inglese.

Di fronte a questa iniziativa, a Parigi, presso la Comedie Francaise, si sono riuniti ottocento fra politici, intellettuali, artisti e operatori della cultura europei per dare vita ad un’analoga iniziativa per contrastare quello che si ritiene essere un vero e proprio attacco alla cultura del Vecchio Continente.

Così, le le biblioteche centrali di Italia, Slovenia, Spagna, Grecia, Germania, Irlanda, Austria, Slovacchia, Cechia, Polonia, Belgio, Danimarca, Olanda, Svezia, Lituania, Estonia e Lussemburgo, guidate dalla prestigiosa BNF, la Biblioteca Nazionale Francese, hanno firmato un manifesto in difesa della cultura europea.

Sebbene io sia uno dei primi a sostenere l’importanza di una rete multiculturale e non abbia mai apprezzato l’eccessiva americanizzazione della nostra società, tanto da aver dato vita, assieme ad altri volontari europei, al Progetto Dizionario, devo fare a questo punto due considerazioni pratiche.

PRIMO: se digitalizzare gran parte del materiale che si trova nelle biblioteche europee certamente rappresenterà un servizio di indubbia utilità per i cittadini europei, che potranno così consultare da casa materiale altrimenti disponibile solo presso le Biblioteche Nazionali di alcune città, dubito fortemente che questo potrà contrastare la diffusione della cultura anglosassone, e soprattutto di quella americana, nel mondo. Il motivo è molto semplice: l’inglese, più o meno, lo leggono ormai tutti, mentre questo non è vero per le altre lingue. Se francesi e spagnoli continueranno infatti ad avvantaggiarsi del fatto che le loro lingue sono comunque molto diffuse sul pianeta — sopratutto i secondi — non altrettanto si può dire per le altre lingue europee. Ancora ancora il tedesco e il russo, ma non sarà certamente mettendo in rete materiale in slovacco, greco, italiano o danese che la diffusione della cultura americana potrà essere contrastata.

La cultura si combatte con la cultura, ovvero diffondendone i principi. Se si volesse realmente contrastare il pensiero anglo-americano bisognerebbe farlo sul loro campo di battaglia, ovvero diffondendo in inglese i principi della cultura europea. Ma se questo lo si fa semplicemente mettendo in rete video e scritti in olandese, svedese o sloveno, allora si rischia di fare un buco nell’acqua. Intendiamoci: si dovrebbe fare, anzi, avrebbe dovuto essere già fatto, ma non come controffensiva culturale, piuttosto come servizio nei confronti dei cittadini di quei Paesi. Ma che ci piaccia o meno, la maggior parte dei Paesi emergenti nel mondo sta abbandonando la propria lingua per l’inglese, dato che questo permette di dare un maggiore impulso agli scambi commerciali e quindi al loro sviluppo economico. Il mondo parla inglese, e quindi la cultura viene trasmessa con quella lingua. Ma quale cultura? Qui possiamo fare qualcosa, ma solo se abbiamo il coraggio di tradurre in inglese il nostro modo di pensare, le nostre idee, i nostri scritti.

Ad esempio, se i grandi gruppi editoriali italiani, invece di puntare in buona parte sulla traduzione di romanzi americani, dessero più spazio agli autori italiani — non solo a quelli raccomandati da qualche politico o famosi per aver messo il loro bel faccino nel piccolo schermo — e soprattutto facessero accordi con editori indipendenti americani e inglesi per diffondere le traduzioni in inglese di testi italiani, otterremmo molto di più che a pubblicare in rete vecchi libri in italiano.

SECONDO: Google è un’azienda privata e come tale ragiona. A Google, di fare la guerra agli europei non interessa. Ho parlato con uno dei loro dirigenti e mi hanno detto che hanno già piani per portare la stessa iniziativa anche in altre lingue, come lo spagnolo, ad esempio. Per loro vuol dire semplicemente aprire un nuovo mercato. E conoscendo come operano le imprese americane, potete stare sicuri che una biblioteca digitale in spagnolo o francese sarà disponibile da Google, o da parte di qualche altra impresa del settore, prima ancora che gli europei si siano messi d’accordo sul progetto e su chi ne pagherà le spese. Già, perché mentre i francesi sono alla ricerca di fondi europei, secondo il classico stile del Vecchio Continente — paga Pantalone — gli americani basano le loro iniziative sul semplice e puro profitto, che in questo caso non deriva dal servizio in sé, assolutamente gratuito, ma dalla pubblicità e dagli sponsor. E questo, sarebbe ora che lo imparassimo, noi europei.

Commenti (3) a «Vive l’Europe!»

  1. beppestarnazza ha detto:

    L’interessante e ambizioso progetto di Google non solo non rischia di minare la cultura del vecchio continente, ma non potrà che fare del bene perchè la conoscenza globale può solo rappresentare un antidoto alla follia genocida che si annida in qualche esaltato che ogni tanto la storia ci regala … A tale proposito segnalo una riflessione di Vittorio Zucconi, giornalista e corrispondente USA di Repubblica, che in occasione della scorsa giornata della memoria commentava così il progetto di mettere in rete tutto quanto l’uomo abbia mai scritto da Gutemberg ad oggi.

  2. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    La preoccupazione degli europei ha una sua fondatezza, tuttavia: la storia la scrivono i vincitori. Ovvero gli stessi fatti storici vengono raccontati in modo differente dalle varie culture. Ecco perché è importante accedere parimenti a tutte le interpretazioni e non solo ad una.

  3. LongJohnSmith ha detto:

    Diffondere la cultura tutta, è un dovere, e il fatto che venga diffusa sotto iniziativa di privati, mi conferma l’idea che i princìpi liberali sono gli unici che davvero difendono le libertà in genere e la libertà culturale in particolare. Adam Smith si conferma ancora una volta tra i più importanti filosofi e vegenti della storia.

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