Che cos’è l’intelligenza?



Diverso tempo fa incontrai un amico. Era abbastanza abbattuto perché aveva fatto un test d’intelligenza e il risultato non lo aveva minimamente soddisfatto. «Ma possibile che sia così stupido?» mi disse. Dato che ritenevo fosse un individuo speciale e molto in gamba, mi dispiaceva vederlo in quello stato, e così gli raccontai la seguente storia.

Agli inizi degli anni Novanta mi trovavo, all’interno di alcuni studi sulla Gestione della Conoscenza, ad aver bisogno di una definizione operativa di «intelligenza», ovvero una definizione che portasse a un’indicazione oggettiva di misurabilità dell’intelligenza quale caratteristica intrinseca non solo di un singolo individuo, ma anche di un gruppo e, in senso più esteso, di un’organizzazione.

Tutte le definizioni esistenti coprivano solo alcuni aspetti di quella che comunemente è ritenuta essere l’intelligenza, se considerata una categoria del pensiero. Inoltre gli attuali test per la rilevazione del quoziente di intelligenza (Q.I.) spesso prendevano in considerazione solo un particolare tipo di intelligenza, anche perché disegnati per scopi pratici, come ad esempio la selezione del personale nelle grandi aziende. Qualcuno maliziosamente ha detto che l’unica cosa che un test d’intelligenza misura è la capacità di risolvere i test d’intelligenza. Un’affermazione provocativa, forse, ma non lontana dalla verità.

Quella che a me serviva, invece, era una definizione semplice e al contempo quanto più ampia possibile che includesse tutte le tipologie di pensiero, sia razionali che irrazionali, come ad esempio quelle relative al «genio artistico». Non entro in merito sui processi mentali che mi portarono a sviluppare una definizione che mi soddisfacesse, fatto sta che alla fine arrivai alla seguente:

«L’intelligenza è la capacità di sviluppare e gestire schemi relazionali.»

Ne conseguiva immediatamente il corollario:

«Quanto più ampi e complessi sono gli schemi che si sviluppano e gestiscono e quanto più velocemente questo avviene, tanto più intelligenti si è.»

Vediamo di chiarire il concetto. Innanzi tutto quando parliamo di relazioni parliamo di qualunque genere di relazione fra due o più elementi, sia essa espressione di un pensiero razionale che di un’intuizione artistica. È quindi una relazione quella di causa-effetto, ma è anche una relazione quella fra uno stato d’animo e un colore o una forma.

Ora, se si prende tutta una serie di elementi, sia che corrispondano ad entità fisiche sia che coinvolgano concetti astratti, e si mettono questi elementi in relazione fra loro, abbiamo quello che possiamo chiamare uno «schema relazionale». Un modello semplice per visualizzare uno schema di questo tipo è il classico grafo, in cui gli elementi sono i nodi e le relazioni i segmenti che collegano i vari nodi.

Uno schema relazionale tuttavia non è un modello statico, ma dinamico, dato che le relazioni e i nodi cambiano in continuazione. In uno schema dinamico ora appaiono nuovi nodi, ora scompaiono, ora si formano nuovi collegamenti, ora collegamenti vecchi cambiano, si spostano, spariscono, il tutto in un continuo divenire.

Quando la nostra intelligenza inizia a generare questi schemi dinamici, abbiamo quell’attività che chiamiamo «pensiero». Attenzione, non stiamo parlando di raziocinio: si può pensare anche in modo irrazionale. Sempre di pensiero si tratta.

Quando pensiamo, non facciamo altro che costruire relazioni fra elementi del mondo esterno ed elementi del nostro mondo interiore, in tutte le possibili combinazioni: esperienze, informazioni, sensazioni, sentimenti. Il nostro pensare modifica in continuazione questi schemi alla ricerca di una qualche stabilità. Quando uno schema diventa sufficientemente stabile — non lo sarà mai del tutto, dato che non siamo un sistema chiuso e siamo quindi soggetti continuamente a nuovi stimoli e nuove esperienze — allora diciamo di essere arrivati a delle conclusioni. Nascono così le «idee». Tutto ciò ovviamente non vale solo per il singolo individuo, ma anche per un insieme di individui che si relazionano fra loro.

Un’idea altro non è quindi che uno schema nuovo, o almeno che noi riteniamo tale, costruito a partire da una selezione di elementi a nostra disposizione. La novità non è quindi negli elementi, ma nelle relazioni. Ovviamente nuovi elmenti possono portare a sviluppare relazioni prima impensabili e quindi a idee assolutamente innovative.

Il tutto può avvenire anche in modo inconscio. Infatti, quando questi schemi vengono costruiti in buona parte attraverso un processo conscio, possibilmente attraverso un metodo, parliamo di pensiero razionale, altrimenti ci riferiamo ad esso con il termine «intuizione». A volte l’intuizione ci permette di stabilizzare sufficientemente uno schema caotico affinché possa essere elaborato attraverso il raziocinio. Non sempre però questo è possibile. Se infatti lo schema è complicato, può sempre essere ricondotto a una serie di sottoschemi più semplici collegati fra loro da dipendenze chiare e quindi da relazioni ben definite, ma se lo schema è complesso, allora non è semplificabile e va affrontato nel suo complesso.

Inoltre non sempre le relazioni sono esprimibili, ovvero non sempre ne può essere data una definizione chiara e univoca. Ci sono relazioni non esprimibili, come ad esempio quelle che portano un artista ad associare fra loro forme e colori, a costruire strutture linguistiche che portano chi le legge a provare determinate sensazioni non necessariamente collegate alla sola semantica, ma alla musicalità e alla struttura stessa dell’opera.

Il discorso potrebbe continuare a lungo, anche perché, una volta data una definizione operativa, questa va messa alla prova applicandola a tutti i casi conosciuti per vedere se qualcuno non rientra nella definizione stessa, ovvero se è possibile che esista un’ulteriore generalizzazione che non impatti tuttavia il suo essere operativa. Tale operatività si realizza attraverso la definizione di una o più «metriche» e delle conseguenti metodologie di misurazione. Ecco allora che i test di intelligenza tradizionali si dimostrano validi nella misurazione di schemi caratterizzati prevalentemente da relazioni “razionali”, mentre quelli attitudinali entrano in merito dell’interazione fra l’individuo e l’ambiente che lo circonda: capacità di sopravvivenza, capacità e modalità di reazione ad eventi, abilità manuali, capacità mnemoniche e di osservazione e via dicendo. Restano tuttavia fuori gli schemi legati agli aspetti non razionali che sono oggi affrontati in parte attraverso una serie di test psicologici, spesso tanto più validi quanto più specifico e ristretto è l’ambito di rilevamento del test.

Una misura dell’intelligenza deve quindi partire dall’esistente per razionalizzare un sistema di test più bilanciato che affronti un campione sufficientemente variegato ed esteso di possibili schemi relazionali rappresentativi del pensiero umano nel suo complesso. Una volta costruito questo modello, poi, non sarà necessario applicarlo in toto per valutare l’intelligenza complessiva di un individuo, ma si potranno selezionare solo quei test, come già si fa oggi, che sono funzionali a un certo tipo di analisi. L’importante è essere consapevoli che si sta analizzando solo un sottoinsieme di quella che è l’intelligenza di un individuo, e quindi il risultato finale sarà ristretto solo a tale ambito.

Per concludere, dissi al mio amico, non ti preoccupare se il tuo Q.I. non è eccezionale, perché rappresenta solo un aspetto della tua intelligenza. Tu sei molto di più che un valore in una specifica scala. Non cercare di forzare la tua intelligenza in base alle aspettative degli altri o a schemi consolidati, spesso legati a specifici interessi od obiettivi, ma lascia che essa operi nel modo più naturale possibile, secondo la tua propensione. Vedrai che otterrai risultati che sorprenderanno te per primo. E non cessare di avere mai fiducia in te stesso.

Così fece, ed ora credo che non si ricordi neanche più che punteggio aveva ottenuto al test.

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