Coopera(dia)tive



Se mai avete fatto la spesa presso i supermercati della Coop vi sarà capitato di sentire ogni tanto l’altoparlante ripetere il ritornello che assicura i consumatori che in tutti i prodotti in vendita sono assolutamente assenti gli OGM, ovvero gli organismi geneticamente modificati.

Beh, forse vi sorprenderà sapere che è vero solo formalmente — ovvero da un punto di vista legale — ma che non lo è nella sostanza. In effetti una buona percentuale dei prodotti in vendita in tutti i supermercati e alimentari italiani sono geneticamente modificati, prima fra tutti la pasta. La realtà è che sono diversi decenni che in Italia si mangiano cibi modificati geneticamente, ma tutti si guardano bene dal farlo sapere, prime fra tutte le associazioni ambientaliste.

Esiste tutta una serie di prodotti di cui ci nutriamo dagli anni ’70 e ’80 che sono stati ottenuti bombardando piante e semi con raggi alfa, beta, gamma, ics e neutroni. La cosa che lascia più perplessi è che questo metodo di modifica del DNA, volendolo comparare a quello usato nei moderni laboratori di genetica che producono gli OGM demonizzati da varie parti, equivale sostanzialmente a sbucciare una mela a colpi di accetta, ovvero è di molte volte più rozzo e inaffidabile delle modifiche transgeniche.

Sebbene quindi da un punto di vista legale non siano classificati come OGM, non solo a tutti gli effetti lo sono — il trattamento con le radiazioni serve appunto a modificare i geni dell’organismo — ma la tecnologia utilizzata è molto meno raffinata e precisa di quella degli OGM "ufficiali". In pratica, con questa tecnica, non si sa esattamente quali modifiche siano state apportate al DNA. Ad esempio, uno studio recente su un riso bombardato da radiazioni e in commercio da anni, ha rivelato come questi abbia subito mutazioni molto più pesanti di un riso OGM come il Golden Rice.

Ma quali sono questi prodotti? Iniziamo dalla frutta: il primo in assoluto è il pompelmo rosa, che non esiste in natura. Poi abbiamo dodici varietà di mele, fra cui alcune cultivar Golden; due varietà di albicocche; due varietà di banane, fra cui le Novaria; cinque varietà di pere e sette di pesche. E ancora ciliege, fragole, e limoni. In totale sono quarantotto i tipi di frutta geneticamente modificati con radiazioni. A queste vanno aggiunte oltre 2.200 varietà di grano, riso, orzo, girasole, cotone, piselli, fagioli e patate, molte delle quali sviluppate proprio nel nostro Paese. Ad esempio il riso Fulgente o i piselli Esedra e Trevi, i fagioli Montalbano, la patata Desital e molte altre piante ancora.

Ma la ciliegina sulla torta, OGM anche lei, è rappresentata dal grano Creso e dai suoi derivati che rappresenta oltre il 50% della produzione italiana di grano. In pratica, metà della pasta italiana che mangiamo è stata prodotta con grano geneticamente modificato. Per non parlare della birra e del whisky. Buona parte della produzione mondiale è basata su orzo geneticamente modificato, in primis il Diamant, il Golden Promise e derivati. Parlo di derivati perché, al contrario di quello che succede con gli OGM ufficiali, è stato permesso di immettere nell’ambiente oltre il 60% di queste cultivar che hanno dato, a loro volta, tutta una serie di nuovi tipi attraverso incroci convenzionali.

Se volete fare ricerche per conto proprio, andate sulla base dati della FAO/IAEA e cercate le varie specie che sono state geneticamente modificate utilizzando vari tipi di radiazioni. Il campo da selezionare è «Mutagen, Physical». Scegliete il tipo di radiazione e poi premete il pulsante «Search» in fondo alla pagina.

L’ipocrisia di tutta questa storia è che dato che questi cibi sono in commercio da decenni in Italia, ci si guarda bene dal segnalare in che maniera siano stati ottenuti. Modificare geneticamente una pianta bombardandola di radiazioni è come cercare di ottenere una testa in creta martellando con un bastone un blocco di argilla. Infatti, soprattutto agli inizi, quando ancora non si capiva quale fosse il giusto dosaggio da usare, buona parte delle piante irradiate morivano o producevano organismi deformi. Solo grazie alle tecniche OGM è stato possibile "plasmare la creta" con grande precisione, ma per assurdo queste tecniche hanno trovato l’opposizione di molte associazioni mentre quelle più brutali basate sull’irradiamento, sono state passate sotto silenzio.

Poiché alla fine quello che conta è solo la modifica genetica e non come è stata ottenuta, dato che è quella e solo quella che produce le caratteristiche dell’organismo, il fatto che gli organismi modificati geneticamente tramite radiazioni siano accettati e quelli transgenici no, indica, oltre che ignoranza, anche una buona dose di ipocrisia.

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Commenti (6) a «Coopera(dia)tive»

  1. utente anonimo ha detto:

    Dario, la critica sugli OGM che più m’interessa riguarda il fatto che essi vengono prodotti in regime di monopolio in quanto brevettati. Dunque c’è il rischio concreto che gli agricoltori si vedano salire i prezzi delle sementi, una volta che la biodiversità sia stata ridotta irreversibilmente. D’altraparte, sono d’accordo con te che si fa ipocrisia sugli OGM quando si paventano effetti sulla salute, quando invece in realtà gli OGM ce li mangiamo da anni senza rischi (almeno apparenti)… Ciao, Dino

  2. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Sulla questione economica posso anche essere d’accordo con te, fermo restando che gli investimenti di un’impresa vanno rispettati in un mercato. Ma allora il problema è un altro e non c’entra nulla con gli OGM. Varrebbe anche per i farmaci.

    Se la questione è questa, si può proporre una soluzione, ma demonizzare gli OGM non aiuta certo a risolverla. Tanto più che sui mercati del Terzo Mondo molte imprese già rinunciano ai brevetti come è successo per il Golden Rice.

  3. ferrigno ha detto:

    Bel post!

    Segnalo che non è necessario ricorrere alle biotecnologie per speculare sui prezzi delle sementi.

    Esempio: il pomodorino di Pachino IGP, quel prodotto idolatrato dai sostenitori del “naturale” e dell'”autoctono”, è in realtà un prodotto ingegnerizzato in Isralele, facendo uso di tecniche tradizionali, e le sementi costano un patrimonio, come sa bene il mio amico tommi, agricoltore.

    Inoltre ti segnalo la discussione in corso su Progetto Galileo, a proposito di Creso “radioattivo”

  4. utente anonimo ha detto:

    Articolo davvero interessante !

    l’ho pubblicato sul blog del nostro GAS.

    grazie Dario.

    Davide Barillari

  5. utente anonimo ha detto:

    Il database FAO/IAEA segnala almeno 48 tipi di frutta: mele, banane, albicocche, pesche, pere, melograno… Ma la varietà commercialmente di maggiore successo è sicuramente una varietà di pompelmo che tutti voi conoscete: lo Star Ruby dalla polpa rosata. No, il pompelmo rosa non è sempre esistito! La prima varietà commerciale di pompelmo dalla carne rosata è stato il Ruby Red, derivato da una MUTAZIONE SPONTANEA scoperta in Texas nel 1929.

    Diciamo che l'uomo ci ha messo mano per renderlo più appetibile anche esteticamente, ma non diciamo che in natura non esiste perchè non è vero.

     

  6. Dario de Judicibus Dario de Judicibus ha detto:

    Due nuove cultivar di pompelmo rosa, la Star Ruby (1970), e la derivata Rio Red (1984), entrambe vendute con il nome di Rio Star, sono state ottenute mediante esposizione a radiazioni ionizzanti. Il DNA di qieste cultivar è DIVERSO da quello del Ruby Red. In quanto al concetto di MUTAZIONE SPONTANEA, facciamo attenzione a non pensare che in quanto avvenuto in natura sia diverso da quello prodotto dall'uomo. Molte mutazioni, ad esempio, sono dovute al bombardamento dei raggi cosmici, ovvero a radiazioni.

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